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La grande bellezza- il messaggio potente del film

Ora di questo film del bravo Sorrentino ne parleranno tutti. Sono andato a scovare recensioni precedenti ( da luglio 2013 a dicembre) alla premiazione con il Golden Globe e mi è piaciuta moltissimo questa scritta da N.Kelly che ora vi riporto. Provate a leggere:

Nicole Kelly

31 dicembre 2013 alle 17:39

Una molto analitica visione del film che omette (perché non può che essere che un’omissione volontaria) il vero messaggio potente del film:

- la nana è la cultura italiana, che ormai non ha più niente da dire da decenni;

- la cultura che si è rifugiata tutta sotto all’ampio mantello del PCI, come si vede nell’abito della performer, la stessa che ha la bandiera rossa dipinta sulla fessa a dimostrare che gli intellettuali si sono prostituiti al PCI (anche se oggi di chiama PD) e che un altro napoletano , Edoardo Bennato, ha sbeffeggiato a suo tempo in “Sono solo canzonette” quando fa comprendere che gli artisti devono sottoporsi ai ricatti del partito per non sparire;

Gli impresari di partito

mi hanno fatto un altro invito

e hanno detto che finisce male

se non vado pure io

al raduno generale

della grande festa nazionale!

…. hanno detto che non posso

rifiutarmi proprio adesso

che anche a loro devo il mio successo,

che son pazzo ed incosciente

sono un irriconoscente

un sovversivo, un mezzo criminale!…

- e poi c’è la grande omissione: quella della frase lapidaria del trafficante di droga (arrestato dalla Dia) quando dice “sono io che tengo in piedi questo paese, solo che non ve ne siete accorti”; frase che definisce quello che è il paese: un paese del narcotraffico gestito da tre delle più potenti organizzazioni criminali del mondo.

Poi ci sono alcune cose che non sono state comprese:

- l’incontro con la signora francese è il rimpianto per un vero intellettuale di non aver fatto il grande salto, da Roma, una città culturalmente morta, a Parigi, città che viene evocata anche dal battello sul fiume la mattina, Parigi che è un centro di vera cultura;

- l’elemento mare che è il bello assoluto per un napoletano, che potrà mai farsi fascinare dalla bellezza di Roma, città che nel film è quasi una Pompei, cioè un museo a cielo aperto, ma morta, rappresentata sempre senza abitanti, salvo i turisti che, in ogni sito archeologico sono gli unici che la abitano;

_ e poi c’è la demolizione di Milano attraverso la Ferrari e le sue immagini di se, un modo per dire che Milano vive solo di un continuo pompare la sua immagine di altra città assolutamente vuota, incapace di creare cultura;

– e per finire, credo che Sorrentino si sia preso gioco dei suoi attori offrendogli parti che scoprono la loro vera faccia, natura e storia: Verdone, la Ferilli e la Ferrari rappresentano nel film anche se stessi, essenzialmente grandi speranze, grande esposizione ma poco contenuto;

- poi c’è la questione se sia una citazione, omaggio, seguito della Dolce Vita: siamo molto lontani, perché Fellini è un provinciale che ha cercato di capire Roma associandola alle sue personali nevrosi sessuali; Sorrentino, napoletano, cioè abitante di una città mai domata culturalmente da Roma, ma anzi sua contaminatrice, non se ne fa affascinare, la grande bellezza della città è solo nei suoi monumenti, quelli del passato, (mai viene mostrato un pezzo della orribile Roma di Piacentini o quella dei palazzinari, ma è una bellezza artificiale, morta, che non può competere con lo scenario del Golfo di Napoli e neppure con una città, Napoli, in cui gli abitanti sono vivi nonostante la continua lotta per la sopravvivenza, perché Roma è città di burocrazia, di anime morte, di persone che non devono pensare, oppressa dalla Chiesa che chiede obbedienza cieca e assoluta, senza pensare, fino a sottoporsi agli assurdi riti di quel simulacro di Madre Teresa di Calcutta che sale la scala santa, e non ci può essere bellezza nell’umano se non nel suo pensiero critico. Cogito ergo sum, la burocrazia papalino-piemontese e la chiesa non ammettono il pensiero, ma solo l’obbedienza.

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