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Per noi ex sessantottini, il ciclo di odio reciproco non finisce mai. Un ciclo in cui ognuno ha sempre una buona ragione per scaricarsi la coscienza.
Per noi ex sessantottini, il ciclo di odio reciproco non finisce mai. Un ciclo in cui ognuno ha sempre una buona ragione per scaricarsi la coscienza.

di Caranas

Ogni tanto mi vien da pensare a quegli anni terribili del ’70. Allora vivevo alla Casa dello studente di Milano, poi anche da lì mi buttarono fuori anche senza aver fatto nulla contro la legge. Volevo studiare, ma i compagni di Lotta che a tutti gli effetti comandavano nella Casa, disturbavano continuamente battendo i bastoni delle bandiere contro la porta della camera costringendoti ad andare in assemblea. Ogni giorno una, e quando poi si decideva di resistere e menar le mani, ognuno cercava di svignarsela. Odio quei ricordi. Anche perché chi ci comandava occupava già posti di potere, diversi erano professori del Politecnico che però non si esponevano mai direttamente, usavano per questo i loro colonnelli di quel gruppo politico che ancora sopravvive ed ancora non si sa da chi è finanziato. Peggio dei fascisti. Le nostre bandiere rosse non erano come quelle degli altri gruppi, bastoni lunghi e stoffa rossa stretta e lunga, roba bolscevica insomma, e rigorosamente ci comandavano di arrivare in giacca e cravatta, alla festa del Primo Maggio in porta Venezia; non solo dovevi guardarti dai fascisti, ma anche dai compagni. Non ci andavi? Ti ammazzavano di botte! Mi chiedo oggi come abbiano fatto a rimanere di sinistra le mie idee. Sui muri interni della Casa d.s. in viale Romagna c’era scritto : “ Karamba Katanga al servizio del grande capitale”, alle riunioni serali però nessuno ci spiegava cosa in realtà significasse. A me che una volta indossai una maglietta con l’icona del “Che”, mi sembrò di trovarmi in un mondo dove non potevi fidarti più di nessuno su quelle scale d'uscita da C.d.S.. Né di destra , né di sinistra. La scampai bella! Un paio di spintoni , qualche cazzotto seguito da urla tipo : “ Non devi mettere quella maglietta, il Che era un avventuriero”. Sarà!

A distanza di tanti anni, riflettendo ora su quel periodo che avevo volontariamente cancellato ( ai funerali di Varalli chiesi come mai fossimo solo in quattro in rappresentanza di LC- non Lotta Continua beninteso- nessuno degli altri tre seppe darmi risposta). Non è bello neanche il ricordo di pezzi del cervello di Zibecchi lì sul marciapiede, dopo il bordello, visti su foto dei giornali.

Da allora quel ciclo di odio reciproco tra le varie fazioni politiche, non si è assopito neanche un poco, un odio che non finisce mai ed in cui ognuno ha sempre una buona ragione per scaricarsi la coscienza. Come ne usciamo ? Come allora, essendo cattolico, ho provato a seguire il comando di non reagire fisicamente ( a non porgere l’altra guancia), ma lo vedo solo come un esempio di buonismo fine a se stesso, non credo che trattasi di una resistenza non violenta. Per me , non ho difficoltà ad ammetterlo, ma sicuramente lo è anche per altri della mia generazione, è forse solo paura anche quando è lecito ed ovvio colpire.Tu mi dai uno schiaffo, io te lo rendo. Ma non è stato e non è così. Ora mi vengono in mente dei versi di un poeta gallese , non so se questa mia è la traduzione esatta, in inglese sono una schiappa : « E tutte le tue azioni e le tue parole, ogni verità, ogni bugia, muoiono nell’amore che non giudica». Penso anche che tra chi di noi sessantottini, i cui figli sono ora tutti calvi [sarà perché noi portavamo i capelli lunghi ?], forse sono pochissimi ad avere il coraggio di ricevere e divulgare questo messaggio che va ben oltre :mai più vittime e carnefici e nessun giudice implacabile.

Tag(s) : #POLITICA

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