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Blog  di Caranas

MALEDETTI SAVOIA

29 Novembre 2009 , Scritto da CARANAS Con tag #POLITICA

" L'Unità d'Italia, un'annessione forzata"

                                                                     di Carmelo Anastasio

 

Nota :aggiorn. del 19.2.2011

Calderoli e Bossi non festeggeranno l'Unità d'Italia. Non solo, ora propongono l'eliminazione della festa del 1° maggio (a recupero). Mi domando : ma cosa aspettiamo a dichiarare la Lega incostituzionale ? 

 


Leggendo “ Maledetti Savoia” di Lorenzo Del Boca, vien difficile non  chiedersi se  andò  proprio come l’autore descrive le pagine del nostro Risorgimento. A scuola ci hanno insegnato ad amare Vittorio Emanuele II e gli altri padri della patria per cui , leggere adesso che il re era un gagliardo sciupafemmine, baldanzoso e smargiasso, un re che sperperava il denaro dello stato e così via, si resta basiti. Il quadro è dei peggiori e non si può che pensare che l’unità d’Italia , nonostante siano passati 149 anni, non c’è e forse non esisterà mai. E comunque, se c’è , è fondata su una montagna di menzogne che non fanno onore a chi ha scritto le precedenti storie d’Italia.

Tutto uno slogan allora, non c’è stata liberazione col Risorgimento ma conquista. E sembra addirittura che alcune vittorie siano state comprate con soldo inglese. Possibile che Garibaldi abbia avuto solo culo con la sua spedizione dei Mille?

I malanni del Sud si sarebbero aggravati con il nuovo padrone piemontese (il condizionale in questo momento è d’obbligo perché l’argomento necessita di ricerche e approfondimenti) , la gente meridionale sarebbe stata maltrattata ed in modo volgare, le regioni del Sud non sarebbero state unite nell’unica Italia ma annesse. L’altra cosa che colpisce e che ci fa pensare che l’Italia di oggi non è poi così diversa nei costumi è la seguente : “ Per infangare l’immagine di Francesco II, cacciato dal suo Regno delle due Sicilie, i servizi segreti piemontesi misero in giro una serie di fotomontaggi della regina Maria Sofia, in atteggiamenti pornografici”; non c’era la televisione ma il conquistatore si arrangiava. Sapevo di Bava Beccaris, sapevo bene dell’episodio di Bronte e avevo letto parecchio su Gerolamo Bixio che per l’assassinio dei cinque di quel paese siciliano (tra cui il babba innocente del paese) non mi è stato mai simpatico, conoscevo bene le gesta dell’eroina rivoluzionaria (unica donna nella spedizione dei Mille) Rosalie Montmasson, moglie o quasi del futuro ministro forcaiolo Francesco Crispi, anni fa avevo cercato  nell’elenco dei Mille ( pubblicato sulla Gazzetta nel 1864 e riportato in una pubblicazione del 1993) tutti i nomi dei calabresi  che avevano partecipato (pochi , ma a confronto dei piemontesi, tanti) alla spedizione e , l’avevo fatto con entusiasmo di ricerca campanilistica non certo per conoscere verità, ora tutto l’impianto mi dà un altro quadro e forse è meglio così perché mi consolo pensando  che i malanni dell’Italia di oggi sono figli di quella di ieri. Certo è che di fronte alle gesta della gloriosa Roma Imperiale, diversi generali codardi del Risorgimento non esistono proprio a confronto e neanche è possibile un accostamento soprattutto con i Che Guevara improvvisati che venivano smontati subito dai contadini calabresi. Altra accomunante : allora come ora , la corruzione  caratterizzava figure di primo piano del Regno , a cominciare dal re “Galantuomo” che scopava parecchio  non con sua moglie ma con chiunque capitasse a tiro anche se mogli di amici. Direte voi “cazzi suoi , anche se lo faceva in fienile e ubriaco”. E invece no, dal momento che quelle fuitine costavano tantissimo al neo stato. Quindi niente a che fare con l’affresco che il pittore Pietro Aldi disegnò sulla parete del municipio di Siena ( qui anche Garibaldi viene idealizzato in modo diverso dalla realtà e forse non aveva torto lo scrittore francese Maxime du Camp che non gli riconobbe alcuna intelligenza politica – lo definì babbeo). Ti fa incazzare anche lui. S’è fatto fregare la sua Nizza, s’è fatto fregare un regno appena conquistato e per che cosa? La gente l’amava come ora e il sud non gradì , tra le altre cose,  la leva obbligatoria che portava i giovanissimi contadini lontano a morire in Crimea. Lo stesso Mazzini definì Garibaldi “una canna al vento”.

La spedizione dei mille in realtà, forse, fu una farsa . Non ci sarebbe stata la conquista del regno delle due Sicilie se non si fossero unite le convenienze degli inglesi e della mafia meridionale ( come vedete, dove c'è potere , è sempre presente) che finanziarono ed appoggiarono l’impresa. I loro interessi non erano compatibili con la monarchia dei Borboni. Tantissimi alti gradi dell’esercito borbonico  furono comprati a peso d’oro. E pensare che quell’esercito del sud contava 100.000 soldati e avrebbe potuto fare a pezzi i mille garibaldini.

Chiudo pensando alla Repubblica di Genova ed ai suoi martiri per opera del generale La Marmora,  la vera canaglia, incerta davanti al nemico vero e tremebonda al primo incrociare di baionette. Vale anche per il Cialdini di Custoza, per Pesano e per quell’altro stronzo di Bava Beccaris.

 

 

Partiti con il cuore gonfio d’emozione ma destinato a scoppiare al primo assalto :

 

Gaspare   Tibelli,       17 anni  

Riccardo Luzzatto,    16 anni

Adolfo Biffi ,             14 anni

Peppino Marchetti,    11 anni 

                                                                                     foranastasis diritti riservati


Per l’elenco completo dei Mille , clicca sul link

http://cronologia.leonardo.it/storia/biografie/garibal7.htm

 

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Sono i soldi degli inizi del Cavaliere l'asso nella manica dei Boss

28 Novembre 2009 , Scritto da CARANAS Con tag #POLITICA

fonte : Repubblica

 

Soldi. Soldi "loro" che non sono rimasti in Sicilia, ma "portati su", lontano da Palermo. "Filippo Graviano mi parlava come se fosse un suo investimento, come se la Fininvest fossero soldi messi da tasca sua". Per Gaspare Spatuzza, da qualche parte, la famiglia di Brancaccio ha "un asso nella manica". Quale può essere questo "jolly" non è più un mistero. Per i mafiosi, che riferiscono quel che sanno ai procuratori di Firenze, è una realtà il ricatto per Berlusconi che Cosa Nostra nasconde sotto la controversa storia delle stragi del 1993. Nell'interrogatorio del 16 marzo 2009, Spatuzza non parla più di morte, di bombe, di assassini, ma del denaro dei Graviano. E ha pochi dubbi che Giuseppe Graviano (che chiama "Madre Natura" o "Mio padre") "si giocherà l'asso" contro chi a Milano è stato il mediatore degli affari di famiglia, Marcello Dell'Utri, e l'utilizzatore di quelle risorse, Silvio Berlusconi.

 

Il mafioso ricostruisce la storia imprenditoriale della cosca di Brancaccio, con i Corleonesi di Riina e Bagarella e i Trapanesi di Matteo Messina Denaro, il nocciolo duro e irriducibile di Cosa nostra siciliana.

È il 16 marzo 2009, il mafioso di Brancaccio racconta ai pubblici ministeri del "tesoro" dei Graviano. "Cento lire non gliele hanno levate a tutt'oggi. Non gli hanno sequestrato niente e sono ricchissimi".

 

 

"Non si fidano di nessuno, hanno costruito in questi vent'anni un patrimonio immenso". Per Gaspare Spatuzza, due più due fa sempre quattro. Dopo il 1989 e fino al 27 gennaio 1994 (li arrestano ai tavoli di "Gigi il cacciatore" di via Procaccini), Filippo e Giuseppe decidono di starsene latitanti a Milano e non a Palermo. Hanno le loro buone ragioni. A Milano possono contare su protezioni eccellenti e insospettabili che li garantiscono meglio delle strade strette di Brancaccio dove non passa inosservato nemmeno uno spillo. E dunque perché? "E' anomalissimo", dice il mafioso, ma la chiave è nel denaro. A Milano non ci sono uomini della famiglia, ma non importa perché ci sono i loro soldi e gli uomini che li custodiscono. I loro nomi forse non sono un mistero. Di più, Gaspare Spatuzza li suggerisce. Interrogatorio del 16 giugno: "Filippo ha nutrito sempre simpatia nei riguardi di Silvio Berlusconi e Marcello Dell'Utri, (...) Filippo è tutto patito dell'abilità manageriale di Berlusconi. Potrei riempire pagine e pagine di verbale [per raccontare] della simpatia e del... possiamo dire ... dell'amore che lo lega a Berlusconi e Dell'Utri".

 

"L'asso nella manica" di Giuseppe Graviano, "il jolly" evocato dal mafioso come una minaccia - sostengono fonti vicine all'inchiesta - non è nella fitta rete di contatti, reciproche e ancora misteriose influenze che hanno preceduto le cinque stragi del 1993 - lo conferma anche Spatuzza - , ma nelle connessioni di affari che, "negli ultimi vent'anni", la famiglia di Brancaccio ha coltivato a Milano. E' la rassicurante condizione che rende arrogante anche Filippo, solitamente equilibrato. Dice Gaspare: "[Filippo mi disse]: facceli fare i processi a loro, perché un giorno glieli faremo noi, i processi".

 

Nella lettura delle migliaia di pagine di interrogatorio, ora agli atti del processo di appello di Marcello Dell'Utri, pare necessario allora non farsi imprigionare da quel doloroso 1993, ma tenere lo sguardo più lungo verso il passato perché le stragi di quell'anno sono soltanto la fine (provvisoria e sfuggente) di una storia, mentre i mafiosi che hanno saltato il fosso - e i boss che hanno autorizzato la manovra - parlano di un inizio e su quell'epifania sembrano fare affidamento per la resa dei conti con il capo del governo.

 

Le cose stanno così. Berlusconi non deve temere il suo coinvolgimento - come mandante - nelle stragi non esclusivamente mafiose del 1993. Può mettere fin da ora nel conto che sarà indagato, se già non lo è a Firenze. Molti saranno gli strepiti quando la notizia diventerà ufficiale, ma va ricordato che l'iscrizione al registro degli indagati mette in chiaro la situazione, tutela i diritti della difesa, garantisce all'indagato tempi certi dell'istruttoria (limitati nel tempo). Quando l'incolpazione diventerà pubblica, l'immagine internazionale del premier ne subirà un danno, è vero, ma il Cavaliere ha dimostrato di saper reggere anche alle pressioni più moleste. E comunque quel che deve intimorire e intimorisce oggi il premier non è la personale credibilità presso le cancellerie dell'Occidente, ma fin dove si può spingere e si spingerà l'aggressione della famiglia mafiosa di Brancaccio, determinata a regolare i conti con l'uomo - l'imprenditore, il politico - da cui si è sentita "venduta" e tradita, dopo "le trattative" del 1993 (nascita di Forza Italia), gli impegni del 1994 (primo governo Berlusconi), le attese del 2001 (il Cavaliere torna a Palazzo Chigi dopo la sconfitta del '96), le più recenti parole del premier: "Voglio passare alla storia come il presidente del consiglio che ha distrutto la mafia" (agosto 2009).

 

Mandate in avanscoperta, non contraddette o isolate dai boss, le "seconde file" della cosca - manovali del delitto e della strage al tritolo - hanno finora tirato dentro il Cavaliere e Marcello Dell'Utri come ispiratori della campagna di bombe, inedita per una mafia che in Continente non ha mai messo piede - nel passato - per uccidere innocenti. Fonti vicine alle inchieste (quattro, Firenze, Caltanissetta, Palermo, Milano) non nascondono però che raccogliere le fonti di prove necessarie per un processo sarà un'impresa ardua dall'esito oggi dubbio e soltanto ipotetico. Non bastano i ricordi di mafiosi che "disertano". Non sono sufficienti le parole che si sono detti tra loro, dentro l'organizzazione. Non possono essere definitive le prudenti parole di dissociazione di Filippo Graviano o il trasversale messaggio di Giuseppe che promette ai magistrati "una mano d'aiuto per trovare la verità". Occorrono, come li definisce la Cassazione, "riscontri intrinseci ed estrinseci", corrispondenze delle parole con fatti accertabili. Detto con chiarezza, sarà molto difficile portare in un'aula di tribunale l'impronta digitale di Silvio Berlusconi nelle stragi del 1993.

 

Questo affondo della famiglia di Brancaccio sembra - vagliato allo stato delle cose di oggi - soltanto un avvertimento che Cosa Nostra vuole dare alla letale quiete che sta distruggendo il potere dell'organizzazione e, soprattutto, uno scrollone a uno stallo senza futuro, che l'allontana dal recupero di risorse essenziali per ritrovare l'appannato prestigio.

 

Il denaro, i piccioli, in queste storie di mafia, sono sempre curiosamente trascurati anche se i mafiosi, al di là della retorica dell'onore e della famiglia, altro non hanno in testa. I Graviano, dice Gaspare Spatuzza, non sono un'eccezione. Nel loro caso, addirittura sono più lungimiranti. Nei primi anni novanta, Filippo e Giuseppe preparano l'addio alla Sicilia, "la dismissione del loro patrimonio" nell'isola. Spatuzza (16 giugno 2009): "Nel 1991, vendono, svendono il patrimonio. Cercano i soldi, [vogliono] liquidità e io non so come sono stati impiegati [poi] questi capitali, e per quali acquisizioni. Certo, non sono restati in Sicilia". I Graviano, a Gaspare, non appaiono più interessati "alle attività illecite". "Quando Filippo esce [dal carcere] nell'88 o nel 1989, esce con questa mania, questa grandezza imprenditoriale. I Graviano hanno già, per esempio, le tre Standa di Palermo affidate a un prestanome, in corso Calatafimi a Porta Nuova, in via Duca Della Verdura, in via Hazon a Brancaccio". Filippo - sempre lui - si sforza di far capire anche a uno come Spatuzza, imbianchino, le opportunità e anche i rischi di un impegno nella finanza. Le sue parole svelano che ha già a disposizione uomini, canali, punti di riferimento, competenze. "[Filippo] mi parla di Borsa, di Tizio, di Caio, di investimenti, di titoli. (...). Mi dice: [vedi Gaspare], io so quanto posso guadagnare nel settore dell'edilizia, ma se investo [i miei soldi] in Borsa, nel mercato finanziario, posso perdere e guadagnare, non c'è certezza. Addirittura si dice che a volte, se si benda una scimmia e le si fa toccare un tasto, può riuscire meglio di un esperto. Filippo è attentissimo nel seguire gli scambi, legge ogni giorno il Sole 24ore. Tiene in considerazione la questione Fininvest, d'occhio [il volume degli] investimenti pubblicitari. Mi dice [meraviglie] di una trasmissione come Striscia la notizia. Minimo investimento, massima raccolta [di spot], introiti da paura. "Il programma più redditizio della Fininvest", dice. Abbiamo parlato anche di Telecom, Fiat, Piaggio, Colaninno, Tronchetti Provera, ma la Fininvest era, posso dire, un terreno di sua pertinenza, come [se fosse] un [suo] investimento, come se fossero soldi messi da tasca sua, la Fininvest".

 

E' l'interrogatorio del 29 giugno 2009. Gaspare conclude: "Le [mie] dichiarazioni non possono bruciare l'asso [conservato nella manica] di Giuseppe" perché "il jolly" non ha nulla a che spartire con la Sicilia, con le stragi, con quell'orizzonte mafioso che è il solo paesaggio sotto gli occhi di Spatuzza. Un mese dopo (28 luglio 2009), i pubblici ministeri chiedono a Filippo in modo tranchant dove siano le sue ricchezze. Quello risponde: "Non ne parlo e mi dispiace non poterne parlare".

 

Ora, per raccapezzarci meglio in questo labirinto, si deve ricordare che i legami tra Marcello Dell'Utri e i paesani di Palermo non sono una novità. Come non sono sconosciuti gli incontri - nella metà degli anni settanta - tra Silvio Berlusconi e la créme de la créme di Cosa Nostra (Stefano Bontate, Mimmo Teresi, Tanino Cinà, Francesco Di Carlo). Né sono inedite le rivelazioni sulla latitanza di Gaetano e Antonino Grado nella tenuta di Villa San Martino ad Arcore, protetta dalla presenza di Vittorio Mangano, capo del mandamento di Porta Nuova (il mafioso, "che poteva chiedere qualsiasi cosa a Dell'Utri", siede alla tavola di Berlusconi anche nelle cene ufficiali, altro che "stalliere"). Nella scena che prepara la confessione di Gaspare Spatuzza, quel che è originale è l'esistenza di "un asso" che, giocato da Giuseppe Graviano, potrebbe compromettere il racconto mitologico dell'avventura imprenditoriale del presidente del consiglio.

 

Con quali capitali, Berlusconi abbia preso il volo, a metà degli settanta, ancora oggi è mistero glorioso e ben protetto. Molto si è ragionato sulle fidejussioni concessegli da una boutique del credito come la Banca Rasini; sul flusso di denaro che gli consente di tenere a battesimo Edilnord e i primi ambiziosi progetti immobiliari. Probabilmente capitali sottratti al fisco, espatriati, rientrati in condizioni più favorevoli, questo era il mestiere del conte Carlo Rasini. Ma è ancora nell'aria la convinzione che non tutta la Fininvest sia sotto il controllo del capo del governo.

 

Molte testimonianze di "personaggi o consulenti che hanno lavorato come interni al gruppo", rilasciate a Paolo Madron (autore, nel 1994, di una documentata biografia molto friendly, Le gesta del Cavaliere, Sperling&Kupfer), riferiscono che "sono [di Berlusconi] non meno dell'80 per cento delle azioni delle [22] holding [che controllano Fininvest]. Sull'altro 20 per cento, per la gioia di chi cerca, ci si può ancora sbizzarrire". Sembra di poter dire che il peso del ricatto della famiglia di Brancaccio contro Berlusconi può esercitarsi proprio tra le nebbie di quel venti per cento. In un contesto che tutti dovrebbe indurre all'inquietudine. Cosa Nostra minaccia in un regolamento di conti il presidente del consiglio. Ne conosce qualche segreto. Ha con lui delle cointeressenze antiche e inconfessabili. Le agita per condizionarne le scelte, ottenerne utili legislativi, regole carcerarie più favorevoli, minore pressione poliziesca e soprattutto la disponibilità di ricchezze che (lascia intuire) le sono state trafugate. In questo conflitto - da un lato, una banda di assassini; dall'altro un capo di governo liberamente eletto dal popolo, nonostante le sue opacità - non c'è dubbio con chi bisogna stare. E tuttavia, per sottrarsi a quel ricatto rovinoso, anche Berlusconi è chiamato a fare finalmente luce sull'inizio della sua storia d'imprenditore.

 

Il Cavaliere dice che si è fatto da sé correndo in salita senza capitali alle spalle. Sostiene di essere il proprietario unico delle holding che controllano Mediaset (ma quante sono, una buona volta, ventidue o trentotto?). E allora l'altro venti per cento di Mediaset di chi è? Davvero, come raccontano ora gli uomini di Brancaccio, è della mafia? È stata la Cosa Nostra siciliana allora a finanziarlo nei suoi primi, incerti passi di imprenditore? Già glielo avrebbero voluto chiedere i pubblici ministeri di Palermo che pure qualche indizio in mano ce l'avevano.

 

Quel dubbio non può essere trascurabile per un uomo orgoglioso di avercela fatta senza un gran nome, senza ricchezze familiari, un outsider nell'Italia ingessata delle consorterie e prepotente delle lobbies.

 

Berlusconi, in occasione del processo di primo grado contro Marcello Dell'Utri, avrebbe potuto liberarsi di quel sospetto con poche parole. Avrebbe potuto dire il suo segreto; raccontare le fatiche che ha affrontato; ricordare le curve che ha dovuto superare, anche le minacce che gli sono piovute sul capo. Poche parole con lingua secca e chiara. E lui, invece, niente. Non dice niente. L'uomo che parla ossessivamente di se stesso, compulsivamente delle sue imprese, tace e dimentica di dirci l'essenziale. Quando i giudici lo interrogano a Palazzo Chigi (è il 26 novembre 2002, guida il governo), "si avvale della facoltà di non rispondere". Glielo consente la legge (è stato indagato in quell'inchiesta), ma quale legge non scritta lo obbliga a tollerare sulle spalle quell'ombra così sgradevole e anche dolorosa, un'ombra che ipoteca irrimediabilmente la sua rispettabilità nel mondo - nel mondo perché noi, in Italia, siamo più distratti? Qual è il rospo che deve sputare? Che c'è di peggio di essere accusato di aver tenuto il filo - o, peggio, di essere stato finanziariamente sostenuto - da un potere criminale che in Sicilia ha fatto più morti che la guerra civile nell'Irlanda del Nord? Che c'è di peggio dell'accusa di essere un paramafioso, il riciclatore di denaro che puzza di paura e di morte? Un'evasione fiscale? Un trucco di bilancio? Chi può mai crederlo nell'Italia che ammira le canaglie. Per quella ragione, gli italiani lo avrebbero apprezzato di più, non di meno. Avrebbero detto: ma guarda quel bauscia, è furbissimo, ha truccato i conti, gabbato lo Stato e vedi un po' dove è arrivato e con quale ricchezza!

 

D'altronde anche per questo scellerato fascino, gli italiani lo votano e gli regalano la loro fiducia. E dunque che c'è di indicibile nei finanziamenti oscuri, senza padre e domicilio, che gli consentono di affatturarsi i primi affari?

 

E' giunto il tempo, per Berlusconi, di fare i conti con il suo passato. Non in un'aula di giustizia, ma en plein air dinanzi all'opinione pubblica. Prima che sia Cosa Nostra a intrappolarlo e, con lui, il legittimo governo del Paese.

 

Fonte: Repubblica.it

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IL CONSENSO POPOLARE C’E’ MA NON BASTA

20 Novembre 2009 , Scritto da CARANAS Con tag #POLITICA

 ... non siamo alla frutta

 


                                                                           di Carmelo Anastasio

        Al premier verrebbe voglia di dimettersi ma non lo farà. E non farà nulla per uscire da questa crisi che attanaglia lui e noi tutti. In questi ultimi giorni lo scenario è leggermente cambiato poiché  diverse onorevoli della maggioranza, hanno lasciato intendere un cambio di registro causando un aumento delle smorfie di disgusto  di Berlusconi. Nelle foto sui quotidiani appare infatti sempre più scuro , dimesso, lontano. Si sente tradito da chi dovrebbe sostenere il suo potere e quello del governo . Si sente tradito proprio da quel  Fini che,  con una mossa un po’ copiata ma azzeccata , con lui ha fatto nascere il PdL . Come se non bastassero le bordate del Presidente della Camera e quelle più velate del suo delfino Bocchino, ora anche Schifani , il n° 2 della Repubblica, approfittando dell’assenza di Napolitano , ha lanciato un ultimatum minacciando  elezioni anticipate. Schifani sì , proprio quello che finora aveva tenuto un atteggiamento molto equilibrato, poveraccio! Elezioni anticipate che Berlusconi smentisce ufficialmente ma che ufficiosamente tiene lì incorniciate ed in mostra sul suo tavolo da lavoro. La corda è molto tesa , più all’interno del PdL e demagogicamente  meno verso il PD , giusto per ingannare le masse. Tutta l’Italia sa che il provvedimento di legge “processo breve” serve a Berlusconi per evitare i suoi processi così come il bocciato lodo Alfano;  eppure,  i parlamentari del PdL , compreso Fini che sembrava il più accorto e il più garantista verso la Costituzione, hanno ceduto e cedono di fronte alle esigenze personali del Cavaliere. Fini insomma ha deluso per un verso Berlusconi e per l’altro , le aspettative di molti italiani . La pensa diversamente da Berlusconi, ma alla fine le leggi ad personam ed altre su cui dissente , il parlamento le vota.  Se assumi posizioni proprie della sinistra su alcune questioni come quella sul diritto di voto o il testamento biologico, mi chiedo cosa ci stai a fare in quel partito. E allora rifonda nuovamente una Nuova Alleanza Nazionale e sii coerente con te stesso e i tuoi elettori.

        Ma il problema è ancor più grande : se non si capisce che il parlamento non deve lavorare solo per i bisogni di Berlusconi, che l’Italia ha bisogno di risanare il debito pubblico , che l’Italia ha bisogno delle riforme che devono essere condivise anche dall’opposizione, allora che ben vengano le elezioni anticipate ( anche se Bersani non le chiede).

La paura di Berlusconi cresce , ma vedrete che al prossimo sondaggio svanirà! Silvio vive di sondaggi e se non sono favorevoli li fa rifare! Lui prova a giocare al rilancio , ma nel partito sembra che tutti abbiano smarrito il controllo della situazione che ora rischia di diventare ingovernabile. Non ci sono più comunicazioni ai vertici e ognuno pensa alla sua visibilità paventando una lealtà che è solo di facciata. Suicidio politico? Elezioni anticipate? Cosa farà Berlusconi?

Uno scioglimento automatico delle camere non esiste. Di fatto però è tecnicamente possibile; basta andar sotto con una votazione pilotata.

Ma forse è solo  politica ammalata di AH1N1. Anche lo staff di Napolitano non vede minacce verso le prerogative del Colle. Tutti le vediamo ,  chi dovrebbe no!

Berlusconi farebbe un gran regalo di natale all’Italia se decidesse di farsi processare eliminando tutte le ombre giudiziarie proiettate sul suo capo. Lo farà? Credo di no!Anzi, sicuramente no, mica è scemo! Eppure Andreotti lo fece e ne venne fuori “pulito” , ma ne venne fuori. Perché il Cavaliere odia così tanto le toghe milanesi?  Lo scontro tra Berlusconi e la magistratura  ( perché in effetti c’è -  senza ipocrisia) non può essere risolto nuovamente dagli elettori. Gli italiani , purtroppo lo hanno già fatto nel 2008 e non si può andare avanti così eludendo gli impegni presi o proponendo (e approvando a colpi di fiducia) leggi che servono solo al premier ed ai suoi problemi giudiziari.

Ma vedrete, prevarrà l’istinto autodistruttivo come nel caso della coalizione prodiana. Solo che lì non c’era una vera maggioranza e un vero progetto comune.


c. riproduzione riservata

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CONSIGLIO DEI MINISTRI

14 Novembre 2009 , Scritto da CARANAS Con tag #POLITICA

 

 

BERLUSCONI era presente , ma non c’era !

 

 Un interessante quadro viene fuori dalla riunione dell’ultimo Consiglio dei ministri . Berlusconi era presente naturalmente , ma era come se non ci fosse. Come si legge nelle varie testate giornalistice, aveva lo sguardo spento, in volto tanta amarezza e un senso di estraniamento ostentato  durante tutta la riunione . Un distacco significativo della tenuta di questa maggioranza. Il premier aveva lasciato fuori da Palazzo Chigi i timori di quello che considera il «nuovo complotto» ordito contro di lui dalla magistratura, le tensioni familiari che «mi stanno togliendo il sonno», e l'ira verso Fini con cui si è consumato un altro strappo. Era come se non ci fosse, assorto fino a dare l'impressione di dormire , aprendo  gli occhi  solo quando i ministri alzavano la voce . Le mani sul viso o tra i pochi capelli, solo in un'occasione ha dato voce al proprio fastidio: «Dai, rinviamo. Se c’è un problema si risolve la prossima volta».

 

Il Consiglio aveva approvato in pochi secondi l’atteso decreto sulla riduzione delle tasse per fine anno . Il malinteso c’è stato , o forse  si è reso necessario. Nell’esecutivo tutti pensavano si trattasse di sgravi per le imprese, del taglio  degli acconti sull’Ires e soprattutto sull’Irap, anticipato da tempo da Berlusconi  e dal comunicato del governo di martedì. Invece il taglio  ha riguardato l’Ire, la vecchia Irpef.

 

 

Non si capisce allora cosa è stato votato in Consiglio? Certo è che dopo il Consiglio sono passate alcune ore  prima del comunicato ufficiale alla stampa. Ore servite a un incontro riservato tra Berlusconi, Letta e Tremonti in cui è scaturita la decisione  di tagliare l’imposta sui redditi «per una ragione di giustizia e di equità sociale», come sostiene Tremonti che ha fatto presente al premier le pressioni dei sindacati  pronti allo sciopero generale se  ci saranno sconti fiscali solo alle imprese. Invece con l’Ire dovrebbero beneficiarne tutti, anche particolari  lavoratori dipendenti (quindi non tutti) che a Natale avranno qualche euro in più in busta paga. Per l’Irap se ne riparlerà chissà quando.

 

“Non ti avvicinare altrimenti ti prendo a calci in cu.. “

 

Altri ministri , tirando l’acqua al proprio mulino, avevano inteso diversamente. Ma non è una novità che in Consiglio si parlino lingue diverse, e che per capirsi si ricorra a gesti e parolacce. Come è successo   tra Tremonti e Brunetta, che presentava un altro pezzo della riforma sulla Pubblica amministrazione. “Giulio” non ha esitato , con voce alta, a bocciare il Brunetta bacchettandolo sulla competenza: «Non si fa la semplificazione con una nuova regolamentazione ».E li, via al bordello con  Letta a difesa di Tremonti. L’incazzatura è continuata senza esclusione di colpi bassi con finale che vede  Brunetta alzarsi e tendere la mano al ministro dell’Economia, che però non ha contraccambiato, anzi: «Non ti avvicinare, altrimenti ti prendo a calci in...».

 

Tremonti : «Cara Stefania, questo modo siciliano che hai di ragionare... »

 

Prestigiacomo: « Me ne vado sennò gli alzo le mani … »

 

Sempre secondo quanto riportato dai giornali, nel dialogo tra Tremonti e  la Prestigiacomo c’è stato solo un cambio di  i toni… pungenti!  Perché quando la titolare dell’Ambiente - dopo aver illustrato il progetto da 1.250 milioni per gli interventi a difesa del suolo - ha chiesto cinque milioni per controllare il piano di interventi con tre nuove strutture ministeriali, Tremonti si è messo di traverso: «Cara Stefania, questo modo siciliano che hai di ragionare... ». Non l’avesse mai detto. «A me certe battute non le fai» ha replicato la Prestigiacomo. E qui  un’altra lite che nemmeno l’intervento del pacifico Letta è riuscito a comporre. Così il decreto, che la Prestigiacomo voleva approvare prima di Natale è stato rinviato. E lei, furibonda ha lasciato il salone del Consiglio: «Me ne vado, sennò gli alzo le mani». Nemmeno Berlusconi ha salutato. Chissà se il Cavaliere se n’è reso conto. Perché lui c’era,ma era come se non ci fosse.

E noi qui a pensare che non ci sarà neanche la restituzione del fiscal drag perché l’inflazione programmata è del 1,7% ma quella reale è 3,8%! Sic!

 

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NAVE DEI VELENI A CETRARO : una storia infinita

8 Novembre 2009 , Scritto da CARANAS Con tag #ATTUALITA'

Si , quella nave forse non è la Catania  ...  clicca sul  link

http://espresso.repubblica.it/multimedia/18371092

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Il crocifisso, simbolo di sofferenza che non può offendere nessuno

8 Novembre 2009 , Scritto da CARANAS Con tag #POLITICA

Sullo stesso tema di ieri , credo sia importante riportare cosa pensa il Prof. Claudio Magris

 

 

 

Il giovane Sami Albertin — la cui madre ha chiesto la rimozione del crocifisso dalle scuole statali approvata dalla Corte europea dei diritti dell’uomo, ricevendo per questo su forum e blog volgari insulti da chi, per il solo fatto di proferirli, non ha diritto  di dirsi cristiano — dev’essere molto sensibile e delicato come una mimosa, se, com’egli dice, «si sentiva osservato» dagli occhi  dei crocifissi appesi nella sua classe.

 

Se erano tre, come egli ricorda, erano un po’ troppi, ma provare turbamenti da giovane Werther o da giovane Törless è forse un po’ esagerato; fa pensare a quella prevalenza dei nervi sui muscoli irrisa da Croce, che preferiva studenti  studiosi e gagliardi a precoci giacobini.

 

La sentenza e soprattutto i suoi strascichi provocheranno — ed è questa la conseguenza più grave — un passo indietro in quella continua lotta per la laicità che è fondamentale, ma che è efficace — ha ricordato Bersani, uno dei pochi a reagire con equilibrio a tale vicenda — solo se non travolge il buon senso e non confonde le inique ingerenze clericali da combattere con le tradizioni che, ancora Bersani, non possono essere offensive per nessuno. La difesa della laicità esige ben altre e più urgenti misure: ad esempio — uno fra i tanti — il rifiuto di finanziare le scuole private, cattoliche o no, e di parificarle a quella pubblica, come esortava il cattolicissimo e laicissimo Arturo Carlo Jemolo.

 

 

Sono contrario a ogni Concordato che stabilisca favori a una Chiesa  piuttosto che a un’altra anche se numericamente poco rilevante; ritengo ad esempio — è solo un altro esempio fra i tanti — che il matrimonio cattolico e il suo eventuale annullamento ecclesiastico non dovrebbero avere alcuna rilevanza giuridica, che dovrebbe essere conferita solo dal matrimonio e dal suo eventuale annullamento civile. «Frate, frate, libera Chiesa  in libero Stato!», pare abbia detto Cavour in punto di morte al religioso che lo esortava a confessarsi. Forse è una leggenda , ma esprime bene la fede nel valore della laicità — che non è negazione di alcuna fede religiosa e può anzi  coesistere con la fede più appassionata, ma è distinzione rigorosa di sfere, prerogative e competenze.

 

L’obbligatoria rimozione del crocifisso è formalmente ineccepibile, in quanto la separazione fra lo Stato e la Chiesa — tutte le Chiese — non richiede di per sé la presenza di alcun simbolo religioso. La legge tuttavia consente di temperare la formale applicazione del diritto  con l’equità ossia con la giustizia nel caso concreto. Ad esempio è giusto che i responsabili di istituzioni pubbliche non possano affidare lavori che riguardino quest’ultime senza indire pubbliche gare di appalto, perché altrimenti si favorirebbe la corruzione.

 

Confesso che trenta o quarant’anni fa, all’epoca in cui dirigevo a Trieste un minuscolo e fatiscente Istituto di Filologia germanica, quando in una gelida giornata invernale di bora si era rotto il vetro di una piccola finestra ed entrava il gelo, non ho indetto alcuna gara d’appalto bensì ho cercato nella guida telefonica il vetraio più vicino, l’ho chiamato e gli ho pagato la piccola cifra richiesta, facendola gravare sulle piccole spese destinate all’acquisto di cancelleria, gomme, carta igienica, gesso.

 

Formalmente sarebbe stato possibile incriminarmi, ipotizzando un mio illecito accordo col vetraio; ad ogni buon conto confesso il reato solo ora, in quanto caduto in prescrizione. Credo tuttavia che, in quel caso come in altri, ciò avrebbe convalidato il detto, proclamato da rigorosi giuristi e non da teste calde, «summum ius, summa iniuria» — massimo diritto , massima ingiustizia.

 

E così forse è il caso del crocifisso. Quella figura rappresenta per alcuni ciò che rappresentava per Dostoevskij, il figlio di Dio morto per gli uomini; come tale non offende nessuno, purché ovviamente non si voglia inculcare a forza o subdolamente questa fede a chi non la condivide. Per altri, per molti, potenzialmente per tutti, esso rappresenta ciò che esso rappresentava per Tolstoj o per Gandhi, che non credevano alla sua divinità ma lo consideravano un simbolo, un volto universale dell’umanità, della sofferenza e della carità che la riscatta. Un analogo discorso, naturalmente vale per altri volti universali della condizione umana, ad esempio Buddha, il cui discorso di Benares parla anche a chi non professa la sua dottrina ed è radicato nella tradizione di altre civiltà come il cristianesimo nella nostra. Per altri ancora, scriveva qualche anno fa Michele Serra, quel crocifisso è avvolto dalla pietas dei sentimenti di generazioni. Altri ancora possono essere del tutto indifferenti, ma difficilmente offesi.

 

Si può e si deve osservare che le potenze terrene di cui quel crocifisso è simbolo e sostanza ossia le Chiese si sono macchiate e talvolta si macchiano ancora di violenze, prepotenze, ipocrisie, che negano quell’uomo in croce e fanno del male agli uomini. Tutte le Chiese, non solo la cattolica; anche i protestanti hanno i loro roghi di streghe e la consonante finale dell’orrenda sigla razzista wasp (bianchi anglosassoni protestanti, sprezzantemente contrapposti ai neri). Naturalmente, siccome a noi stanno sullo stomaco le prepotenze della Chiesa  cattolica, quando essa le commette, è giusto prendersela con essa prima che con le malefatte di altre confessioni in altri Paesi.

 

Ma come quella p di wasp non offusca la grandezza della Riforma protestante e del suo libero esame, i misfatti e le pecche delle Chiese cristiane d’ogni tipo non offuscano l’universalità di Cristo, che anzi  le chiama a giudizio. Su ogni bandiera e anche sulla croce ci sono le fetide macchie dei delitti commessi dai loro seguaci. In nome della patria si sono perpetrate violenze feroci; in nome della libertà e della giustizia si sono innalzate ghigliottine e creati gulag; in nome del profitto svincolato da ogni legge si sono compiute inaudite ingiustizie e crimini. Sulla bandiera dell’Inghilterra e della Francia c’è anche lo sterco della guerra dell’oppio, una guerra mossa per costringere un grande ma allora indifeso Paese a drogarsi in nome del profitto altrui.

 

L’elenco potrebbe continuare a piacere. Ma le barbarie nazionaliste non cancellano l’amor di patria; la guerra dell’oppio non cancella l’universalità della Magna Charta e della Dichiarazione dei Diritti dell’89 e quelle bandiere, inglese e francese, restano degne di rispetto e d’amore; il gulag installato in uno Stato che si proclamava socialista non distrugge l’universalità del socialismo e la ghigliottina non ha decapitato l’idea di libertà e di repubblica. E così tutto il negativo che si può e si deve addebitare alle Chiese cristiane non può far scordare anche il grande bene che loro si deve; la Chiesa  cattolica non è solo Monsignor Marcinkus; è anche don Gnocchi e don Milani o padre Camillo Torres, morto combattendo per difendere i più miseri dannati della terra.

 

Quell’uomo in croce che ha proferito il rivoluzionario discorso delle Beatitudini non può essere cancellato dalla coscienza, neanche da quella di chi non lo crede figlio di Dio. La bagarre creata da questa sentenza farà dimenticare temi ben più importanti della difesa della laicità, fomenterà i peggiori clericalismi; dividerà il Paese in modo becero su entrambi i fronti, darà a tanti buffoni la tronfia soddisfazione di atteggiarsi a buon prezzo a campioni della Libertà o dei Valori, il crocifisso troverà i difensori più ipocriti e indegni, quelli che a suo tempo lui definì «sepolcri imbiancati».

 

Il Nostro Tempo ha ricordato che Piero Calamandrei — laico antifascista, intransigente nemico della legge truffa dei governi democristiani e centristi di allora— aveva proposto di affiggere, nei tribunali, il crocifisso non alle spalle ma davanti ai giudici, perché ricordasse loro le sofferenze e le ingiustizie inflitte ogni giorno a tanti innocenti. Evidentemente Calamandrei era meno delicatino del giovane Albertin.

 

In Italia, la sentenza è un anticipato regalo di Natale al nostro presidente del Consiglio, cui viene offerta una imprevista e gratissima occasione di presentarsi nelle vesti a lui invero poco consone, di difensore della fede, dei valori tradizionali, della famiglia, del matrimonio , della fedeltà, che quell’uomo in croce è venuto a insegnare. È venuto per tutti, e dunque anche per lui, ma questo regalo di Natale non glielo fa Gesù bambino bensì piuttosto quel rubizzo, giocondo e svampito Babbo Natale che fra poche settimane ci romperà insopportabilmente le scatole, a differenza di quel nato nella stalla.

 

Claudio Magris

 

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Crocifisso e ora di religione

6 Novembre 2009 , Scritto da CARANAS Con tag #POLITICA

Le sfide glocali continuano

 

                                                                                         di Carmelo Anastasio

 

Prima la sentenza del TAR del Lazio che accoglie i ricorsi di varie associazioni laiche e altre confessionali per annullare le ordinanze Fioroni atte a valutare la frequenza dell’insegnamento della religione cattolica , ora da Strasburgo quella della Corte europea dei diritti dell’uomo che accogliendo il ricorso di una cittadina italiana stabilisce : « la presenza dei crocifissi nelle aule scolastiche costituisce una violazione del diritto dei genitori a educare i figli secondo le loro convinzioni e una violazione  alla libertà di religione degli alunni ». Per entrambe le sentenze il Vaticano ha espresso stupore e rammarico equiparando il pronunciamento della Corte europea a una sentenza « miope e sbagliata » e basata su una « visione parziale e ideologica ». Da una parte gongolamenti, dall’altra seria preoccupazione.

Sull’ora di religione, al di là di alcune mie posizioni fondamentalmente laiche, la mia esperienza (ho lavorato per lunghi anni nella scuola come dirigente) intravvede nel provvedimento del  TAR del Lazio, una discriminazione al rovescio verso la maggioranza degli studenti (9 su 10) che scelgono di avvalersi di tale insegnamento o di quello alternativo. Non credo che ci siano reali trattamenti di favore verso la religione cattolica . Tutt’al più si dovrebbe/potrebbe  discutere di un diverso reclutamento degli insegnanti di religione pagati dallo Stato ( 85% laici). A nessuno è imposta la frequenza dell’I.R.C. . C’è però da dire anche che con l’insufficienza delle risorse per la scuola di “via dei tagli” , è diventato quasi impossibile per i presidi organizzare l’offerta di materie alternative all’ora di religione. L’opzione non è mai decollata rimanendo  l’alternativa  una sorta di rottura di schemi tradizionali in una realtà che invece è sempre più interculturale. C’è ingiustizia? C’è un attacco alla libertà religiosa? C’è nella misura che si vuol far credere attraverso i media? Non credo. Oggi più che mai si parla di apertura alle altre religioni (siamo nel global e il cammino sarà piuttosto lungo ma necessario) e i vertici dovrebbero assumere posizioni più forti e non asfittiche per favorire il riconoscimento della R.C. come parte integrante delle tradizioni e della storia d’Italia, insomma una coté assai più affilata.

L’I.R.C. è previsto dal Concordato e quindi va valutato senza perciò discriminare quel 91,1 % di studenti che l’hanno scelto e rendendo reale e operante la scelta credibile dell’ora alternativa che nella realtà non c’è. Gli accordi con la Santa Sede conferiscono alla Chiesa il diritto di impartire nelle scuole italiane un insegnamento religioso (che non è catechesi) facoltativo. C’è chi pensa che lo Stato non dovrebbe avere tale obbligo , ma c’è, da diversi anni. Sarebbe forse meglio assicurare lo stesso diritto ad ogni altra confessione religiosa per vivere una scuola moderna, aperta ai valori della civiltà di oggi e democratica in senso sostanziale. Si potrebbe ad esempio utilizzare l’ora alternativa per approfondire i temi della religione islamica in forma di consapevolezza dei contenuti culturali di tale religione. Sottolineo il forse perché in quest’epoca non ne sono convinto totalmente ma, vi assicuro, un eventuale pathos legato al  fondamentalismo non c’entra. E’ che non ci sono le condizioni per una revisione del Concordato  o per la sua abolizione . E poi siamo sicuri che l’Italia vuole questo? In questo momento, una proposta del genere non farebbe altro che peggiorare irreversibilmente il clima  già agitato per altri versi (compreso lo studio dei dialetti a scuola). Ma siamo ancora una buona democrazia capace di  coniugare il glocale (il globale imposto dall’Unione Europea e il locale strettamente italiano ) e penso che una soluzione si troverà per la soddisfazione di tutti.

 

« via il Crocifisso dalle aule ?»

 

Assolutamente no! Il Crocifisso ( la maiuscola è voluta) non mi disturba come simbolo religioso. Non è il solito refrain ; certo, può infastidire altri che praticano altre religioni ma, basandomi sulla mia esperienza , non credo,  visto che la vista di altri simboli religiosi non ha mai danneggiato la mia educazione pluralistica garantita dalla nostra costituzione. Nell’affrontare l’argomento si corre il rischio di cadere in un lungo discorso retorico ma, lasciatemelo dire : il Crocifisso è l’Italia come è Universo, solo perché è semplicemente Amore. Poi uno può essere cattolico o meno, ma il messaggio che viene dalla croce va al di là di ogni credo. E se è Amore non può essere considerato segno di esclusione  o di limitazione . Per la storia e per la cultura italiana , il Crocifisso è sempre stato un valore fondamentale ed essenziale. Il Crocifisso unisce, non divide e finiamola con questi assalti con affermazioni di laicità di cui non se ne sente esigenza. Il grido dopo la sentenza della Corte europea è bipartisan : “ Pilato è risorto a Strasburgo” !

Il Crocifisso non offende nessuno. Siamo noi che con i nostri egoismi l’offendiamo continuamente e queste sentenze non fan altro che privare una volta di più di quei valori fondamentali non solo  la nostra gente ma  popolazioni intere.

Concludo con una boutade : “ il Crocifisso è  dappertutto , ma non è la Coca Cola !”

 

                                                             © RIPRODUZIONE RISERVATA

 

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Alda Merini , la piccola ape furibonda se n'è andata

2 Novembre 2009 , Scritto da CARANAS Con tag #ATTUALITA'

Voglio ricordare la poetessa in modo molto semplice riportando  alcune sue parole:

"Anche i grandi poeti (............) fanno massa nel corpo d'amore della nostra società che ormai é vuoto, così vuoto che non riconosce neanche più i suoi figli. "

 

           Amore non dannarmi

               Alda Merini

Amore non dannarmi al mio destino

tienimi aperte tutte le stagioni

fa che il mio grande e tiepido declino

non si addormenti lungo le pulsioni

metti al passivo tutte le passioni

dormi teneramente sul cuscino

dove crescono provvide ambizioni

d'amore e di passione universale,

toglimi tutto e non mi fare male.

 

 

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