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Blog  di Caranas

O.P.G. Ospedali Psichiatrici Giudiziari

20 Marzo 2011 , Scritto da CARANAS Con tag #ATTUALITA'

 

 

«Semplicemente un inferno». Lapidario, Ignazio Marino definisce così i sei ospedali giudiziari psichiatrici italiani. Li ha visitati a sorpresa, in qualità di presidente della commissione parlamentare d′inchiesta sul servizio sanitario nazionale. E v′ha trovato 1.500 dannati. Donne e uomini «dimenticati».

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Insieme a lui gli altri membri della commissione, Michele Saccomanno, senatore del Pdl, e Daniele Bosone, democratico, hanno presentato ieri in conferenza stampa un video shock, che sarà trasmesso domenica nel corso dell′ultima puntata di Presa Diretta, su Rai Tre. Qui se ne può vedere un estratto.

 

Il filmato è eloquente. Luoghi sozzi, angusti, degradati. Spazzatura ovunque. Un bagno alla turca otturato con bottiglie rotte per impedire ai ratti di uscire. Pazienti abbandonati, spogliati della loro dignità, trattati in modo disumano. Metodi di contenzione al limite della tortura. Uno dei malati dev′essere stato perennemente immobilizzato, legato braccia e gambe ad un letto arrugginito dalla sua urina e con un buco, al centro, per farne defluire le feci. Intollerabile


Non tutti i detenuti sono pericolosi. Ce ne sono 376 che potrebbero essere «liberati» subito. Uno di questi è stato rinchiuso «per aver rubato 7 mila lire». Un altro perché s′è mostrato vestito da donna, 25 anni fa, all′uscita di una scuola. La commissione parlamentare si occuperà soprattutto di quelli come loro. Internati per decenni, reclusi per reati minori, diventano ergastolani perché nessuno lavora a percorsi di assistenza alternativi. Nessuno li vuole.

 

«Raccogliere i dati - ha raccontato Marino - non è stato per niente semplice. Reticenze, diffidenze, inesattezze hanno scandito il lavoro fin dalle prime settimane». Saccomanno annuncia il finanziamento di dieci milioni di euro, per le dimissioni dei pazienti che non sono socialmente pericolosi. Più drastico Bosone, che è anche un medico: «gli ospedali giudiziari psichiatrici - dice - debbono chiudere».

 

Fonti

Il Messaggero

Il Fatto Quotidiano

 


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LA FIDANZATA DI BERLUSCONI

20 Marzo 2011 , Scritto da CARANAS Con tag #SATIRA UMORISMO COLTO

Finalmente scoperta la fidanzata di Berlusconi

 

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Twitter mi chiede cosa sto facendo

Facebook mi chiede cosa sto pensando

Foursquare mi chiede dove mi trovo.

 

Internet è la mia fidanzata !

 

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Chi salvò la vita al dittatore Gheddafi? Berluscones leggete un po'

20 Marzo 2011 , Scritto da CARANAS Con tag #POLITICA

Tra il 1985 e il 1986 diversi episodi generarono tensione e crisi nelle relazioni fra Italia, Stati Uniti e Libia.

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Dal 7 all'11 ottobre 1985 si consumò la cosiddetta "Crisi di Sigonella", un complesso caso diplomatico che rischiò di sfociare in uno scontro armato tra militari italiani da una parte e gli uomini della Delta Force statunitensi dall'altro. A Sigonella i militari italiani avevano impedito a quelli della Delta Force Usa di catturare i dirottatori dell'Achille Lauro ed Abu Abbas, loro capo, che aveva mediato per conto dell'OLP e su richiesta del governo italiano la liberazione della nave[2].

Il 24 e il 25 marzo 1986, nel golfo della Sirte si svolse un'azione bellica aero-navale degli Stati Uniti d'America contro la Libia.

Il 14 aprile 1986, la sera precedente all'attacco libico missilistico su Lampedusa, gli Stati Uniti d'America sferrarono tre attacchi aerei sulla Libia, al fine di assassinare il presidente Muammar Gheddafi[3], nome in codice dell'Operazione fu "El Dorado Canyon". 24 aerei [4] bombardieri americani attaccano la capitale libica, Tripoli, e altri 6 obiettivi, distruggendo la residenza di Muʿammar Gheddafi. Fu un'operazione decisa dal presidente degli Stati Uniti Ronald Reagan, in risposta all'attentato alla discoteca La Belle di Berlino del 5 aprile 1986, frequentata da soldati Usa in Germania, con un bilancio di tre morti e 250 feriti [2][5]. Il presidente libico sfuggì alle bombe, ma tra le vittime dei bombardamenti statunitensi vi furono Hanna Gheddafi, una delle sue figlie adottive (di 15 mesi d'età) e decine di vittime civili. Gli aerei statunitensi erano decollati dalla Gran Bretagna e dalle portaerei USS America e USS Coral Sea, che incrociavano nel Golfo della Sirte.

Secondo quanto riferito dalle autorità libiche e confermato da Giulio Andreotti, Bettino Craxi, allora presidente del consiglio italiano, avrebbe avvisato Gheddafi dell'imminente attacco [5] consentendogli così di salvarsi.

 

 FONTE : Wikipedia

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Raid dei caccia francesi attorno a Bengasi

19 Marzo 2011 , Scritto da CARANAS Con tag #POLITICA

 

Migliaia di civili in fuga dalla città. Sono stati distrutti quattro tank delle truppe del Colonnello

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(Ap) In Libia, alle 17,45, è stata sganciata la prima bomba occidentale. Muammar Gheddafi non molla ma i caccia francesi hanno iniziato a colpire i suoi obiettivi militari.

Nel giorno del summit di Parigi che ha deciso l'intervento internazionale, e all'indomani della dichiarazione di «cessate il fuoco» (e dei dubbi sollevati dagli Stati Uniti, secondo i quali il Colonnello non starebbe rispettando la tregua), il Colonnello aveva attaccato Bengasi e minacciato l'Occidente.

RAID AEREI IN CORSO: COLPITI QUATTRO TANK - «Da 30 minuti sono in corso raid dell'aviazione francese su obiettivi militari» appartenenti alle truppe del colonnello Muammar Gheddafi ha riferito l'emittente Al-Arabiya, senza aggiungere ulteriori dettagli. Sono stati distrutti quattro carri armati appartenenti alle truppe del Colonnello Muammar Gheddafi, secondo quanto ha riferito l'emittente Al-Jazeera, citando una propria fonte in Libia, secondo cui il raid è avvenuto a sud-ovest di Bengasi. Poco più tardi è arrivata anche la conferma del ministero della Difesa francese.

Alle 17:45 ora italiana erano iniziate le operazioni militari aeree contro le forze libiche leali a Muammar Gheddafi, in una zona di 100-150 chilometri intorno a Bengasi, bastione dei rivoltosi nell'est del Paese. Due fregate di difesa aerea francesi sono attualmente al largo della Libia: la fregata Jean Bart e la Forbin.

 

«RIMPIANGERETE L'INGERENZA» - In precedenza, in una lettera indirizzata a Nicolas Sarkozy e a David Cameron, il Raìs aveva minacciato il presidente francese e il premier

 

Gheddafi sfida il mondo britannico, spiegando che le potenze occidentali non hanno diritto di intervenire in Libia e che «si pentiranno» della loro ingerenza.

 

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I RESPONSABILI (?) ALZANO IL PREZZO

19 Marzo 2011 , Scritto da CARANAS Con tag #POLITICA

Visto il mancato rimpasto, Iniziativa responsabile chiede un accordo organico con il centrodestra. Scilipoti: "Se Pdl e Lega non accettano un programma condiviso, non entriamo nel governo e decidiamo di volta in volta che cosa votare"

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Mani libere. Perché “la terza gamba della maggioranza è afflitta da crampi sempre più forti e rischia di andare in cancrena…”. Mentre scoppia la guerra con la Libia, il Cavaliere viene mollato dai fedeli “Responsabili”. Visto il no al rimpasto decretato dal Capo dello Stato, gli uomini di Moffa e Scilipoti tirano i remi in barca e minacciano; se non ci sarà un “programma condiviso” con Pdl e Lega, non solo “non entreremo nel governo”, ma “decideremo di volta in volta come comportarci al momento del voto”. Dunque la maggioranza su cui contava Berlusconi per far passare liscio anche il processo breve e altre norme ad personam – e di cui aveva annunciato giusto l’altro giorno alla Camera un ulteriore incremento con l’arrivo di “altri tre uomini di Fli”- in realtà gli si sta rivoltando contro. E, di certo, non lo tutela più come prima.

Gli mancava solo questa al Cavaliere. In pratica, nonostante la melina messa in atto in questi giorni e le assicurazioni date a più riprese allo stesso Moffa che “il rimpasto si farà, solo in un’unica soluzione”, i seguaci di Saverio Romano si sono sentiti menati per il naso. Fin dal rifiuto di Napolitano di consentire un allargamento della compagine di governo con un decreto che superasse i paletti della Bassanini, a tutti è apparso chiaro che mai i posti di governo disponibili sarebbero stati abbastanza per accontentare tutti. Anzi. A ben guardare il Cavaliere avrebbe messo in palio solo quelli lasciati vacanti dai finiani in fuga. Troppo pochi. Ecco, allora, la necessità di alzare il tiro per avere quel “riconoscimento politico” invocato anche l’altro giorno da Saverio Romano, ancora scosso per la bocciatura del Colle sul suo nome. Il clima, comunque, è sempre più teso: “Stavolta il Cavaliere sta scherzando con il fuoco”, sibila una fonte interna a Iniziativa Responsabile. Il ricatto serve comunque per arrivare alla conquista di almeno qualcuna delle poltrone vacanti. I posti al governo su cui i Responsabili hanno puntato gli occhi sono sei (sui 12 disponibili): uno di questi è quello da ministro (in pole resta Saverio Romano per l’Agricoltura con Giancarlo Galan pronto a traslocare ai Beni culturali). La ‘cinquina’ comprende anche due caselle da ‘vice ministri’: Massimo Calearo punta al Commercio con l’estero, mentre Francesco Pionati è tra i papabili per la delega alle Comunicazioni. “E’ chiaro – ha avvertito Pionati – che per dare forza al premier ci vuole una soluzione equilibrata e contestuale”. E se non ci sarà, il Cavaliere stavolta si troverà in un mare di guai. Perché uomini come Domenico Scilipoti, nonostante le apparenze, non hanno alcuna voglia di cedere. E’ stato lui a chiarire quali saranno le prossime mosse dei “Responsabili” per tenere sulla graticola Berlusconi: “Lunedì ci riuniremo e martedì definiremo il programma. Successivamente lo sottoporremo al Pdl e alla Lega”. E se il programma non dovesse essere condiviso? “A quel punto non ci sarebbe nessuna necessità di entrare nel governo – ecco la sua risposta – e decideremo che cosa fare di volta in volta”.

Berlusconi comincia dunque a vedere l’abisso? Ieri è tornato a parlare anche il leader del Pid Saverio Romano: “Incontreremo il presidente del Consiglio per capire cosa fare da qui alla fine della legislatura. Solo dopo discuteremo della nostra integrazione nel governo. Noi – ha spiegato l’esponente di Ir su cui pende un’indagine scaturita da alcune dichiarazioni di MassimoCiancimino – vogliamo fare un accordo organico col centrodestra. Il 14 dicembre siamo intervenuti per evitare una crisi al buio, per evitare il ribaltone. Oggi c’è una fase nuova. E’ bene che una maggioranza con 10 voti di fiducia in più si articoli anche sulle questioni di governo”. “Serve da parte nostra – ragionava dal canto suo Silvano Moffa – una compiuta elaborazione politico-programmatica che sappia essere interlocutrice del governo come terza gamba della coalizione. E sono convinto che non ci possa essere un progetto politico senza un progetto culturale”. Infine, ovviamente la lista della spesa delle richieste: “Che ci sia anche una rappresentanza del nostro gruppo al governo è fisiologico – ha convenuto Moffa – è nelle cose: non è un’esigenza che nasce da logiche di do ut des o di compensazione che non appartengono alla mia cultura”. A quella dei suoi sodali, però, forse sì.

 

Fonte : Il Fatto

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BEPPE GRILLO : QUESTI POLITICI SON TUTTI MORTI

18 Marzo 2011 , Scritto da CARANAS Con tag #POLITICA

ED ECCO BUSI , ALTRA VERITA'
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LIBIA : ORA E' GUERRA A GHEDDAFI

18 Marzo 2011 , Scritto da CARANAS Con tag #POLITICA

* Consiglio sicurezza autorizza "tutte le misure necessarie"

* Gran Bretagna annuncia preparazioni aerei per operazione Libia

* Misurata sotto pesanti bombardamenti, ribelli chiedono aiuto 

di Maria Golovnina e Patrick Worsnip

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TRIPOLI/NAZIONI UNITE (Reuters) - Il governo di Muammar Gheddafi ha detto di aver dichiarato un cessate-il-fuoco unilaterale nella sua offensiva per soffocare la ribellione in Libia, mentre gli aerei militari dell'Occidente si preparano ad attaccare le sue forze armate.

 

"Abbiamo deciso un immediato cessate-il-fuoco e un immediato stop a tutte le operazioni militari", ha detto ai giornalisti a Tripoli il ministro degli Esteri Moussa Koussa, dopo che il Consiglio di Sicurezza dell'Onu ha approvato una risoluzione che autorizza l'azione militare.

 

Nel frattempo da Madrid il segretario generale dell'Onu Ban Ki-Moon, che domani incontrerà i leader europei e africani, ha dichiarato che è assolutamente necessario che le autorità libiche cessino le ostilità immediatamente.

 

Il ministro degli Esteri libico ha invocato il dialogo fra tutte le parti. Gheddafi ieri aveva proclamato che "non avrà pietà", e i ribelli hanno invocato l'aiuto dall'estero prima che sia troppo tardi, aggiungendo che la città di Misurata è sottoposta a un pesante bombardamento da parte delle forze governative da stamattina.

 

La Francia, una delle principali nazioni sostenitrici dell'intervento militare, ha detto di essere cauta a proposito dell'annuncio del cessate-il-fuoco e che "la minaccia sul terreno non è cambiata".

 

Le autorità occidentali hanno dichiarato che l'azione militare potrebbe includere Francia, Gran Bretagna, gli Stati Uniti e uno o più Paesi arabi.

 

Il primo ministro britannico David Cameron ha annunciato oggi che la Gran Bretagna sta per spostare i suoi aerei militari verso basi da cui potranno poi partire verso l'operazione in Libia.

 

Il Qatar ha comunicato che prenderà parte all'operazione ma non è chiaro se questo significhi un aiuto militare, mentre la Danimarca ha detto che fornirà aerei da guerra. La Francia ospiterà domani dei colloqui per discutere l'azione da intraprendere.

 

Gli abitanti di Misurata hanno riferito che la città, in mano ai ribelli, si trova sotto bombardamenti a tappeto delle forze di Gheddafi.

 

"Stanno bombardando tutto, case, moschee e persino ambulanze", ha detto al telefono a Reuters Gemal, un portavoce dei ribelli dall'ultima roccaforte degli insorti nell'ovest del Paese.

 

Secondo un medico, nella città in mano agli insorti si contano almeno 25 morti.

 

Un altro ribelle che si fa chiamare Saadoun ha detto: "Riteniamo che vogliano entrare nella città ad ogni costo prima che la comunità internazionale inizi a mettere in pratica la risoluzione dell'Onu. Chiediamo alla comunità internazionale di fare qualcosa prima che sia troppo tardi. Devono agire ora".

 

"CASA PER CASA"

 

Il tempo sta scadendo anche per Bengasi, la città orientale che è stata il cuore della ribellione in Libia.

 

Le truppe di Gheddafi non hanno dato corso alla minaccia di conquistare la roccaforte dei ribelli nella notte, dopo che la loro rapida controffensiva li ha portati a meno di 100 chilometri dalla città.

 

"Stiamo arrivando. Casa per casa, stanza per stanza", ha detto Gheddafi ieri in un discorso alla radio rivolto alla città di Bengasi, nell'est del Paese. "Vi staneremo dai vostri nascondigli. Non avremo alcuna pietà".

 

La tv Al Jazeera ha mostrato migliaia di persone che ascoltavano il discorso nella piazza centrale di Bengasi e poi l'esplodere dei festeggiamenti dopo la notizia del voto dell'Onu. Ci sono stati anche fuochi d'artificio e sono risuonati colpi d'arma da fuoco.

 

Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, riunito in seduta d'emergenza, ha approvato una risoluzione che prevede la creazione di una no-fly zone per fermare le truppe governative e che autorizza "tutte le misure necessarie" per proteggere i civili dalle forze di Gheddafi.

 

Dieci dei 15 membri del Consiglio di sicurezza hanno votato a favore della risoluzione, mentre Russia, Cina e Germania sono tra gli astenuti. La risoluzione è stata proposta da Francia, Gran Bretagna, Stati Uniti e Libano.

 

Oltre all'azione militare il testo allarga lo spettro delle sanzioni contro Gheddafi e il suo clan. Tra le aziende i cui beni sono stati congelati dall'Onu c'è la Libyan National Oil e la banca centrale.

 

Il presidente Usa Barack Obama ha chiamato i leader di Francia e Gran Bretagna, che si sono detti d'accordo per coordinare le prossime mosse.

 

L'Italia è pronta a mettere a disposizione le proprie basi militari, ha detto a Reuters una fonte governativa. La base aerea di Sigonella in Sicilia, che fornisce supporto logistico alla Sesta Flotta degli Stati Uniti, è una delle più vicine alla Libia.

 

"E' uno sviluppo positivo", ha detto la fonte alcuni minuti dopo l'approvazione della risoluzione a favore della no- fly zone. Alla domanda se l'Italia abbia deciso di mettere a disposizione le proprie basi, la fonte ha risposto: "Sì, abbiamo detto che siamo pronti a farlo".

 

Un'azione militare straniera potrebbe comprendere il rispetto del divieto del volo di aerei e del passaggio di mezzi via terra in certe aree del paese, una zona di esclusione marittima, interferenze nelle comunicazioni militari e aiuto di intelligence ai ribelli. Eventuali raid aerei avrebbero quasi certamente come obiettivo la messa fuori uso dei radar e delle difese aeree libiche.

 

L'ente europeo di controllo del traffico aereo, Eurocontrol, ha detto di avere ricevuto informazioni da Malta secondo cui il controllo del traffico aereo di Tripoli non accettà più velivoli nel suo spazio aereo "fino a nuovo avviso".

 Fonte : Reuters

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Eran 300 giovani e forti e sono morti

17 Marzo 2011 , Scritto da CARANAS Con tag #POLITICA

 

 Giovanni Battista Falconecosentino rivoluzionario al seguito di  Carlo  Pisacane )

 Giovanni Nicotera (calabrese rivoluzionario al seguito di Carlo Pisacane    e futuro Ministro dell'Interno)

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Il 27 giugno del 1857 a Ponza vi era una gran calura, il mare era calmo e nel cielo splendeva un sole estivo senza precedenti. Alle ore 15 tutta l’isola era impegnata nella quotidiana siesta: i Ponzesi, i detenuti del bagno penale, i militari addetti alla loro sorveglianza, i relegati in semilibertà: tutti dormivano.
Nella rada del porto, di fronte alla batteria “Lanternino”, apparve ed accostò lentamente una enorme e bella nave a vapore dal nome in oro: “Cagliari”. Non issava la bandiera tricolore, come dice il Mercantini, bensì la “bandiera rossa” di avaria alle macchine. Stancamente dal porto mosse una lancia che accostò all’inconsueta nave per parlamentare ed offrire assistenza secondo le regole marinare. Quella dell’avaria fu solo uno stratagemma per prendere degli ostaggi. E funzionò. Il Pisacane, accompagnato dai compagni armati di fucili e pistole, sbarcò con la stessa lancia aggredendo la guarnigione portuale ed intimando la resa, pena la morte degli ostaggi trattenuti sulla nave. Nonostante le minacce, alcuni militari del presidio reagirono prima di arrendersi generando un vivace conflitto a fuoco che causò morti e feriti. Gli echi dello scontro ruppero il silenzio pomeridiano e la gente, destata di soprassalto, raggiunse incuriosita le finestre, i balconi ed i tetti per osservare cosa stesse accadendo al porto. Il gran trambusto, gli spari, il fermento di uomini, divise e bandiere mai viste prima di allora fecero emergere nella mente dei Ponzesi un ricordo antico e tremendo: i pirati. Terrorizzati, cominciò un fuggi fuggi generale in un crescente panico che, in breve, fece perdere la calma anche a chi non sapeva cosa stesse esattamente accadendo. Isolani, militari e relegati in regime di semilibertà scappavano per ogni dove a cercare un nascondiglio sicuro. Mentre il Pisacane raggiungeva il quartier generale presso la Torre di Ponza, ponendolo in assedio ed intimandone la resa, i suoi compagni, Giovanni Battista Falcone e Giovanni Nicotera, issarono una bandiera rossa nella piazza principale e quindi, a gran voce, cominciarono a dar spiegazioni di quanto stava accadendo. Ripresosi dallo spavento si affacciarono timidamente dapprima i relegati in semilibertà e quindi i residenti che, comunque diffidenti, si mantennero a distanza di sicurezza.
Ma quelle teorie politiche così lontane dalla realtà del popolo non attecchirono anzi causarono sgomento e maggior timore. Addirittura reazione quando il Falcone, con dire sicuro e sprezzante, inveì contro la religione, il re e le terre demaniali. I Ponzesi solo sette giorni prima avevano celebrato solennemente il Santo Patrono Silverio e le parole dissacranti del Falcone non piacquero affatto. Inoltre a Ponza, così come in tutte le regioni del sud, i contadini coltivavano le terre demaniali quali usi civici loro assegnati gratuitamente come beni provenienti dallo smantellamento graduale degli antichi feudi. Essi sfruttavano terreni dello stato in “enfiteusi perenne” tuttavia senza divenirne mai veri proprietari. Una specie di “sistema comunista” ante litteram. Sconvolgere quel delicato equilibrio, che comunque assicurava la vita, la pace e la giustizia sociale, spaventò i Ponzesi ancor più dei pirati tanto che, alla chetichella, lasciarono il luogo della riunione per vedere il da farsi. Intanto i rivoluzionari infervorati dai loro stessi discorsi parlavano di repubblica e di fantomatiche rivolte a Napoli, Roma, Genova, Livorno e Reggio Calabria ed alcuni militi della “compagnia disciplina” relegati a Ponza sembravano dar credito a quelle parole. Ma ciò non bastava a Pisacane: egli aveva bisogno di far scattare sul serio la scintilla della rivolta generale, non limitarsi a fare un comizio in quella semideserta ed ambigua piazza isolana. Avrebbe voluto cominciare proprio da Ponza la sua rivoluzione coinvolgendo la popolazione di quella sperduta isola, estremo confine dello Stato Napoletano, per poi sbarcare lungo le coste e propagare i moti. Pisacane ben presto si rese conto però che nonostante i suoi incitamenti proprio la popolazione non c’era. Ignorando i veri motivi di quella defezione, pensò di riuscire a coinvolgere tutti con l’azione e l’esempio innescando lui stesso la scintilla della rivolta. Per rendere la cosa più coinvolgente la scintilla la fece partire proprio da dove si governava la popolazione: gli uffici del Comune. Qui Giovanni Nicotera, futuro Ministro dell’Interno dello Stato Unitario, dopo essersi impossessato della cassa del Comune appiccò il fuoco agli archivi ed all’antica biblioteca dei monaci Cistercensi quindi, guidato dai relegati in semilibertà, fece il resto assaltando il dazio ed il giudicato (la pretura). Ma, com’era prevedibile, fu peggio: i Ponzesi presi da maggior sgomento si rinchiusero a doppia mandata nelle case e nelle caverne poste sulla sommità del Monte Guardia.
Il Pisacane, innervosito, deluso e disperato dall’atteggiamento di quella “strana popolazione a cui non andava di rivoltarsi contro il tiranno”, aprì i cancelli del bagno penale della “Parata” che allora accoglieva circa 1800 delinquenti comuni.
Una minacciosa turpe di individui invase vicoli e strade come un torrente in piena. I loro zoccoli crepitavano sul lastricato ed il brusio iniziale diventò man mano un vociare sguaiato e terrificante. Anni di lavori forzati, rabbia repressa mista ai più profondi e bestiali istinti avevano trasformato quegli uomini in belve dai lineamenti vagamente umani.
Il paese fu messo a ferro e a fuoco da quei forsennati: gli spari, le violenze, le urla, i lamenti echeggiarono per molte ore. Il fumo soffocante degli incendi propagatisi fino ai vigneti ed agli uliveti delle colline, contribuì a rendere ancora più tremendamente infernale quella notte di anarchia.
Il Pisacane, per inibire ogni reazione contro la sua operazione, si era preoccupato sin dallo sbarco di prendere in ostaggio il comandante della guarnigione Magg. Antonio Astorino ed i suoi ufficiali ma non pensò al prete: Don Giuseppe Vitiello. Questi, di fattezze minute ma di una furbizia ed un temperamento fuori da ogni immaginazione, comprese immediatamente la natura e gli intenti di quegli uomini. Già dallo sbarco, senza perdere tempo e, soprattutto, senza perdersi d’animo, si era dato da fare per creare una vera e propria linea difensiva a metà isola, raggruppando gendarmi e civili, impedendo così che il Pisacane ed i detenuti del bagno penale ormai liberi dilagassero su tutto il territorio isolano causando ben maggiori danni. Grazie alla prontezza del parroco, figura emblematica e vero eroe ponzese dimenticato, parte della popolazione poté mettersi in salvo raggiungendo anche a nuoto la zona nord dell’isola. Don Giuseppe, inoltre, ordinò un’incursione notturna per l’affondamento silenzioso delle imbarcazioni risparmiate dai rivoltosi ancora galleggianti ed all’ancora nel porto, per evitare fughe di massa ed, infine, organizzò un equipaggio che, con una lancia forte di 8 remi comandata da Ignazio Vitiello, partì alla volta di Gaeta per dare l’allarme e chiedere aiuto.
Fallita la rivolta popolare, il Pisacane si preoccupò di reclutare tra i relegati stessi quanta più gente possibile per lo scopo primario della sua missione: lo sbarco a Sapri. Ma anche questa volta la sua delusione fu tanta. Oltre alla diserzione dei ponzesi, di quelle migliaia di detenuti solo pochi si fecero avanti e nei volti di quei pochi si leggeva l’unico e vero obiettivo: raggiungere il continente per darsela a gambe. La maggior parte dei forzati che accettarono di seguire la spedizione erano di Sapri e dintorni, essi si erano macchiati di crimini e violenze di ogni genere e pertanto condannati ad espiare la loro pena ai lavori forzati nel bagno penale di Ponza. Gli altri preferirono restare ed accontentarsi di quella inaspettata ed insolita festa. Infatti, molti relegati dopo aver abusato di vino, cibo, canti, balli e violenze si disseminarono lungo spiagge, grotte e campi per abbandonarsi in un profondo sonno. Molti altri, alle prime luci dell’alba, rientrarono prudentemente nel bagno penale. Fatto giorno lo spettacolo era raccapricciante, ma Don Giuseppe, come al solito, non si perse d’animo. Assicuratosi che il Pisacane fosse effettivamente ripartito, fece liberare il comandante della guarnigione, gli ufficiali, i graduati ed il resto della gendarmeria che immediatamente si diede a riacciuffare qua e la i relegati ormai fiaccati dai bagordi notturni. Si spensero gli incendi, si recuperarono le masserizie e le suppellettili, si risistemò alla meglio la chiesa, si recuperarono gli animali, si ritirarono su le imbarcazioni, si aprì l’infermeria ai feriti, si ripulirono le strade e le piazze, fu issata la bandiera sulla Torre. Nel frattempo arrivò una nave da guerra che sbarcò alcune centinaia di militari con il compito di completare la bonifica ed arrestare i più ostinati ancora barricati e nascosti nelle campagne e negli anfratti.
Intanto il Pisacane ed i suoi trecento sbarcavano a Sapri, ma qui la popolazione non stava facendo la siesta come a Ponza, anzi fu molto arguta a riconoscere tra quegli “eroi” gli artefici di abominevoli delitti e non esitò ad imbracciare forconi e schioppi e, come il Mercantini recita: “eran trecento erano giovani e forti e sono morti”.
Fu una vera e propria carneficina, il preludio dell’enorme tragedia che dopo qualche anno investì il meridione d’Italia, preda della sanguinosa e devastante conquista militare del Piemonte, che vide la disperata reazione armata dei contadini del Sud che poi “scrittori salariati tentarono di infamare con nome di briganti" (Gramsci).

 

Fonte : Blog SOCIALE

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BERLUSCONI FISCHIATO AI 150 ANNI DI COMPLEANNO

17 Marzo 2011 , Scritto da CARANAS Con tag #POLITICA

DAL FATTO QUOTIDIANO

150 anni, Berlusconi fischiato anche a S.Maria degli Angeli: “Vergogna, vergogna”

Il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, insieme alle più alte cariche dello Stato, ha reso omaggio stamane all’Altare della Patria nel giorno delle celebrazioni per il centocinquantesimo anniversario dell’unità d’Italia.
Insieme al Capo dello Stato erano presenti i presidenti di Senato e Camera, Renato SchifaniGianfranco Fini, oltre che il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi. Presente anche il presidente della Corte Costituzionale, Ugo De Siervo, che in queste settimane non ha lesinato stoccate al premier per le sue parole sulla Consulta. Dopo aver passato in rassegna lo schieramento delle forze armate, il Capo dello Stato ha intonato l’inno nazionale accompagnato dalla banda della Polizia. A chiudere la cerimonia, il volo delle Frecce Tricolori.

Contestato Berlusconi prima al Gianicolo e poi a Santa Maria degli Angeli - Fischi e cori di disapprovazione hanno accolto questa mattina all’uscita Silvio Berlusconi, dopo la visita al Museo della Repubblica Romana, al Gianicolo, nel quadro delle celebrazioni per il 150esimo dell’Unità d’Italia. Praticamente senza distinzioni, a quanto hanno potuto constatare i cronisti presenti, la folla che si era raccolta nello slargo antistante il piccolo museo di Monteverde ha contestato il presidente del Consiglio, con slogan ritmati “dimissioni, dimissioni”, proseguiti anche quando il corteo di auto blu si è allontanato, al termine dell’impegno. Stessa accoglienza quando il premier è giunto alla Basilica di Santa Maria degli Angeli. Il presidente del Consiglio è stato fischiato in piazza della Repubblica, appena sceso dall’auto per entrare nella chiesa dove ad attenderlo c’era il Capo dello Stato per assistere insieme ad altre autorità alla celebrazione religiosa presieduta dal cardinal Angelo Bagnasco. “Dimettiti, dimettiti” è stato lo slogan gridato da un gruppo di cittadini. Altri fischi e un ‘vergogna, vergogna’ sono stati urlati anche quando Berlusconi è entrato nella Basilica. Anche in questa occasione, invece, come al Gianicolo la gente ha rivolto una calorosissima accoglienza al Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, salutato da applausi e incitamenti ad ogni tappa della lunga giornata romana.

Gli incitamenti al Capo dello Stato nelle varie tappe della celebrazione hanno un po’ fatto ombra alle esternazioni odierne del premier che, comunque, non so mancate. “Vado avanti, non lascio il paese in mano ai comunisti“, è stata la frase pronunciata da Silvio Berlusconi ad un gruppo di cittadini presenti alle celebrazioni dell’Unità d’Italia a Piazza Venezia.

A poche centinaia di metri da piazza Venezia, a Montecitorio, fervono i preparativi per le celebrazioni del pomeriggio con il Presidente Napolitano. Proiezioni di luci tricolore e simboli che ricordano la bandiera si vedono un po’ dappertutto nel palazzo che ospita il Parlamento. Il presidente della Camera Gianfranco Fini si è complimentato con gli organizzatori “è’ tutto molto bello” ma non entra nella polemica sui leghisti “abbiate pazienza, parlerò dopo” esclama ai cronisti. Intanto fuori dal palazzo, nella Galleria Colonna di Largo Chigi, un gruppo di ragazzi ha organizzato un flash mob: “C’è una festa alla quale non siamo stati invitati” è lo slogan di uno striscione srotolato da un gruppo di giovani precari.

C’è poi un’altra Italia che lavora costantemente per fronteggiare l’emergenza e che non dimentica, però, di lanciare un tributo al Paese. Sono gli ufficiali della guardia costiera italiana impegnati sulle coste di Lampedusa con l’aumento degli sbarchi di queste settimane. Oggi a mezzogiorno le motovedette suoneranno le proprie sirene per onorare la ricorrenza dei 150 anni. Ma a Lampedusa non mancano le polemiche. Innescate dal sindaco dell’isola, Bernardino De Rubeis, ”l’Italia, che oggi dovrebbe essere unita, non ci è vicina, per questo tengo la bandiera amezz’asta, in segno di protesta”, dichiara il primo cittadino, che aggiunge “c’è sofferenza degli operatori turistici dell’isola a causa della presenza di oltre tremila immigrati, che dovrebbero essere trasferiti altrove”.

Anche le “Snorq” ci tengono a lasciare un segno della loro presenza in questo 150mo anniversario. Un gruppo di una ventina di donne del comitato “Se non ora quando?” si sono riunite sotto il monumento di Anita Garibaldi e hanno affisso un lungo striscione con la scritta: “Le donne sono il nuovo Risorgimento”.  Poi il gruppo di attiviste ha dato il via ad un flash mob. “Abbiamo messo in scena questo flash-mob – racconta Claudia Bella – perché vogliamo farci sentire ancora. Non vogliamo disperdere l’esperienza del 13 febbraio, ma radicarla sul territorio romano per affrontare i tanti problemi di questa città. Nel centocinquantenario dell’Unità d’Italia – continua – siamo sempre di più il motore per il futuro del Paese e di Roma”.

L’Unità d’Italia è stata celebrata anche da molti dei nostri connazionali all’estero. I frati cappuccini in missione nel centro-Africa hanno voluto inviare alle redazioni dei giornali italiani un loro messaggio: ”Cappuccini d’Italia. Fratellidel mondo. Auguri, Italia, Grande Paese”. Una didascalia su una grande foto che ritrae sullo sfondo una capanna in paglia, a Bouar, nella Repubblica Centrafricana e cinque frati cappuccini che, sorridenti, innalzano la bandiera dell’Italia per festeggiare la giornata dell’Unità. Anche in Cina è stato ricordato il 150mo anniversario dell’unità d’Italia con una serie di iniziative organizzate dall’ambasciata Italiana a Pechino. Convegni, proiezioni di film a tema, concerti sono stati allestiti a Shanghai e nella vicina Suzhou, dove sarà la cucina italiana a farla da padrone.

Emanuele Filiberto di Savoia, nipote dell’ultimo re d’Italia, ringrazia “tanto” il capo dello Stato quanto il presidente del Consiglio per aver reso omaggio stamani al Pantheon, al “padre della patria”. L’unità d’Italia, dice Emanuele Filiberto “oggi si sente tutta”. “Sei mesi fa tutti dicevano che i festeggiamenti sarebbero stati sottotono e invece non è affatto così – ha aggiunto – l’Italia oggi la sento mia e la sentono così anche tutti gli italiani”. Ai figli, questa giornata, dice di averla raccontata così: “L’anniversario della creazione dell’Italia unita, liberale, patria”. “E’ una bella cosa rivedere la storia – ha concluso – e questo ci darà il valore stabile per andare avanti”.

Bagnasco: “I colpi bassi non aiutano il Paese” Assistiamo in questi mesi a ad “un gioco tra poteri, fortemente personalizzati, fatto di colpi bassi che demoliscono la fiducia nella democrazia e fanno il gioco del nichilismo, anche quando a parole si afferma il contrario”. Lo denuncia il presidente della Cei, card. Angelo Bagnasco, che esorta a svelenire il clima pur restando convinto che “chiunque accetta di assumere un mandato politico deve essere consapevole della misura e della sobrietà, della disciplina e dell’onore che esso comporta”. ”Alimentare lo scontro – spiega però in un’intervista a Il Corriere – può essere una strategia per interessi che non sono quelli del Paese”. Secondo il porporato, nell’Italia di oggi “la politica è diventata strumentale, sembra priva di grandi idee dopo la stagione per niente invidiabile delle ideologie, autoreferenziale e in difficoltà ad ascoltare il Paese, ad intercettare i bisogni e le speranze delle persone”. Ed è “sempre meno il luogo della mediazione dei conflitti e degli interessi in funzione del bene comune”. Occorrerebbe invece affrontare i problemi veri: “il cambiamento demografico, la crisi economica, la fatica a uscire dai particolarismi e a promuovere le mediazioni necessarie per perseguire il bene comune”. E soprattutto quello dei giovani, che rappresentano il futuro del Paese: “nessuna società – infatti – può prosperare senza investire nell’educazione dei suoi giovani”. Bagnasco conferma l’apertura della Cei sul federalismo, che se “maturo non può voler dire localismo” e consente invece di “realizzare il principio di sussidiarietà, intersecando quello di solidarietà”. In tema di giustizia, il cardinale registra posizioni “più possibiliste rispetto al ‘niet’ assoluto” a ogni ipotesi di riforma e considera questo “un segnale di onesta’”. Esorta però a un’”estrema cautela” nel modificare la Costituzione, pur convenendo con il governo sull’esistenza di “situazioni di carattere strutturale che hanno bisogno di essere riviste”.

La Russa: “Inaccettabile la posizione della Lega” – Questa mattina il titolare della Difesa ha commentato la posizione della Lega sulle celebrazioni per i 150 anni dell’Unità d’Italia: ”A volte c’è un po’ di folklore in alcune esternazioni degli esponenti del Carroccio”, ma “non sono accettabili atti di scorrettezza e di ostilità”. La Russa, ha invocato “un passo in avanti” del Carroccio: “Dobbiamo avere la pazienza di aspettare che termini un percorso: dalla richiesta di secessione a un federalismo solidale”. “Campate in aria”, secondo La Russa, alcune dichiarazioni di esponenti leghisti, come quelle di Borghezio e Speroni: per il coordinatore del Pdl “sarebbe un errore” se la Lega inseguisse “posizioni estremiste solo per non perdere i voti di una parte minoritaria del partito”. Il ministro definisce poi “strumentali” le polemiche della sinistra e si chiede “dov’erano Bersani e D’Alema” quando sono state ricordate le foibe. “I suoi esponenti – aggiunge La Russa – per mettere in difficoltà Berlusconi hanno detto ‘noi siamo quelli dell’inno nazionalè anche se dovrebbero impararne le parole”. “La scelta da parte della Lega del Nabucco – conclude – è la prova che il Carroccio è una tessera del mosaico più bello del mondo, l’Italia”.  Ieri sera in piazza Venezia il ministro della Difesa è stato fischiato. Dopo aver preso il microfono in diretta televisiva con Raiuno in occasione dell’esibizione della banda militare Interforze, dalla folla si sono anche levate grida quali “vergognati” e “dimettiti”. La Russa, parlando dall’Altare della Patria, ha espresso il suo “orgoglio di essere italiano”. Poi, ha ringraziato i militari che si trovano “nei posti lontani, come l’Afghanistan, che ogni giorno fanno qualcosa per il nostro paese”.

La ‘Notte tricolore’ - ”Stiamo rivivendo l’orgoglio di essere stati la prima capitale italiana”. Dal palco dello spettacolo musicale in piazza Vittorio Veneto, a Torino, il sindaco Sergio Chiamparino, ha ringraziato “le torinesi e i torinesi, le tante persone venute dal Piemonte e da tutta l’Italia per festeggiare il 150/o anniversario della nostra nazione”. La ‘Notte tricolore’ inizia un lungo programma di celebrazioni che nel capoluogo piemontese si protrarrà fino al prossimo autunno. “In questi sei mesi – è stato l’invito di Chiamparino – aiutiamo l’Italia di oggi a trovare l’orgoglio di essere l’Italia del futuro”.  Anche nella Capitale, la ‘Notte tricolore’ ha raccolto un’affluenza ”eccezionale”. “Agli eventi hanno partecipato circa 100 mila persone”. A fare le prime stime di partecipanti è stato l’assessore capitolino alla Cultura Dino Gasperini che ha snocciolato i dati per le varie location. Sono stati 20 mila i visitatori ai musei, 18 mila i presenti a piazza Venezia, 5 mila al Quirinale, 9 mila alla stazione Termini, 5 mila in Campidoglio, 20 mila ai Fori Imperiali, rispettivamente 8 mila a Castel Sant’Angelo e in via del Corso con la Galleria Alberto Sordi. “Un successo straordinario – ha detto Gasperini – nonostante le difficoltà causate dal tempo e lo spostamento al coperto di alcuni eventi”.

Il tributo di Barack Obama - ”Io Barack Obama, presidente degli Stati Uniti, in virtù del potere che la Costituzione e la legge americana mi affida, proclamo il 17 marzo la giornata di celebrazione del 150/mo anniversario dell’Unità d’Italia”. Il presidente degli Stati Uniti ha scelto la formula più solenne per rendere omaggio al nostro Paese nel giorno in cui tutti gli italiani festeggiano una tappa importante della nostra Patria. Il giorno, in cui, scrive Obama, anche gli Stati Uniti festeggeranno l’Italia e “la sua unificazione in un singolo stato”. All’interno del lungo comunicato diffuso dalla Casa Bianca, Obama cita Garibaldi e illustra le profonde ragioni storiche che spiegano questa giornata di celebrazioni, rendendo onore al “coraggio al sacrificio e alla visione di quei patrioti che fecero nascere la nazione italiana”. E si lascia andare a un parallelo storico di grande valore tra la guerra civile americana e l’impresa dei Mille. “Mentre gli Stati Uniti stavano combattendo per preservare la propria unione, la campagna di Giuseppe Garibaldi per unire l’Italia ispirò molti in tutto il mondo alle prese con le proprie lotte”.

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150° UNITA' D'ITALIA

17 Marzo 2011 , Scritto da CARANAS Con tag #POLITICA

     150°auguri Italia

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      Un tempo i Grandi parlavano così: “L’Italia non sarà mai libera e prospera con i Preti”. Firmato: Giuseppe Garibaldi. Una letterina inviata nel 1868 a un suo amico e esposta da un antiquario fiorentino insieme a una vecchia bandiera. Certo non si chiedevano, i Grandi: “sarà condivisa, questa mia affermazione?”. Dicevano quello che pensavano e la gente capiva.

I piccoli politici italiani che festeggiano  i 150 anni non sanno più parlare al popolo. Forse è meglio così: che non si sappia davvero cosa frulla loro nella testa.

BUON COMPLEANNO, ITALIA!

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