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Blog  di Caranas

IL MARCHIO DELLA LEGA VENDUTO A BERLUSCONI

3 Ottobre 2011 , Scritto da CARANAS Con tag #POLITICA

Per la prima volta nella storia italiana un partito firma una fideiussione a favore di un altro.

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«Il patto Berlusconi-Bossi esiste, secondo me e secondo altri c'è anche un atto notarile che risale al gennaio 2000, un anno prima delle elezioni politiche in cui Lega e Forza Italia sarebbero state alleate». Parola di Gigi Moncalvo, direttore de la Padania dal 2002 al 2004, ospite di Lucia Annunziata ieri su Raitre alle 14.20 per In 1/2 ora durante la puntata intitolata «Lega Predona». Annunziata premette che molti leghisti, sapendo dell'invito, erano contrari alla presenza del giornalista in studio.

Ma Moncalvo è lì e parla: «La prova del patto? Appena sei mesi dopo in una lettera alla Banca di Roma l'allora tesoriere Giovanni dell'Elce su carta intestata di Forza Italia scrive: "Firmiamo una fideiussione di due miliardi per qualsiasi debito contratto dalla Lega". Per la prima volta nella storia italiana un partito firma una fideiussione a favore di un altro». Moncalvo aggiunge altri particolari: «Secondo talune fonti giornalistiche, e diversi libri, l'intervento di Berlusconi a favore della Lega fu ancora più pesante, il partito di Bossi era in crisi, le sedi erano pignorate, non arrivavano gli stipendi».

Chiede Annunziata: «Ma è vero che il risultato di questo patto è che il simbolo della Lega è di Berlusconi?». Risposta: «Secondo me sì, è nel carattere dell'uomo pensare al marchio, anche se il simbolo risulta di proprietà per un terzo di Bossi, un altro terzo di sua moglie e l'ultimo terzo è di Giuseppe Leoni».

Infine Moncalvo conferma: «C'era un piano Bossi-Berlusconi anche per arrivare a una riforma costituzionale per far eleggere il presidente della Repubblica dal popolo. Napolitano, per fair play, si sarebbe dimesso e Berlusconi avrebbe avuto sette anni di immunità assoluta al Quirinale».

(fonte Dagospia)

 

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Parlar chiaro

3 Ottobre 2011 , Scritto da CARANAS Con tag #POLITICA

L'Italia è un Paese di merda... leggi questa

Una mattina il Cavaliere si sveglia con uno sfogo in volto. Spaventatissimo, convoca il miglior dermatologo in attività, che è anche un noto comunista. Il medico visita Berlusconi e gli ordina di prendere per tre giorni una pasticca rossa la mattina, una bianca a pranzo, una verde la sera e di spalmarsi il viso con le feci. Silvio, seppur sorpreso dalla inconsueta prescrizione, tuttavia la osserva scrupolosamente e la mattina del quarto giorno lo sfogo scompare. Fa riconvocare il luminare per saperne di più sulla cura. "Semplice - gli fa il medico - la pasticca rossa toglie l'infiammazione, quella bianca il bruciore, quella verde cura i follicoli". "Ma...la... cacca?" chiede Berlusconi. "Ah...quella! Beh, è solo una soddisfazione personale!"

 

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I VESCOVI E L'INNOMINATO

2 Ottobre 2011 , Scritto da CARANAS


Finalmente un prete che parla chiaro. E' ancora il mitico don Paolo Farinella. Che ha voluto dire la sua, e ci è andato giù pesante (com'è nel suo stile).
... Il sacerdote ha spiegato di provare pena per il cardinale Bagnasco che non ha mai fatto il nome di Berlusconi. E si è chiesto: ma cosa deve fare il Premier per essere chiaramente condannato dalla mia Chiesa? Deve forse
 violentare la Vergine Maria con san Giuseppe incatenato al palo della lap-dance


Dall’articolo “L’innominato, i vescovi e la confusione”

(don Paolo Farinella, su www.dongiorgio.it)  

 

Ascoltando il cardinale e le sue parole accorate, provavo un senso di pena per lui e quelli che gli stavano attorno […] Parlare di «comportamenti vacui e di cambiare aria» non significa nulla perché, come sempre, nel discorso del cardinale mancava un ingrediente essenziale, quello che fa la differenza: Nome Cognome, indirizzo, Cap e possibilmente C.F. […].
Finche il cardinale non dirà nome e cognome, mi dispiace per lui, ma le sue parole non avranno efficacia ed effetto. La riprova? Il doppiamente disonorevole Lupi e il tristemente disonorevole Formigoni che si accreditano come cattolici della prima fila, si sono spremuti come limoni per fare passare l’idea che il cardinale non ce l’aveva con Berlusconi e che in fondo i peccati li giudica solo Dio, mentre il governo lo gestiscono loro […].

Il cardinale dice: «Non si era capito, o forse non avevamo voluto capire, che la crisi economica e sociale, che iniziò a mordere tre anni or sono, era in realtà più vasta e potenzialmente più devastante di quanto potesse di primo acchito apparire» […]. 
Non si era capito? Di chi sta parlando il card. Bagnasco? A chi si deve riferire il plurale maiestatico di volontà negativa «non avevamo voluto capire»? Per quanto mi riguarda è almeno dal 2006 che scrivo. E gli scritti sono pubblici, e possono essere documentati, che il governo Berlusconi con il suo programma elettorale che anche i vescovi hanno ascoltato ed esaminato, avrebbe portato alla sfascio dell’Italia ... I vescovi non vedevano dove stava andando l’Italia e dove la stava scaraventando il governo? […]. Perché un ritardo di almeno tre anni? Con quale autorevolezza i vescovi oggi possono criticare il governo che essi stessi hanno appoggiato, sostenuto, foraggiato direttamente e specialmente con i loro silenzi?

Io penso che l’intervento del cardinale Bagnasco sia stato un atto necessario. Altrimenti se anche questa volta non avesse detto nulla, dalla base dei credenti vi sarebbe stata una rivoluzione. Noi preti di strada lo vediamo ogni giorno nelle nostre chiese e nelle nostre strade […].
Il cardinale Bagnasco con volto triste e teso continua:
 «Rattrista il deterioramento del costume e del linguaggio pubblico, nonché la reciproca, sistematica denigrazione, poiché così è il senso civico a corrompersi, complicando ogni ipotesi di rinascimento anche politico.Mortifica soprattutto dover prendere atto di comportamenti non solo contrari al pubblico decoro ma intrinsecamente tristi e vacui. I comportamenti licenziosi e le relazioni improprie sono in se stessi negativi e producono un danno sociale a prescindere dalla loro notorietà. Ammorbano l’aria e appesantiscono il cammino comune».

Dopo il «contesto» arrivano le «relazioni improprie». «Relazioni improprie»? Che linguaggio è codesto? I rapporti sessuali con minorenni e l’induzione delle stesse alla prostituzione adesso si chiamano «relazioni improprie»? […].

Comportamenti «tristi e vacui»: l’induzione alla prostituzione, la tratta delle prostitute, l’uso del crocifisso come strumento erotico tra le tette della consigliera Minetti, eletta nella lista di Formigoni, travestita da suora, un comportamento «triste e vacuo»? Cosa deve fare Berlusconi per essere scomunicato «latae sententiae»: assassinare la Trinità con un colpo solo? O violentare la Vergine Maria con san Giuseppe incatenato al palo della lap-dance

«Colpisce l’ingente mole di strumenti di indagine messa in campo». Chi lo ha detto al presidente della Cei che le intercettazioni sono «ingenti»? Lui le ha contate o è un modo per addolcire la pillola a Berlusconi? Un colpo a ciascuno non fa male a nessuno? Fino a prova contraria le intercettazioni riportano la voce dell’indagato e del malfattore, mentre il metodo di indagine è una questione riservata alla magistratura e nessuno dovrebbe sindacarla, come esige la separazione dei poteri in una democrazia decente. Questo cerchiobottismo, infatti, ha avuto un effetto: ha dato adito alla destra e ai suoi cattolici da supporto di annacquare le parole del cardinale e di diluirle fino al punto di farle scomparire […].
Ecco il risultato. Lupi, Formigoni e i cattolici complici si affannano a giustificare Berlusconi che non deve dimettersi, e a dire che il cardinale parlava in generale, per tutti. Questo equivoco nasce da un solo fatto: il cardinale Bagnasco non ha fatto il nome del delinquente Berlusconi, corrotto (sentenza Cassazione), evasore fiscale, bugiardo e falso, spergiuro, corruttore di minorenni, utilizzatore e manovratore di «carrettate di donne» (cioè prostitute a pagamento), amico e complice di mafiosi e malavitosi, mentitore e istigatore alla menzogna, uomo senza onore e dissipatore del patrimonio comune di etica, di denaro e di dignità.

 

           Don Paolo Farinella, sacerdote

 

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A Giorgio Bocca (dissacrante, presuntuoso e razzista) preferisco Bossi

1 Ottobre 2011 , Scritto da CARANAS Con tag #POLITICA

 

Più sboccato di così… Per Giorgio Bocca Pasolini era un gay macaco che stava sul gozzo; Casare Pavese un pessimo scrittore ; Emilio fede  il suo amico scemo ; la Fallaci una femmina uterina; la Cederna non sapeva niente di politica; i brigatisti rossi più simpatici del Movimento;  Napoli non è poesia ma un cimiciaio del disgusto con gente orrenda; il Meridione è terrore , un cancro marcio inguaribile e puzzolente; Berlusconi ? “ mi stupisce che non mi ami “

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Non  mi è mai piaciuto Giorgio Bocca, non lo considero  affidabile nonostante la sua veneranda età (91 anni ). Assiso come una faraone su uno scranno della sua casa di Milano, sul volto una pelle di pergamena, ha traslocato dalla casta degli scribi in quella dei sommi sacerdoti: ogni frase è anatema, maledizione ancestrale. Il 3 ottobre sarà presentato ‘La neve e il fuoco', documentario di Maria Pace Ottieri e Luca Musella per Feltrinelli Real cinema che consiste in un'intervista al giornalista di oltre un'ora.

GIORGIO BOCCA

Una celebrazione dell'uomo divenuto una divinità dell'antiberlusconismo. Poche settimane fa, il Fatto quotidiano lo  interpellava come fosse un aruspice; persino Repubblica, di recente, lo ha richiamato dalle catacombali rubriche sull'Espresso e il Venerdì, dov'era confinato a mo' di reliquia, per scucirgli un paio di editoriali.

Per tutta risposta, il faraone Boccan-khamon incenerisce l'Italia intera, anche quella che lo idolatra in virtù del suo odio per il Cavaliere. Nella sua insofferenza per la modernità, egli è l'ultimo discepolo di Julius Evola, convinto di abitare nell'età del Kali Yuga, l'era oscura che precede la fine dei tempi. Nella nostalgia feroce per un arcadico passato potrebbe ricordare Pasolini, se non fosse che lui PPP proprio non lo tollera. «Avevo paura di Pasolini, della sua violenza», racconta. «Pasolini è morto perché, la rigirino pure come vogliono, era di una violenza spaventosa nei confronti di questi suoi amici puttaneschi».

EUGENIO SCALFARI

A infastidirlo più di tutto, però, c'è il fatto che lo scrittore era omosessuale: «Poi mi dava noia questo: ho un po' di omofobia, che poi è una cosa militare, come i bei fioeu va a fer il solda' e i macachi resta a ca', i macachi restano a casa. Il mio concetto piemontese è che gli uomini veri vanno a fare il soldato. Quindi anche questa faccenda dei suoi rapporti con questi poveretti che manipolava...». Il gay macaco gli resta sul gozzo.

SCALFARI, FEDE E FALLACI
Non che vada meglio ad altri venerati maestri progressisti. Chissà che pensano a Repubblica della posizione di Bocca su Natalia Ginzburg: «Secondo me sopravvalutata in maniera incredibile. Io leggevo i suoi libri e non riuscivo a capire perché era una scrittrice famosa. Lessico famigliare lo trovavo una cosa elementare (...). Si sentiva che anche lei era una di razza, ma era anche una furbona, una che sapeva come coltivare il suo orto». Cesare Pavese, invece? «Come scrittore a me sembrava pessimo».

EMILIO FEDE

Ai giornalisti va peggio. Eugenio Scalfari resta un direttore inarrivabile, ma già quando si conobbero era «uno molto pieno di sé, che recita il potere». Gianni Brera era «un fetente, una carogna paracadutista. Sai, uno nasce carogna. Lui, come giornalista, ha fatto carriera facendo la carogna». Emilio Fede? Bocca lo ha presentato a Berlusconi. Dice di aver chiamato Confalonieri e avergli raccomandato il suo ex collega della Gazzetta del popolo. Gli disse di avere «un amico un po' scemo, era stato processato come baro e condannato. Questo disoccupato, prendilo...».

La Fallaci, da lui soprannominata «Oliala Fallaci», era «una tutta letteratura e niente cronaca. Tutta la cronaca era inventata». Un giorno le ha prestato cinquanta dollari «e non li ho mai più visti». Le signore della penna, poi, avevano l'aggravante di essere femmine, uterine. Camilla Cederna? «Era la correttezza in persona. Purtroppo, nella vita ognuno può attraversare un periodo in cui perde la testa, cioè per le donne specialmente. (...) Di politica non sapeva niente, ma quando l'ha assaggiata se n'è invaghita follemente e ha dato veramente i numeri».

CESARE PAVESE

In particolare, Camilla è impazzita per il caso Pinelli. Il quale «a un certo punto, ha perso la testa perché era spaventato dalle domande, da quegli interrogatori e si è buttato dalla finestra lui, non l'hanno buttato». Sarebbe dunque logico che l'Uomo di Cuneo rivedesse la sua posizione sul commissario Calabresi, quella che gli fece firmare lo sciagurato appello promosso contro di lui. Col cavolo. «Pansa adesso mi ha rimproverato, ha fatto l'articolo su Libero, dicendo: caro Calabresi, stati attento, quel Bocca ha firmato quell'ignobile appello... Per niente ignobile, perché il signor Calabresi era un poliziotto, reazionario estremo, un nemico del movimento. Perché devo chiedere scusa? Ho firmato quell'appello perché Calabresi era parte delle trame nere, era d'accordo con il prefetto che ha sviato le indagini e ha fatto arrestare gli anarchici, quindi era un nemico».

E sebbene sul suo giornale faccia intervistare il vecchio Giorgio a ripetizione, viene fulminato anche Marco Travaglio: «C'è stato un periodo in cui ero l'unico che facesse libri d'inchiesta. Oggi, invece, ogni giorno me ne arriva uno. Questi qui poi sono arrivati alla vergogna, fanno libri ignobili pur di uscire con un libro, hanno una squadra di persone che copia dai giornali e ne fanno un libro. Travaglio, ogni due mesi fa un libro. Ma come fai? Sono libri fatti coi ritagli della questura, dei tribunali, libri pessimi».

PIER PAOLO PASOLINI

A Bocca fa schifo pure il retroterra culturale dei suoi lettori, quelli della sinistra radical venuta dal '68. Meglio le Brigate rosse di questi ultimi . «Erano più simpatici di quelli del movimento. Andavi a parlare con quelli del movimento studentesco: dei professorini, dei saputelli...». Quelli delle Br, invece, «li sentivo più vicini a me».

«NAPOLI CIMICIAIO»
Il culmine del disgusto, però, lo raggiunge quando si parla del Sud. Sin dalle prime volte in cui è stato nel Meridione, Giorgio ne è rimasto disgustato: «C'era sempre il contrasto fra paesaggi meravigliosi e questa gente orrenda (...). Insomma, la gente del Sud è orrenda (...). C'era questo contrasto incredibile fra alcune cose meravigliose e un'umanità spesso repellente». Una volta, per dire, si è trovato in una viuzza vicino al palazzo di giustizia di Palermo: «C'era una puzza di marcio, con gente mostruosa che usciva dalle catapecchie».

Non a caso, Bocca ha dedicato uno dei suoi libri più famosi al Sud: si intitola Inferno ed è a tutti gli effetti un precursore di Gomorra. Ma il suo pensiero non cambia col passare del tempo: «Vai a Napoli ed è un cimiciaio, ancora adesso». L'intervistatrice, disperata, cerca di fargli dire qualcosa di gentile sui meridionali, gli chiede se non veda «poesia, saggezza» nel modo di vivere di quelle parti. E il faraone, implacabile: «Poesia? Per me è il terrore, è il cancro». Sono «zone urbane marce, inguaribili».

SILVIO BERLUSCONI

Unica consolazione: il Sud fa talmente schifo che se vai lì ne cavi di sicuro qualche bell'articolo. Quando lo dice, l'intervistatrice s'illumina: «Quindi sei grato, se non altro...» Ma Giorgio: «Grato, insomma... Come dire: sono grato perché vado a caccia grossa di belve. Insomma, non sei grato alle belve, fai la caccia grossa, ma non è che fraternizzi con le belve». Eppure, nei suoi libri, qualche parola consolante sul Meridione si trova... Beh, presto spiegato il mistero: «È necessaria un po' di ipocrisia. Sapevo sempre che dovevo tener buoni i miei lettori meridionali, quindi davo un contentino».

Di più schifoso, dunque, c'è solo Berlusconi: «Mi stupisce che Berlusconi non mi ami. Io scrivo sui giornali che è un maiale e dentro di me penso che lui dica: beh, in fondo ha ragione». Sorte ingrata del faraone Bocca: gli tocca odiare l'unico che abbia mai amato, proprio perché questi non lo ama più.

 

 

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