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Blog  di Caranas

INERZIA CALABRESE

15 Ottobre 2009 , Scritto da CARANAS Con tag #FUSCALDO

Fuscaldo e la sua inerzia

                                                                               di Carmelo Anastasio



 

 

Guardare il paese di Fuscaldo o qualsiasi paese della Calabria  con occhio di figlio di questa terra, può essere inefficace se vuol dire ripetere parole chiave in solita retorica e cercarvi dinamiche  vissute altrove, ma può essere rivelatore se vuol dire applicare l’ampliamento visivo maturato,  ora che con quell’occhio critico vedi cose che prima non avevi mai visto, o forse, non avevi voluto mai vedere …per quel che ci stavi. Si perché questo territorio va visto  fuori dai canoni lillipuziani , non dando nulla per scontato sulla sua condizione urbana e umana. E allora non ci si può fermare che sull’esame dell’inerzia di questa terra nella sua lettura in chiave contemporanea , non considerandola pura eccezione, una rete di luoghi del passato da preservare. Piuttosto rete da rimuovere in quanto anomala forma di attualità.

L’inerzia di Fuscaldo e di tantissimi altri paesi della Calabria , si manifesta già dalla sua conformazione geologica e morfologica , dai modi di abitare e costruire il paesaggio .E ne è il carattere. E se d’inerzia si può parlare , questa è proporzionale alla massa ed è resistenza al cambiamento di stato. E’ la forza che tiene il suolo insieme fino alle sue crisi che si manifestano con frane , con crepe con cui scorrono acque destinate a raccogliersi in altre masse. E’ l’inerzia dell’andare e del restare , come dopo i terremoti; contraddizione tra le migrazioni diasporiche  e l’attaccamento ai luoghi ; è l’inerzia tipicamente fuscaldese e calabrese che fa costruire case che resteranno spesso non ultimate in attesa di ritorni e produce luoghi doppi, reti di relazioni virtuali tra paesi anche lontani, che produce gemellaggi per genesi o contaminazione.

Inerzia dei movimenti lenti  su infrastrutture spesso fatiscenti, dei collegamenti rarefatti nello spazio e nel tempo pur in epoca di globalizzazione e su larga scala regionale, di attraversamenti faticosi non essendo presenti infrastrutture stradali a percorrenza veloce ( per cui paesaggio inconquistabile). E’ ancora l’inerzia delle piccole stazioni ferroviarie ormai abbandonate testimonianza della non frequentazione; di una campagna che si rifiuta di morire  e di cattedrali di cemento che ricordano gli investimenti pionieristici in un futuro progresso mai arrivato.

L’inerzia attraversa tutti i temi di lettura di questo territorio, non ultimo quello della mentalità radicata che trova nell’ostinazione la sua forza, nella resistenza  l’ultima propria risorsa e nell’attaccamento morboso la propria relazione con il luogo.

Si può allora recuperare la centralità del luogo trasformandolo da oggetto a soggetto del pensiero? Non qualcosa che non è ancora nella prospettiva di farlo esistere  secondo un modello realizzato altrove sul quale col “ponte sullo stretto” proiettare aspettative e sguardi estranei, ma qualcosa da modificare dall’interno agglomerando tutti i pensieri buoni .

Altrimenti non c’è che aspettare. Aspettare che l’elenco dei luoghi calabresi abbandonati si allunghi solidificandosi nella memoria di coloro che vi abitavano, fino a costituire un irriducibile elemento di identità. Amendolea, Africo, Roghudi, Pentidattilo… ecc.  ecc.

                                                                                          

                                          © riproduzione riservata

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