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                                                                                    di Carmelo Anastasio

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       Giuseppe Pascaletti nacque a Fiumefreddo Bruzio ( cittadina in provincia di Cosenza ora meglio nota in quanto città della Miss Italia 2009), il giorno di San Mattia 24 febbraio 1699, quasi a compensare la morte avvenuta 55 giorni prima dell’altro artista calabrese più famoso: Mattia Preti nato lo stesso giorno. Una rilevante coincidenza, che si carica di simbolici messaggi, quasi a significare il passaggio di consegna nella continuazione dell’arte pittorica in Calabria.  Nacque da genitori nobili locali che ebbero altri nove figli . Dei primi anni di vita del pittore si conosce ben poco. In scritti locali ottocenteschi si trovano i primi riferimenti : una sua tela è accennata da Giuseppe Vercilio (1834) e Nicola Zumpano (1868) uno dei più esperti estimatori.

 

In sintesi:

-         apprendistato A Napoli presso la bottega di Francesco Solimena , indirizzato da Lucrezia Ruffo, marchesa della Valle e di Rende nonché baronessa di Fiumefreddo ( formazione  documentata solo nella storiografia calabrese);

-         presenza a Roma nel 1738. Qui il cardinale Tommaso Ruffo gli conferì il titolo di Cavaliere della Milizia d’oro dello Speron d’oro della Corte Lateranense e del Sacro Palazzo . Nella città pontificia risente dell’insegnamento di Sebastiano Conca (1680-1764) “Maestro dei novizi” nativo di Rende (CS) . Sempre nel 1738 viene ammesso alla “Compagnia dei virtuosi del Pantheon”. Alcune verifiche documentarie lo vogliono già in Calabria nel 1747, mentre da verbali della Congregazione dei Virtuosi  si può desumere la sua presenza a diverse riunioni nell’anno 1738/47;

-         numerosi i privilegi ( tra gli altri il titolo nobiliare di Eques ) anche del papa Clemente XXII durante il suo soggiorno romano .Leggendo vari documenti, tutti ricchi di particolari , sembrerebbe un “uomo nato con la camicia” … eh !cosa vuol dire avere parenti nella curia!);

-         il 15 ottobre 1747, sposa a Fiumefreddo , la ventinovenne Teresa de Ponzo, figlia di Agnese Santanna  e del barone Carmelo de Ponzo di origine iberica;

-         dall’unione con Teresa de Ponzo, nascono cinque figli : Angela Maria, Angela Emanuela Giustina Giacinta , Emilio Luigi Domenico Rocco Casimiro , Antonio Maria e per ultimo Domenico ( un solo nome,  si vede quindi che i doveri verso l’aristocrazia dell’epoca erano stati tutti onorati) .

 

Quando tornò definitivamente in Calabria , Pascaletti dovette apparire a prima vista  senza alcun contatto con l’arte che si andava sviluppando sul territorio calabrese; ciò non gli impedì di ricevere numerose committenze  di Ordini religiosi, ricchi nobili e colti ecclesiastici. Con l’appoggio del potere diocesano di Tropea e Cosenza, l’attività pittorica di Pascaletto poté estendersi producendo buon reddito anche se, per alcuni critici (S.M.Mazzara- Luciano Rossi)  il Cavaliere lavorava per lo più per sua devozione. Questa ipotesi sembrerebbe confermata dall’iscrizione presente in una sua opera (San Michele Arcangelo – chiesa di S.Francesco a Paola) datata 1750 : « Eques D.Joseph Pascaletti pingebat pro sua devotione.» D’altronde era nobile, quindi facoltoso. Ma a Fuscaldo esiste una prova contraria circa la sua pingebat pro sua devotione. Una ricerca effettuata questa estate dallo scrivente ,  dimostra appunto che commissione ( quindi retribuita ) ci fù. Sulla  tela dell’Immacolata , custodita nella chiesa dell’Arciconfraternita dell’Immacolata a Fuscaldo (in provincia di Cosenza,  per chi non conosce il luogo), è presente si un cartiglio che reca l’iscrizione : « Eques Joseph Pascaletti pingebat A.D. 1748 », ma in basso a sinistra  è effigiato inoltre uno stemma gentilizio che da una rapida ricerca su un volume piuttosto antico “ Familiarum ex Nobilitate Consentina “ rappresenta due stelle  oltre alla fascia doppia obliqua da sinistra a destra; lo stemma della nobile famiglia fuscaldese Valenza, la quale evidentemente commissionò l’opera per la cappella dell’Immacolata.

Nobile nel senso che , a seguito delle modifiche che nel settecento subì la stratificazione  sociale , la mappatura dei feudi era cambiata e alle grandi dinastie nobiliari subentrarono le grandi famiglie illustri aggiungendosi una nuova nobiltà minore basata su un benessere terriero. Al tempo, la committenza contribuiva a un positivo ritorno d’immagine che dava visibilità al loro interesse territoriale se pur nella qualità di classe para-nobiliare.

Nelle opere del pittore traspare molta influenza delle confraternite religiose e da qui il ripetersi dei soggetti; questo forse non rende gradito il modo di dipingere di Pascaletto e ancor oggi non si capisce bene il senso della sua arte tra i suoi contemporanei (dipinti scuri e terrosi, improntati a modelli più strettamente napoletani provincializzati).Non è chiaro perché nonostante la sua bravura, niente gli fece seguito.

Della vita privata e di quella artistica di Giuseppe Pascaletti ( il vero cognome è però Pasqualetti, ma lui firmava le sue opere Pascaletti ) non esiste molta documentazione tranne che per alcune notizie sugli spostamenti , ricavati dalla sua attività per le chiese delle Diocesi di Tropea e di Cosenza. Di certo si sa che morì il 30 agosto 1757 e che fu sepolto nella chiesa di San Francesco di Paola, presso la cappella del Carmelo, patronato di famiglia.

 

In Calabria, per tutto il Seicento, non sono documentati centri di particolare elaborazione artistica per cui  è difficile argomentare sulle possibili forme di apprendistato  locale dei pittori di questo periodo tranne supporre l’entrata in bottega di qualche “frate-artista” in qualche monastero o convento aspettando il momento propizio per recarsi a Napoli , capitale dell’illuminismo meridionale dove confluivano a confronto le idee del settecento che poneva in discussione anche le verità ritenute più certe. Più difficile è  supporre la continuità del mestiere da padre in figlio. In genere, l’intelletto scintillante dotato, il genio proletario, non aveva molte scelte : doveva entrare in seminario. Come per l’altro calabrese Cristoforo Santanna e allora via col dipingere Santi e Madonne, Angeli e Cherubini,  pittura proiezione di un’umanità sofferente alla ricerca di pace interiore che sia equilibrio esistenziale  e di maggior armonia tra l’immanenza e la trascendenza.

 

Qualche nota sulla tecnica pittorica del Pascaletti

 

Non molto da dire per la verità , giusto quello che appare allo scrivente che un po’ d’arte se ne intende. Esaminando le opere , traspare una preparazione  che imposta una composizione generalmente dai toni scuri ( di colore bruno) su tela di tramatura piuttosto fitta visibile li dove la parte scura del dipinto ha meno strato di colore. Pascaletti usava un secondo strato più chiaro ed a spatola,  molto sottile come pellicola. La composizione , prima della stesura pittorica, è fatta a pennello (presumibilmente) , non si vedono infatti tracce , se pur minime di carboncino o altro. E’ chiaro che queste sono solo congetture che però potrebbero essere validate da indagini all’infrarosso. Non appaiono ad occhio nudo , tracce di modifiche compositive per cui è ragionevole pensare a una definizione generalizzata ausiliata da un accurato disegno preparatorio. Un dipinto non finito , comprova tale ipotesi ( Madonna del Carmine – chiesa di San Francesco di Paola a Fiumefreddo). L’osservazione ravvicinata ed in luce radente (sperimentata con potente pila) non lascia capire se per la stesura pittorica finale , sia stata usata la tecnica delle velature successive  su tutta la composizione. A parte le zone scure di fondo, non si vedono dislivelli tra le diverse campiture. Cosa colpisce di più sono i dettagli anatomici profilati con una decisa e filamentosa pennellata di rosso o bruno (contorno degli occhi dei personaggi o delle dita degli angeli soprattutto). Altra cosa che colpisce è la particolare persistenza dei soggetti e delle composizioni (vedi opere analoghe di Sebastiano Conca ).

 

Cosa non piace (all’autore) del Pascaletti

 

Non è difficile rispondere , anche se ciò può far pensare a un tantino di presunzione. Vediamo:

a)      il rosa sulle gote di ciascun personaggio , detto in fuscaldese : “le shcocche”;

b)     l’eccessiva dinamicità di alcuni soggetti secondari , contrapposta alla staticità , sempre eccesiva dei personaggi principali;

c)      la minima dose di contrasto che appiattisce il quadro.

 

                                                                                            (  riproduzione riservata  )
Alcune opere del Pascaletto


fig. 1 – San Giovanni Evangelista – olio su tela 1750 (databile)

fig. 2 – Sacra Famiglia – olio su tela 1750

fig. 3 – San Michele Arcangelo – olio su tela  1750

fig. 4 – Immacolata – olio su tela 1748 – Fuscaldo chiesa dell’Immacolata.
fig. 5 - Madonna del Suffragio - TRAFUGATA dalla chiesa di S.Giuseppe a Fuscaldo



fig.1                                                                                   fig.2



















                                                                                                               




fig.3                                                                                          fig.4

 

 





























fig.5

pascaletti-001.jpg

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