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di Carmelo Anastasio

                                                                                           in “Caffè letterario

 

 



A Fuscaldo , il 12 agosto 1994,  venne Vincenzo Consolo a parlare del suo “La ferita dell’aprile”. In realtà si parlò poco del suo libro perché la discussione dilagò sui temi della ‘ndrangheta  , dell’emigrazione , delle illusioni industriali e del futuro della Calabria. A Consolo in quell’occasione chiesi cosa ne pensava del modo di scrivere di Camilleri  o meglio di quella particolare forma dialettale piena di grazia e umorismo che caratterizzava  le sue pubblicazioni (avevo appena letto “La stagione della caccia”) e lui, sorridendo mi rispose :
<<noi siciliani siamo tragediatori paghi solo quando riusciamo a fondere insieme la vita e la scena e ciò ci viene meglio usando la terminologia della gente comune. Vedrà che anche nel libro che ha appena comprato , troverà espressioni tipiche : “na vampa – catoi – ‘mbriaco” li usate anche a Fuscaldo no?>>. E se ne andò.

D’allora  le iniziative culturali del Circolo,  non sono state più frequenti. Peccato!

Questo ricordo mi ha suggerito oggi di riscrivere  un pezzo di Andrea Camilleri (Il primo voto – Gocce di Sicilia) alterandolo (in corsivo) solo nelle espressioni fortemente dialettali utilizzando quelle fuscaldesi.  Il Maestro non me ne vorrà, vediamo cosa ne vien fuori.

 

                                                          

 

                                                      Il primo voto

 

Le prime elezioni regionali siciliane del 1947 partirono di colpo ‘ncazzuse , lo si capì subito cunn’era cosa perché non c’era comizio che non finisse , ‘ndru megliu casu , a  scerra generale . Nel peggiu casu, invece ci scappava qualche scuppettata  e qualcuno finiva a ru spitali. Rapidamente lo scontro politico arse e non solo metaforicamente , albiri di mandorlo e d’alivi vennero vrusciati , cìciri e fave furono abbrustoliti in loco, vale a dire dentro ai magazzini dov’erano ammassati. A sinistra ci stavano comunisti e socialisti uniti che avevano pigliato per emblema la testa di Garibaldi, a destra i monarchici e gli agrari, in mezzo i democratici cristiani con lo scudo crociato. Averci messo a simbolo la testa di Garibaldi parse al “Fronte del popolo”una gran bella pinzata. I picciotti di sinistra , con le sacchette piene di manifestini, si gettarono campagne campagne alla cerca di voti.

<< Votate e fate votare Garibaldi !>>

<< Picchì, Garibardi sipprisenta? Unnè mortu?>> si chidiva ‘marpagiatu qualche contadino posando la vanga.

     A un giovane intellettuale non andò tanto bene quando venne a trovarsi davanti a un vecchio di na ottantina d’anni, assittato su una seggia di paglia, a ru latu da porta di na caseddra poco più grande di un dado.

<< io con questo Canebardo non ci voglio aviri nenti a cchi ffari.>>

<< E picchi?>>

<< Picchi era nu sdilinquente.>>

<< Ma non è vero!>>

<< Nunsignori, è vangelu! Tant’è veru che quandu è binutu cca, ammisu in libertà  tutti i sdilinquenti che eranu carcirati!>>

<<Sentite , questa storia dei carcerati…>>

<<Làssati prigari guagliunè! Chi ni vo sapiri tu ca si tantu picculu ca teni ancora a merda a ru culu! A mia, mammima mu cuntò! A uno, questi sdilinquenti ci tagliarono la testa e ci jucarunu a palla!>>

Il giovane intellettuale sorrise. Quella storia l’aveva letta para para in un atto unico di Pirandello, L’altro figlio.

<< Guarda cca Zi.Questa cosa se l’inventò uno scrittore di queste parti che si chiamava Pirandello…>>

<<Sa invintata?>> scattò arraggiatu il vecchio gazandusi. << Che viene a dire se l’inventò? Io , gliela cuntai la storia a Lovicino Pirinnello! E lui la scrisse! Quello che ci tagliarono la testa  il frati di nonno era!>>

Il giovane intellettuale  scappò, schivando miracolosamente una pietrata che gli avrebbe scassato la schiena.

In paisi le cose non stavano meglio. A scanso di complicazioni, il maresciallo dei carabbineri Allotta, ch’era omo di mezza parola, aveva parlato chiaro :<< da ora in avanti, comunisti e socialisti, se hanno gulìo di farsi una birra, vanno solo ed esclusivamente al caffè Empedocle; i democristiani al caffè Castiglione; i monarchici e i separatisti al caffè Pùrpura. Chi sconfina, l’arresto con una scusa qualisiasi.>>

E fu proprio al caffè Empedocle che s’ appicciò a miccia capaci di fa zumbà all’aria u paisi sanu sanu.

< Che dicevano i tedeschi? Dicevano : Gott mit uns. E dicevano una minchiata grossa quanto una casa. Dio non era con loro, tant’è vero che finirono come finirono. Invece Signuri santu , tramite il figlio so’, è sicuramente dalla parte nostra> fece na sira Pepè Contrera.

I suoi cumpagnuzzi u guardavano na picca strambati.

< Siamo sicuri?>  Disse Gegè Affitto che era sempre dubitoso d’ugni cosa.

<È Gesù Cristo stesso che lo dice chiaro e lampante> rispose Contrera ordinando a ru camereri  il quinto fernet.

L’intellettuale, quello che era stato pigliato a pietrate , si fece obbligo d’intervento.

<Nei Vangeli, per quanto… >

< Me ne fotto dei Vangeli> tagliò corto Contrera.

Calò silenzio. Poi Marco Clemenza sappigliatu i curaggiu .

« Ti vo spigà megliu?»

«Certu.Mo vegnu e mi spiegu» Disse calmo Contrera scolandosi il fernet che gli era stato appena portato.

Si guardò ‘ndornu ‘ndornu e ppo parlò:

«Quanti jurni mancanu ara duminica di Pasqua?»

«Quattru» Rispose prontamente Pippo Liotta che era comunista, ma che non si pirdiva na Missa.

« Allora raggiunamuci na picca.Dumani, u venneri, il Signuruzzo mora.Giustu?»

«Giustu» fecero gli altri a coro.

« E che succede ndra chiesa quando il Signuruzzo more? Succede che parano a lutto cchi  linzuli viola e liganu i campani.Giustu?

«Giustu.»

«Domenica invece il Signuruzzo risuscita e si canta la Missa. Ma come risuscita? Cadanu i linzuli a luttu e si vida a statua du Signuruzzu ca sind’acchiana ncielu mentri i campani sonanu a gloria (tinchité – da noi a Fuscaldo : cumi i sonachiddru grandi artista musicale cioè : Saveriu i cucinara) . Giusto?»

« E cchi tena mmanu u Signuruzzo mentri sind’acchiana ‘n cielu? Na bandera rossa tena!»

«Minchia ! Ė veruvariò il coro.

Era indiscutibilmente vero. «Veramente, bandiera , bandiera non è » azzardò il giovane intellettuale.

«Ė piuttosto un làbaro.»

« Sempi russu è» tagliò Contrera.

E poi, sorridendo diabolicamente : « e u sapiti chi facimu nua?- mi raccomando, unn’adda mancà nissunu ara Missa da duminica- appena u Signuruzzo risuscita ncumingiamu a cantà Bandiera rossa ca puri u Papa a Roma sadda ttippà i wricchi !»

Scoppiò un applauso.

Ma tra quelli che battevano le mani al caffè Empedocle c’era un Gano di Maganza, un traditore che di nome faceva Massimo Pullara. Questo Giuda ogni tre giorni andava nel gabinetto medico del dottore Liborio Boncristiano, che tale era non solo di cognome ma macari di fatto, dicendo che doveva farsi curare un distrubbo della wricchia mancina . Era una scusa, il vero era che Massimo andava a riferire al dottore quello che dicevano i so’ compagni. E ogni volta Liborio Boncristiano non gli faceva ammancare centu liri.

E fu così che i democristiani vennero a conoscenza della storia che i rossi avevano strumentata.

Alle sette e mezza spaccate di ogni matina che Dio mandava, al cafè Empedocle s’apprisintava Cocò smecca, camereri del barone Stefano Arrigò di Titò, per accattari una granita di cafè e tri tiraddri cu patruni si vuliva truvà davanti appena sumatu.Senza pinzà di fa malizia , u bancunista , mentre preparava l’ordinazione, cundò a Cocò Smecca quello che aveva sentito dire u jurnu prima a Pepè Contrera.

«Chi si dicia aru paisi?» era la prima domanda che il barone faceva a ru camereri mentre si sbafava la granita.

Appena sentito il ragionamento di Contrera, Stefano Arrigo di Titò, capo dei monarchici-separatisti, si fece andare di traverso il tarallo, tanto che il camereri dovette dargli nu bellu scuffundunu ‘ndri spaddri.

« Vammi a chiamare a Giugiù» fece farfugliando.

Cocò Smecca si precipitò , se c’era d’abbisognu di Giugiù Zonta, il numero uno di fatturi del barone, ominu facili di curteddru ma di cchiù di rivorbaru, veniva a significare che la faccenda non era proprio nu scherzu.

Patri Aureliu Li Causi avia appena pigliatu sonnu, stancu mortu di funzioni du Venneri Santu, quando sentì discretamente tuppuliari ara porta. Malati gravi, chiddri da ‘Strema unzioni, ‘ndru paisi un ci ‘nderanu e durante la giornata non c’era stata né n’azzuffatina né na sparatina,  una specie di tacita tregua per non turbare il giorno che era .

E cchini  minchia po essi?» s’addummandò patri Aurelio che era nu sant’omo  ma che ogni tanto a parolazza cci scappava.

« Mi scusi se la disturbo a quest’ora, ma si tratta di un fatto grave» fece sulla porta il dottor Boncristiano. Da sempre u previti e il medico si facevano ‘ndipatia. E in più Boncristiano aveva pubblicamente rinfacciato a patri Aurelio di non volere pigliari partito dal pùrpito contro i rossi.

« Se c’è cosa grave , s’accomodi » disse il prete friscu cumi nu quartu i gaddru mettendosi da parte per farlo passare.

Il dottore gli cuntò la faccenda.

«Embé?» disse il prete.

« Come, embé?» scattò il medico. « Non lo capisce, o forse non lo vuol capire, che se i paisani vedono a Cristo con la bandiera rossa si mettono in fila a ra cabbina elettorali per votare il Fronte ? E noi ce l’andiamo a piglià ‘ndru culu! Si rende conto, o no?»

«Io non so dove lorsignori se lo vanno a pigliari. Il fatto è che  i paisani hanno visto a Cristo che sale in cielo con il labaro rosso.»

« Ma stavolta è diverso !»

«E picchì??»

«Perché quelli, attaccando a cantare Bandiera rossa è come se dicessero vedete? Due e due fanno quattro. Gesù se ne va in cielo con la bandera nostra!»

«Ho capito , dottore. Lei vorrebbe che Gesù cangiasse bandiera per ragioni politiche.»

Boncristiano si sumò da seggia.Aveva la faccia janca che sembrava un morto. Senza manco salutare il prete, voltò le spalle e sinni niscì. Andò a casa, si fece la barba, si lavò, si vestì di scuro con la cravatta, si mise in macchina e partì per Montelusa.

Andava a trovare il vescovo Pietro Agostino Carnazza, ominu i postu certu mbaradisu.

E difatti, verso le nove  di sira du stessu jurno, in casa di padre Aurelio Li Causi

s’ apprisintò monsignor Guttadàuria, segretario particolare del vescovo, giovinottu trentino e tutto superlativo : curatissimo, elegantissimo, dottissimo, eloquentissimo, diplomaticissimo. Parlò senza fermarsi per un’ora e mezza, citando sant’Agostino, san Tommaso, sant’Alfonso de’ Liguori e, per ultimo, un certo Domenico Cavalca che padre Aurelio non aveva mai sentito nominare.

Con la testa che gli fumava, patri Aurelio addimmandò quando aveva capito che l’altro aveva finito di parlare : « Su conclusione, come mi devo regolare?»

«Secondo coscienza , è naturale. Ma se mi posso permettere, un consiglio ce l’avrei. Perché non sostituisce il labaro rosso con una bella bandiera bianca con lo scudo crociato in mezzo? Oddio , padre Aurelio, che ha? Si sente male? Non mi faccia spaventare, padre Aurelio!»

U povaru parrucu chiddra notti nun’arrisci a piglià sonnu, si vutava e si girava ‘ndrù lettu, avia a vucca arsa come per la terzana. S’appinicò na picca versu i tria e trovò di trovarsi davanti al Grande inquisitore in persona che ordinava che lo dovevano arrostire vivo sopra una graticola.Si risbigliò ‘ndra nu lagu di suduri,  sentì che la porta di casa veniva pigliata a cavuci, andò ad aprire.

«Voscenzabinidica» lo salutò Giugiù Zonta, alto, grosso, baffuto e con due canne in spalla.

U fatturi del barone Stefano Arrigo di Titò parlò per dieci minuti spaccati, citando la strage degli innocenti, il martirio di san Sebastiano, quello di Santa Lucia e quello di Tanino Fazio che santo non era ma al quale prima avevano tagliato i cabasisi ( in fuscaldese i “cugliuni”) e poi l’avevano impalato.

«In conclusione, come mi devo regolare?» addummandò macari  (anche, puri) a lui patri Li Causi che alle parole di Giugiù si era messo a sudare il doppio, tanto che tra le pantofole aveva formato canticchia di affuso (bagnato).

«Io chiaro parlai a vossia» fece Giugiù sumandusi da seggia « e di perciò sta dumanda nun m’aviata fari.Allora vengo e mi spiego meglio. Vossia leva la bandera rossa dalla mano di Cristo e ra cangia con la nostra bella bandera siciliana con la Trinacria in mezzo. Appressu me ne portai una , nel caso vossia non l’avesse avuta suttamanu.

La tirò fora da sacchetta della cacciatora, bella piegata a otto, la posò sul tavolino, salutò divoramenti , ghiscì.

Il maresciallo Allotta quello che avevano in mente di fare i rossi lo seppe praticamente nel momento stissu che Pepè Contrera aveva finito di dirlo, tri jurni prima.  Perciò aveva addumandatu rinforzi a Montelusa , Fela, Fiacca. Ari undici da matina  occupò militarmente la chiesa, disponendo i carbineri a forma di ypslon : nella parte alta , quella a “vu” , sarebbero stati allocati i democristiani con un cordone di militari alle spalle , a mano mancina i rossi e a ra destra i separatisti e i monarchici divisi da na filata di carbineri che arrivava fino al portone . Il maresciallo stesso si mise sul sagrato e, aiutato da quattru di so’ , smistò i fedeli secondo le loro idee politiche. Che del resto conosceva benissimo.

Scasarunu tutti . Dalla sua casa di contrada Infischerna  arrivò don Casimiro Impiduglia che, non potendo mantenersi a ri ‘mbedi per via delle gambe molli, venne portato a siggiteddra da due nipoti che si spezzarono a momenti i polsi , dato che lo zio pesava centottantachili netti . Dalla montagna del Crasto calò Michele Lodìco che a forza di lavurà a terra si era ‘ndurciniatu come un olivo saraceno e aveva il busto spostato di cinquanta centimetri rispetto alla linea dei piedi. S’arrambicò Nenè Navarria , latitante da cinque anni, che per l’occasione il maresciallo fece finta du nnu canusci . Venne Peppuccio Agrò che non aveva mai più messo piede in chiesa da quando l’avevano vattiatu perché l’acqua del battesimo gli aveva fatto venire la polmonite doppia , lasciandolo di salute cagionevole. A farla brevi , a menzijurno menu nu quartu nella chiesa non arriscì a trasi cchù nissunu, non ce la fece mancu a gatta dipatri Aurelio che era di casa in sagrestia.

U previti s’apprisintò ccu dua chierichetti. Era arrivata l’ora. Tutti i  presenti lo guardarono in faccia : era sirenu , anzi aveva un sorriso liggeru nelle labbra e negli occhi . Sicuramente aveva risolto il busillibus. Ma come?

I dodici colpi du rilloggiu da chiazza rintronarono come cannonate nel silenzio della chiesa. Ai dodici rintocchi le campane pigliarono a sonare a festa, facendo morire di paura i palumbi supa i ciaramili. Poi , a una parola du previti, un chierichetto s’avvicinò all’altare maggiore, tirò una cordicella, fece cadiri u linzulu viola.

E la statua di Gesù che acchianava ncielo si mostrò. Non aveva la bandera russa. E mancu chiddra da Trinacria. E nemmeno chiddra janca.Poi, dopo un attimo di stupore, dalla latata mancina, quella dove ci stavano socialisti e comunisti, alto, solenne, si levò il coro dell’Internazionale , mentre democristiani , monarchici e separatisti lasciavano ‘ncazzati nivuri la chiesa.

«Ma dove ho sbagliato?» si chiese u previti. E sumò l’occhi a gurdà a statua.

Raggelò , capendo l’errore.

Senza l’asta in mano, il gesto di Cristo cangiava significato : il Signoruzzo se ne acchianava infatti  in cielo col braccio destro levato in alto e a pugno chiuso , nel tipico saluto comunista.

E fu accussì che il “Fronte del popolo” stravinse le elezioni.

 

NOTA : Questo racconto non è cosa di fantasia. Capitò veramente al paese di Camilleri. Il giovane intellettuale naturalmente era Camilleri.  Molti vocaboli tradotti in fuscaldese, sicuramente non sono scritti nella forma più adatta. Non sono un grande esperto e trovo difficoltà perche alcune parole fuscaldesi non sono traducibili in vernacolo paesano . Provate infatti a scrivere “soffia” in fuscaldese , o

“lagghia “ che è un soprannome qui non scritto bene perché intraducibile.

 

 

      DIZIONARIO DEL LINGUAGGIO DI CAMILLERI

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