Overblog
Segui questo blog Administration + Create my blog
Blog  di Caranas
Post recenti

A scirubetta

20 Dicembre 2009 , Scritto da CARANAS Con tag #RELIGIONE

 

                                                                                                                            di Caranas 
                        scirubetta 008

Qui a Milano è arrivata la neve ed il paesaggio si è imbiancato diventando una cartolina natalizia. Con la prima neve non posso non pensare a Fuscaldo, il mio paese d’origine. Lì , da piccoli, aspettavamo la neve per farci la scirubetta, con bicchiere in mano e cucchiaio.” Aspetta, cchiu tardi … a prima è fitusa”, eppure l’aria non era così sporca come ora al nord. La scirubetta  è la classica manciata di neve in un bicchiere mescolata  al milazzo ( miele di fichi o vin cotto). Una squisitezza ! Come allora, la neve è sempre un grande evento per i bambini, evento che aspettavamo sin dalla metà di novembre. Alla fine di gennaio invece, aspettavamo i candili, pezzi di ghiaccio a cono da succhiare.

Quando si andava giù dabasso di mattina presto a prendere la prima neve, anche i galli che di solito annunciavano il giorno con il loro maestoso chicchirichì, tacevano per rispetto al bianco spettacolo. Come i piccioni durante l’eclisse  solare. La neve per noi significava anche giornata di vacanza. Prima  i giochi col pupazzo di neve con due olive nere per occhi e mandarino per naso (mandarino con fosparo o pezzetto di legno appuntito,  non carota!), ornato infine con una vecchia scopa in mano ( fermati ca chiddra è nova!) Seguiva la lotta del lancio delle palle di neve , il freddo nel colletto e sulla schiena, le mani gelate ( e chi ce l’aveva i guanti!), i nasi colanti,  e tutto caratterizzava la nostra felicità. Poi arrivava il momento della scirubetta raccolta in una vasia , più lontano,  dove non avevamo giocato. Il bianco riempiva i bicchieri che si coloravano subito di delizia nera: il milazzo!

 

Curiosità : al sud c’è stata la dominazione araba e scirubetta deriva da sciorbet , cioè gelato.

 

Varianti : sostituire il milazzo con caffè, cioccolato, succo di arancia.

 

Per i fuscaldesi : a Natale non dimenticate i sorvi e ri cachì si nun allippanu!

 

                         Fuscaldo-prima-neve.jpg

                                             Fuscaldo - prima neve - foto : www.fuscaldocity.it

Mostra altro

IL NUOVO GOVERNO PER L'ITALIA FUTURA

19 Dicembre 2009 , Scritto da CARANAS Con tag #POLITICA


                                                                                                       di Carmelo Anastasio

                                     parlamento2


Dopo tanti tentativi, dobbiamo ammetterlo : l’Italia non si governa da sinistra. La sinistra riformista , se vorrà tornare al governo ( e oggi è più che mai necessario), dovrà imprimere alla sua linea una svolta chiara, forte e determinata. Altrimenti, tra la fame dei lavoratori, si continuerà a giocare a guardie e ladri, o per dirla alla fuscaldese : “ a liberi” acchiappatori e acchiappati. Ma attenti all’altro gioco fuscaldese “esce padre Gelormo ! ” con conseguente “scribbia !”

Come se ne esce? L’unica via che mi sembra possibile è quella che vede il PD tessere la tela delle alleanze, senza però ( a malincuore) guardare a sinistra , come insegna l’uscita dal PD di Rutelli ( ma quello, conosciuto personalmente in piazza Duomo tanti anni fa a Milano- contestava Pannella- entra ed esce, fonda e scioglie). L’intuizione non è errata, almeno così mi sembra. Facciamo un po’ di conti : Di Pietro col suo 8% (ultime europee), se lo uniamo ai comunisti ed ai voti di Vendola ( rispettivamente 3.38% e 3.12%), al massimo può arrivare al 14,5% - 15%, cifra considerevole e che fa gola al PD , ma insufficiente per imprimere una svolta , quindi la soluzione va trovata altrove. Non dimentichiamo poi che quelli che votano IDV e comunista, non votano solo contro Berlusconi, ma anche contro il PD e soprattutto verso la politica leaderistica a volte fiacca, molle , di facciata e inciuciata. Ne è una dimostrazione il numero altissimo di preferenze prese dal secondo ex magistrato IDV che aveva inquisito Mastella ma anche Prodi.

Non rimane quindi che guardare al centro. Qui si possono raccogliere voti ed idee non dimenticando quanto conta la Chiesa. Il laico Mussolini se ne accorse e sfruttò.  La Chiesa, che piaccia o no, anche perché nella Chiesa , nonostante gravi errori ( pedofilia , aborto ecc.), ci sono diverse e migliori (certo! Migliori, vuoi mettere la Mussolini con Ruini?) intelligenze della penisola. In Italia infatti, secondo me, solo tre cose funzionano perfettamente e con continuità : la Chiesa, L’Arma dei Carabinieri e la Fiat. Si può allora fare a meno della eccellente organizzazione della Chiesa? Alle sue infinite ramificazioni ? Alla Chiesa sempre nel centro del dibattito politico? L’aveva capito anche il Peppone di Guareschi ! Direte voi : ma ci sono posizioni inconciliabili, come si fa ? Col buon senso dicevano gli antichi, una soluzione si trova sempre.

Bisogna allora cogliere il momento buono che grazie al gesto malsano di Tartaglia, ci si presenta. Casini non tornerà con Berlusconi condizionato dalla Lega di Bossi , inoltre crea enorme disagio a gran parte dell’Italia, il ritorno alle alleanze d’area Bertinotti o Pecoraro Scanio ( dove son finiti?) Non si vuole però neanche quella che oggi è considerata la vera opposizione (IDV) e quella dei magistrati onnipotenti ( n.b. non parlo della magistratura in generale, e poi diciamocelo chiaro e tondo, Di Pietro se non gli conveniva,  la toga l’avrebbe ancora addosso e farebbe il magistrato, come Berlusconi anche lui non era un politico!)

Serve quindi un’intesa storica tra moderati e progressisti non rappresentata ( per quanto possibile) dalle solite facce note e accattivanti, ma da quelle scelte dal popolo direttamente e non decise a tavolino ( anche se nell'organigramma che segue, può sembrare l’esatto contrario, ma quello è solo un esempio numerico e d’aggregazione , messo li anche per facilitare commenti e confronti sulla mia fantapolitica).

Gli eletti ( n.b. parlamento dimezzato) dovrebbero possedere prestigio e competenza, recuperati anche in quell’area di centro e berlusconiana o leghista,  non ignorando anche i molti imprenditori seri e competenti che  oggi votano PdL perché non emerge un’alternativa affidabile.

I giornali dovrebbero fare autocritica e sostenere la nuova via impegnandosi in questa costruzione nuova levandosi ( dove ci sono , e non mi riferisco unicamente a Repubblica che pure compro) i panni “cospiratori” - n.b. virgolette- e " fautori di complotti ". Ma si sa, la politica è una cosa sporca! Sono letti i giornali, ed oggi di più . Non è forse vero che seguiamo trasmissioni televisive anche per vedere la “scerratina” da commentare con gli amici? E' quasi sempre una specie di voyeurismo (non strettamente sessuale) collettivo, da Grande Fratello. Non è forse vero che leggiamo i guestbook anche per dar contro al “berlusconiano” o dar contro alla sinistra, come è capitato al sottoscritto ricevendo offese perché  comunista  ( è successo su un blog paesano)? E’ così, sui giornali trovi il gossip, sui blog le “scerre”. I giornali di sinistra una volta venivano comprati e letti con altro spirito da gente che credeva nella politica e nella responsabilità della guida del partito. Io posso investire se mi arrivano quotidianamente informazioni che mi servono per costruire la mia vita , così come al più modesto dei lettori per costruire la sua di vita. C’è però il problema della pubblicità, senza essa il giornale muore. Però con la pubblicità il giornale non viene letto, viene solo sfogliato e non si costruisce un cabit di niente!

Chiosa : proviamo insieme a fantapoliticare col toto-governo dell'Italia futura con l’ipotesi che segue, frutto di mie “elucubrazioni ”. Buona mossa! Come a scacchi!

                                                   PRESIDENTE DEL CONSIGLIO

 

                                                                  CASINI

 

         Vicepresidente                                                                 Vicepresidente

 

            BERSANI                                                                               FINI

 

 

                                                               MINISTRI

 

-         Rapporti con le Regioni :  Ivana Bartoletti

-         Attuazione del programma di governo :  Rosy Bindi

-         Pubblica amministrazione e Innovazione :  Gianni Punzo

-         Pari opportunità : Barbara Pollastrini

-         Politiche europee : Emma Bonino

-         Rapporti con il parlamento : Maria Pia Garavaglia

-         Gioventù : Federica Pellegrini

-         Ambiente : Maria Teresa Fagà

-         Turismo : Giulia Innocenzi

-         Affari Esteri : Massimo D’Alema

-         Interno : Anna Finocchiaro

-         Giustizia : Debora Serracchiani

-         Difesa : Andrea Romano

-         Economia e Finanze : Nicola Persico

-         Sviluppo economico : Sergio Marchionne

-         Infrastrutture e trasporti : Luca Cordero di Montezemolo

-         Istruzione Università e Ricerca : Andrea Camilleri

-         Politiche Agricole, Alimentari e Forestali : Sandro Buzzi

-         Lavoro e Politiche sociali : Nicoletta Barbato

-         Salute : Vittoria Franco

-         Beni e Attività Culturali : Vittorio Sgarbi

-         Tutela del Territorio : Antonio Mazzi ?

 

 

 

Mostra altro

Qualcosa ritorna

14 Dicembre 2009 , Scritto da CARANAS Con tag #POLITICA

       Se va avanti così, non potrà nascere nulla di buono
                                                                                 di Caranas               

  ieri

Autonomi.jpg

oggi
scontri

“Condivido quasi tutto quello che ha scritto, nel contempo mi chiedo comunque con chi il PD potrà tornare numericamente al governo se si scarica anche l'IDV (che per tanti è l'unico partito che attualmente fa vera opposizione)avendo perso per strada altri consistenti partiti di sinistra. Sul http://foranastasis.over-blog.it, come altri blogger,  quasi ogni giorno affronto le tematiche politiche attuali, mi sono però un po' stufato, sono stanco dell’antiberlusconismo  fatto usando il gossip o ripescaggi poco chiari e anche perché vedo e sento comunque che Berlusconi va bene per una grande percentuale degli italiani. Anche se fa “ cazzate “, oggi lo rivoterebbero in tanti, anche giovani. Dove sbaglia il PD? Lei parla di opposizione in parlamento ma quale opposizione dal momento che questo governo ricorre alla fiducia continuamente ( e deve farlo perché i contrasti interni- altro che normale dialettica- ci sono), non dimentichiamo però che anche Prodi ricorreva spesso alla fiducia! “

 

Su  altro blog , con altro commento , facevo notare che se si va avanti così è facile poi arrivare allo scontro fisico in piazza (se non alla guerra civile). Ė per questo motivo che il 2 dicembre scorso ho pubblicato qui “ Il berlusconismo e l’antiberlusconismo stancano” . Ho preferito quindi dedicare più tempo alla satira politica e non, argomento certamente più leggero,  ed altro alle ricette culinarie calabresi. Ieri poi , rimettendo a posto mie poesie , ne ho trovato una non vecchia che riporto qui sotto perché focalizza bene quel che ieri è successo in centro a Milano e su cui tutti dovremmo riflettere seriamente. A partire dai segretari di partito che ieri erano pronti a fare alleanze anche con Di Pietro e oggi fanno finta ipocritamente di scordarsene.

Ed ecco, ci sono ricascato! Anche questo è veleno!   

 

 

1968 - Qualcosa ritorna

 

Quasi cancellato,

ogni tanto riaffiora

ed a guardarlo in viso

     non sempre approdo al nostalgico benevolo umore,

spesso è solo disperazione.

 

Se m’incontra disarmato,

gli urlo  fuggi!

Ma il ’68  , vuoto  non del tutto,

con quelle sue munizioni arrugginite

può  ancora far male!

 

Quanto tempo perso!

Quante ore in orizzontale amplesso

e senza studi …

Ma nonostante il nero,

il bianco anelito di vita

ripercorre la via

dov’era stata lasciata

mirando il nulla.

 

Un altro muro va giù!

Però , amare non era poi

così male.

 

Non si tocca l’alba

senza percorsi nella notte.

 

Mostra altro

TRA INTOLLERANZA E FONDAMENTALISMO ARRIVA IL NATALE

12 Dicembre 2009 , Scritto da CARANAS Con tag #RELIGIONE

 

                  Siamo tutti figli della stessa terra         
                                                                                                         
  di Caranas

 

Il Natale si avvicina , forse ce ne accorgiamo solo navigando in internet. Di solito per questa festa cambia la home page, tanto è che non usciamo o lo facciamo poco, per cui neanche te ne accorgi se sei in pensione e passi molte ore davanti al computer. Molte  relazioni te le cerchi e coltivi virtualmente attraverso il portatile,  freddo strumento che ti trasforma la realtà , qualcosa di involuto e ablativo che scorre nel tuo tempo . Ma arriva il Natale e ci sentiamo più piccoli, quasi lillipuziani tra un pamphlet e  una bischerata berlusconiana sul proprio blog carico di esotismo,  ma comunque più piccoli,  per cui ci ritagliamo nelle nostre giornate fette  di presepe 1
riflessione mistica insieme a quelle di panettone. O no? Nel silenzio delle ore notturne, con unico interlocutore il pc, non quello politico, diventiamo (divento) cercatore di Dio, sogniamo un’umanità futura che non abbia bisogno di cercare fuori di sé le ragioni per una sua convivenza solidale e fraterna. I grandi della terra ( il nostro , grande proprio non lo è e lo dico in barba alle classifiche) hanno compiti enormi ad attenderli se sapranno superare le loro divisioni, tra le quali io metto per prima quella che chiamo razzismo ideologico. Ciascuno dei tre monoteismi infatti, è stato ostile e a volte persecutore nei confronti dell’altro monoteismo, anch’esso discendente di Abramo. Ogni Dio, per quanto amorevole e universale, è stato finora l’emblema di questa divisione fra gli uomini. Tra intolleranza e fondamentalismo, mi chiedo se è meglio dire :   “ siamo tutti figli dello stesso Dio” o “ siamo tutti figli della stessa terra ?” Sembra che il rimandare a Dio impoverisca l’uomo, il peccato contro lo spirito dell’uomo. Mah! Voi cosa ne pensate? Non citatemi Plinio però : “ Dio è che l’uomo aiuti l’uomo” perché se no la discussione diventa più complessa con l’altra citazione : “ Ė Dio che ha creato l’uomo , o l’uomo che ha creato Dio?” Ecco , sono già quasi  off topic .

Comunque,  mi aggrappo al riscoprimento dell’autentica universalità come aspetto essenziale e,  con rispetto delle vostre posizioni, vi dico che, non so voi, io ci riesco meglio guardando alla vita di Gesù.

Dimenticavo, ricordiamoci che il Natale non è la festa del consumismo e che per tanti non sarà un Natale di sorrisi appesi all’albero.

 

 



                                         

Mostra altro

Il presepe di Caranas passione e tecnica

8 Dicembre 2009 , Scritto da CARANAS Con tag #RELIGIONE

 

                             
                                                                                                     di Caranas 
                                                                                    

Il presepe è una delle grandi tradizioni italiane (non solo) che scandiscono gli appuntamenti di Natale. Costruendo il presepe si ritorna all’atmosfera che ci circondava da piccoli per la gioia dei bambini ( ricordate le mille stelle a 10 lire? )Avevo nove anni quando costruii il primo presepe e dentro quel mondo fatto di materiali poveri (tutto fatto in casa , anche i pascjhareddri) vedevo un universo in cui la fantasia poteva  sbizzarrirsi . Non ho più smesso da allora   ( tranne che per gli anni universitari ) migliorando la tecnica con l’uso sempre più evoluto dei materiali fino a rendere il paesaggio quasi vivo.

Oggi, presi dai nostri problemi metropolitani, non abbiamo tempo da dedicare al presepe e poi : si sporca la sala, ci vuole tempo, bisogna uscire per comprare l’occorrente, non ci sono soldi perché c’è la crisi…

Ma cosa? Vuoi mettere la felicità provata e la soddisfazione di avvicinarti a Dio, quel Dio fattosi  bambino, un neonato che non fa paura… il Verbo che si è fatto carezza. Chissà che avrà provato quella volta San Francesco d’Assisi !

 

Tecniche costruttive o meglio … procedimento :

 

procurati dei pezzi di polistirolo, altri di legno, della stoffa di sacco, un po’ di scagliola (gesso), carta da pacchi, segatura, muschio (lo trovi anche sugli alberi ad indicare il nord), dei sassolini e carta stagnola .

Su una base di legno ( va bene anche il ripiano di un vecchio banco di scuola), prepara lo scheletro scenografico partendo dalla grotta ; poi passa al paesaggio circostante con case, resti di tempio romano ( usa tappi di sughero incollati in verticale con attak)  , ruscello e laghetto ( con la carta stagnola fissata dai sassolini per l’argine).

Quando il presepe incomincia a prendere corpo, accartoccia più volte  la carta da pacchi e con essa ricopri le forme già preparate con il polistirolo ed altri materiali (grotta , monti , ecc.) e con la stoffa di sacco altre forme da ricoprire poi con spennellate di gesso quasi liquido. Non dimenticare il cielo ( con carta stellata rigorosamente blu) . Puoi ora sistemare le luci ( prendi quelle con il marchio CE) e il contenitore della paglia per la stalla ( usa pezzi di tralci di vite o legnetti incollati a X con attak). Infine colora come meglio credi usando i colori a tempera un po’ liquidi in modo da poter spruzzare il miscuglio sulla carta da pacchi.

Usa la segatura per i viottoli , spiazzi ecc. e sistema i pastori ( se non li hai preparati prima col Das o plastilina o pasta di sale, acquistali pensando alle giuste misure per il tuo lavoro).

Manca la stella cometa e qualche angioletto da sistemare sopra la grotta.

Fai nevicare con della farina bianca. Il presepe è pronto! La notte del 25 metterai il bambino  Gesù.

Non dimenticare : ai bambini , al mattino piace spostare i pastori (effetto dinamico!)

                                                  

Mostra altro

DOLCI DI NATALE CALABRESI

6 Dicembre 2009 , Scritto da CARANAS Con tag #FUSCALDO

Quando il panettone e il pandoro non c’erano, in Calabria l’atmosfera natalizia era creata e sostenuta dalla preparazione dei dolci di Natale .

Oggi, per l’eccessivo consumismo, è scomparso del tutto o quasi, anche questo aspetto : il prodotto moderno e confezionato che arriva nelle nostre case prima dell’acquisto con un bombardamento di spot pubblicitari attraverso la tv , non riesce a creare quella magica aria di festa.

C’è fame nel mondo e le nostre cassette della posta sono piene di richieste di soldi da un sacco di organizzazioni. Chi accontentare? Sono troppi ! E molte di queste associazioni usano anche carta pregiata,  inviano adesivi col tuo nome già stampato, segnalibri, segnaposto ecc.

Per la gioia dei nostri bimbi, ritorniamo al passato (vi ricordate la letterina sotto il piatto del papà?) con la preparazione di qualche dolce per vivere, piccoli e grandi, le stesse emozioni di allora. Vi garantisco che non è poco per aver già sperimentato . E prepariamo anche il presepe rigorosamente fatto in casa, quindi non compratelo (a parte le lucine , che ricordo devono essere di sicurezza).

Le ricette più classiche e tipiche del Natale in Calabria :

alla vigilia non possono mancare gli spaghetti “da vigilia” conditi con mollica di pane fresco spezzettata ( meno di 1 cm) fatta friggere in olio di oliva assieme   a pezzetti  di   alici salate ,   non   possono   mancare  le fritture  e le “ grispeddre” , lo stoccafisso in umido oppure la salsiccia calabrese con cime di rape e i lambascioni, cavolfiori e “pipi arrigliati “(peperoni rossi lunghi e secchi  fritti in olio caldo in modo da renderli croccanti). Il venticinque , a pranzo , la tradizione vuole 13 pietanze basate su alimenti poveri ed essenziali : pasta al forno con polpettine di carne, salame calabrese al peperoncino, fritture di pesce, crostacei, carne di maiale in gelatina e foglie di lauro,ecc. ecc. NB "fisuragli" , alias ciccioli di maiale e 'nduja con gli antipasti.

La sera , gli avanzi della vigilia e del pranzo perché come si dice nella zona sono “benvenuti in casa”. Il tutto annaffiato con il miglior Cirò perché gli anni e i bicchieri di vino, non si contano mai. Attenzione alla glicemia e al colesterolo e trigliceridi. E così , anch’io stavolta , ci sono cascato tuffandomi nella mia bella fetta di consumismo. Allegria !

 

A voi la prima ricetta :

 

                                  "TURDIDDRI" (dolce di Natale)

 

            Ingredienti:

 

4 bicchieri di vermouth --  2 bicchieri d'olio - Farina quanto  

basta  "milazzo" (miele di fichi  detto anche vin cotto) q.b. –

confettini  colorati di zucchero

 

          Procedimento:

 

Portare ad ebollizione il vermouth  e l’olio. Subito dopo bisogna lasciare raffreddare a temperatura ambiente. Quando è freddo incorporare la farina fin quando il composto assume corposità. Preparare poi con la pasta delle forme cilindriche  ( 6-7 cm di lunghezza e max 2 di diametro) da far rotolare poi sul “crivo” ( va bene anche l’attrezzo usato per gli gnocchi in modo che la pasta ne esca rigata).

Friggere in abbondante olio di  semi  preferibilmente in una pentola alta. A frittura ultimata sgocciolare l'olio con la schiumarola e  guarnire  con "milazzo" o miele ed a piacere con confettini di zucchero colorati .     



Mostra altro

FUSCALDO E CAMILLERI di Caranas

4 Dicembre 2009 , Scritto da CARANAS Con tag #CAFFE' LETTERARIO


Premessa

 

A Fuscaldo , il 12 agosto 1994,  venne Vincenzo Consolo a parlare del suo “La ferita dell’aprile”. In realtà si parlò poco del suo libro perché la discussione dilagò sui temi della ‘ndrangheta  , dell’emigrazione , delle illusioni industriali e del futuro della Calabria. A Consolo in quell’occasione chiesi cosa ne pensava del modo di scrivere di Camilleri  o meglio di quella particolare forma dialettale piena di grazia e umorismo che caratterizzava  le sue pubblicazioni (avevo appena letto “La stagione della caccia”) e lui, sorridendo mi rispose : <<noi siciliani siamo tragediatori paghi solo quando riusciamo a fondere insieme la vita e la scena e ciò ci viene meglio usando la terminologia della gente comune. Vedrà che anche nel libro che ha appena comprato , troverà espressioni tipiche : “na vampa – catoi – ‘mbriaco” li usate anche a Fuscaldo no?>>. E se ne andò.

D’allora  le iniziative culturali del Circolo,  non sono state più frequenti. Peccato!

Questo ricordo mi ha suggerito oggi di riscrivere  un pezzo di Andrea Camilleri (Il primo voto – Gocce di Sicilia) alterandolo (in corsivo) solo nelle espressioni fortemente dialettali utilizzando quelle del vernacolo fuscaldese.  Il Maestro non me ne vorrà.

   

                                          Il primo voto

 

Le prime elezioni regionali siciliane del 1947 partirono di colpo ‘ncazzuse , lo si capì subito cunn’era cosa perché non c’era comizio che non finisse , ‘ndru megliu casu , a  scerra generale . Nel peggiu casu, invece ci scappava qualche scuppettata  e qualcuno finiva a ru spitali. Rapidamente lo scontro politico arse e non solo metaforicamente , albiri di mandorlo e d’alivi vennero vrusciati , cìciri e fave furono abbrustoliti in loco, vale a dire dentro ai magazzini dov’erano ammassati. A sinistra ci stavano comunisti e socialisti uniti che avevano pigliato per emblema la testa di Garibaldi, a destra i monarchici e gli agrari, in mezzo i democratici cristiani con lo scudo crociato. Averci messo a simbolo la testa di Garibaldi parse al “Fronte del popolo”una gran bella pinzata. I picciotti di sinistra , con le sacchette piene di manifestini, si gettarono campagne campagne alla cerca di voti.

<< Votate e fate votare Garibaldi !>>

<< Picchì, Garibardi sipprisenta? Unnè mortu?>> si chidiva ‘marpagiatu qualche contadino posando la vanga.

     A un giovane intellettuale non andò tanto bene quando venne a trovarsi davanti a un vecchio di na ottantina d’anni, assittato su una seggia di paglia, a ru latu da porta di na caseddra poco più grande di un dado.

<< io con questo Canebardo non ci voglio aviri nenti a cchi ffari.>>

<< E picchi?>>

<< Picchi era nu sdilinquente.>>

<< Ma non è vero!>>

<< Nunsignori, è vangelu! Tant’è veru che quandu è binutu cca, ammisu in libertà  tutti i sdilinquenti che eranu carcirati!>>

<<Sentite , questa storia dei carcerati…>>

<<Làssati prigari guagliunè! Chi ni vo sapiri tu ca si tantu picculu ca teni ancora a merda a ru culu! A mia, mammima mu cuntò! A uno, questi sdilinquenti ci tagliarono la testa e ci jucarunu a palla!>>

Il giovane intellettuale sorrise. Quella storia l’aveva letta para para in un atto unico di Pirandello, L’altro figlio.

<< Guarda cca Zi.Questa cosa se l’inventò uno scrittore di queste parti che si chiamava Pirandello…>>

<<Sa invintata?>> scattò arraggiatu il vecchio gazandusi. << Che viene a dire se l’inventò? Io , gliela cuntai la storia a Lovicino Pirinnello! E lui la scrisse! Quello che ci tagliarono la testa  il frati di nonno era!>>

Il giovane intellettuale  scappò, schivando miracolosamente una pietrata che gli avrebbe scassato la schiena.

In paisi le cose non stavano meglio. A scanso di complicazioni, il maresciallo dei carabbineri Allotta, ch’era omo di mezza parola, aveva parlato chiaro :<< da ora in avanti, comunisti e socialisti, se hanno gulìo di farsi una birra, vanno solo ed esclusivamente al caffè Empedocle; i democristiani al caffè Castiglione; i monarchici e i separatisti al caffè Pùrpura. Chi sconfina, l’arresto con una scusa qualisiasi.>>

E fu proprio al caffè Empedocle che s’ appicciò a miccia capaci di fa zumbà all’aria u paisi sanu sanu.

< Che dicevano i tedeschi? Dicevano : Gott mit uns. E dicevano una minchiata grossa quanto una casa. Dio non era con loro, tant’è vero che finirono come finirono. Invece Signuri santu , tramite il figlio so’, è sicuramente dalla parte nostra> fece na sira Pepè Contrera.

I suoi cumpagnuzzi u guardavano na picca strambati.

< Siamo sicuri?>  Disse Gegè Affitto che era sempre dubitoso d’ugni cosa.

<È Gesù Cristo stesso che lo dice chiaro e lampante> rispose Contrera ordinando a ru camereri  il quinto fernet.

L’intellettuale, quello che era stato pigliato a pietrate , si fece obbligo d’intervento.

<Nei Vangeli, per quanto… >

< Me ne fotto dei Vangeli> tagliò corto Contrera.

Calò silenzio. Poi Marco Clemenza sappigliatu i curaggiu .

« Ti vo spigà megliu?»

«Certu.Mo vegnu e mi spiegu» Disse calmo Contrera scolandosi il fernet che gli era stato appena portato.

Si guardò ‘ndornu ‘ndornu e ppo parlò:

«Quanti jurni mancanu ara duminica di Pasqua?»

«Quattru» Rispose prontamente Pippo Liotta che era comunista, ma che non si pirdiva na Missa.

« Allora raggiunamuci na picca.Dumani, u venneri, il Signuruzzo mora.Giustu?»

«Giustu» fecero gli altri a coro.

« E che succede ndra chiesa quando il Signuruzzo more? Succede che parano a lutto cchi  linzuli viola e liganu i campani.Giustu?

«Giustu.»

«Domenica invece il Signuruzzo risuscita e si canta la Missa. Ma come risuscita? Cadanu i linzuli a luttu e si vida a statua du Signuruzzu ca sind’acchiana ncielu mentri i campani sonanu a gloria (tinchité – da noi a Fuscaldo : cumi i sonachiddru grandi artista musicale cioè : Saveriu i cucinara) . Giusto?»

« E cchi tena mmanu u Signuruzzo mentri sind’acchiana ‘n cielu? Na bandera rossa tena!»

«Minchia ! Ė veruvariò il coro.

Era indiscutibilmente vero. «Veramente, bandiera , bandiera non è » azzardò il giovane intellettuale.

«Ė piuttosto un làbaro.»

« Sempi russu è» tagliò Contrera.

E poi, sorridendo diabolicamente : « e u sapiti chi facimu nua?- mi raccomando, unn’adda mancà nissunu ara Missa da duminica- appena u Signuruzzo risuscita ncumingiamu a cantà Bandiera rossa ca puri u Papa a Roma sadda ttippà i wricchi !»

Scoppiò un applauso.

Ma tra quelli che battevano le mani al caffè Empedocle c’era un Gano di Maganza, un traditore che di nome faceva Massimo Pullara. Questo Giuda ogni tre giorni andava nel gabinetto medico del dottore Liborio Boncristiano, che tale era non solo di cognome ma macari di fatto, dicendo che doveva farsi curare un distrubbo della wricchia mancina . Era una scusa, il vero era che Massimo andava a riferire al dottore quello che dicevano i so’ compagni. E ogni volta Liborio Boncristiano non gli faceva ammancare centu liri.

E fu così che i democristiani vennero a conoscenza della storia che i rossi avevano strumentata.

Alle sette e mezza spaccate di ogni matina che Dio mandava, al cafè Empedocle s’apprisintava Cocò smecca, camereri del barone Stefano Arrigò di Titò, per accattari una granita di cafè e tri tiraddri cu patruni si vuliva truvà davanti appena sumatu.Senza pinzà di fa malizia , u bancunista , mentre preparava l’ordinazione, cundò a Cocò Smecca quello che aveva sentito dire u jurnu prima a Pepè Contrera.

«Chi si dicia aru paisi?» era la prima domanda che il barone faceva a ru camereri mentre si sbafava la granita.

Appena sentito il ragionamento di Contrera, Stefano Arrigo di Titò, capo dei monarchici-separatisti, si fece andare di traverso il tarallo, tanto che il camereri dovette dargli nu bellu scuffundunu ‘ndri spaddri.

« Vammi a chiamare a Giugiù» fece farfugliando.

Cocò Smecca si precipitò , se c’era d’abbisognu di Giugiù Zonta, il numero uno di fatturi del barone, ominu facili di curteddru ma di cchiù di rivorbaru, veniva a significare che la faccenda non era proprio nu scherzu.

Patri Aureliu Li Causi avia appena pigliatu sonnu, stancu mortu di funzioni du Venneri Santu, quando sentì discretamente tuppuliari ara porta. Malati gravi, chiddri da ‘Strema unzioni, ‘ndru paisi un ci ‘nderanu e durante la giornata non c’era stata né n’azzuffatina né na sparatina,  una specie di tacita tregua per non turbare il giorno che era .

E cchini  minchia po essi?» s’addummandò patri Aurelio che era nu sant’omo  ma che ogni tanto a parolazza cci scappava.

« Mi scusi se la disturbo a quest’ora, ma si tratta di un fatto grave» fece sulla porta il dottor Boncristiano. Da sempre u previti e il medico si facevano ‘ndipatia. E in più Boncristiano aveva pubblicamente rinfacciato a patri Aurelio di non volere pigliari partito dal pùrpito contro i rossi.

« Se c’è cosa grave , s’accomodi » disse il prete friscu cumi nu quartu i gaddru mettendosi da parte per farlo passare.

Il dottore gli cuntò la faccenda.

«Embé?» disse il prete.

« Come, embé?» scattò il medico. « Non lo capisce, o forse non lo vuol capire, che se i paisani vedono a Cristo con la bandiera rossa si mettono in fila a ra cabbina elettorali per votare il Fronte ? E noi ce l’andiamo a piglià ‘ndru culu! Si rende conto, o no?»

«Io non so dove lorsignori se lo vanno a pigliari. Il fatto è che  i paisani hanno visto a Cristo che sale in cielo con il labaro rosso.»

« Ma stavolta è diverso !»

«E picchì??»

«Perché quelli, attaccando a cantare Bandiera rossa è come se dicessero vedete? Due e due fanno quattro. Gesù se ne va in cielo con la bandera nostra!»

«Ho capito , dottore. Lei vorrebbe che Gesù cangiasse bandiera per ragioni politiche.»

Boncristiano si sumò da seggia.Aveva la faccia janca che sembrava un morto. Senza manco salutare il prete, voltò le spalle e sinni niscì. Andò a casa, si fece la barba, si lavò, si vestì di scuro con la cravatta, si mise in macchina e partì per Montelusa.

Andava a trovare il vescovo Pietro Agostino Carnazza, ominu i postu certu mbaradisu.

E difatti, verso le nove  di sira du stessu jurno, in casa di padre Aurelio Li Causi

s’ apprisintò monsignor Guttadàuria, segretario particolare del vescovo, giovinottu trentino e tutto superlativo : curatissimo, elegantissimo, dottissimo, eloquentissimo, diplomaticissimo. Parlò senza fermarsi per un’ora e mezza, citando sant’Agostino, san Tommaso, sant’Alfonso de’ Liguori e, per ultimo, un certo Domenico Cavalca che padre Aurelio non aveva mai sentito nominare.

Con la testa che gli fumava, patri Aurelio addimmandò quando aveva capito che l’altro aveva finito di parlare : « Su conclusione, come mi devo regolare?»

«Secondo coscienza , è naturale. Ma se mi posso permettere, un consiglio ce l’avrei. Perché non sostituisce il labaro rosso con una bella bandiera bianca con lo scudo crociato in mezzo? Oddio , padre Aurelio, che ha? Si sente male? Non mi faccia spaventare, padre Aurelio!»

U povaru parrucu chiddra notti nun’arrisci a piglià sonnu, si vutava e si girava ‘ndrù lettu, avia a vucca arsa come per la terzana. S’appinicò na picca versu i tria e trovò di trovarsi davanti al Grande inquisitore in persona che ordinava che lo dovevano arrostire vivo sopra una graticola.Si risbigliò ‘ndra nu lagu di suduri,  sentì che la porta di casa veniva pigliata a cavuci, andò ad aprire.

«Voscenzabinidica» lo salutò Giugiù Zonta, alto, grosso, baffuto e con due canne in spalla.

U fatturi del barone Stefano Arrigo di Titò parlò per dieci minuti spaccati, citando la strage degli innocenti, il martirio di san Sebastiano, quello di Santa Lucia e quello di Tanino Fazio che santo non era ma al quale prima avevano tagliato i cabasisi ( in fuscaldese i “cugliuni”) e poi l’avevano impalato.

«In conclusione, come mi devo regolare?» addummandò macari  (anche, puri) a lui patri Li Causi che alle parole di Giugiù si era messo a sudare il doppio, tanto che tra le pantofole aveva formato canticchia di affuso (bagnato).

«Io chiaro parlai a vossia» fece Giugiù sumandusi da seggia « e di perciò sta dumanda nun m’aviata fari.Allora vengo e mi spiego meglio. Vossia leva la bandera rossa dalla mano di Cristo e ra cangia con la nostra bella bandera siciliana con la Trinacria in mezzo. Appressu me ne portai una , nel caso vossia non l’avesse avuta suttamanu.

La tirò fora da sacchetta della cacciatora, bella piegata a otto, la posò sul tavolino, salutò divoramenti , ghiscì.

Il maresciallo Allotta quello che avevano in mente di fare i rossi lo seppe praticamente nel momento stissu che Pepè Contrera aveva finito di dirlo, tri jurni prima.  Perciò aveva addumandatu rinforzi a Montelusa , Fela, Fiacca. Ari undici da matina  occupò militarmente la chiesa, disponendo i carbineri a forma di ypslon : nella parte alta , quella a “vu” , sarebbero stati allocati i democristiani con un cordone di militari alle spalle , a mano mancina i rossi e a ra destra i separatisti e i monarchici divisi da na filata di carbineri che arrivava fino al portone . Il maresciallo stesso si mise sul sagrato e, aiutato da quattru di so’ , smistò i fedeli secondo le loro idee politiche. Che del resto conosceva benissimo.

Scasarunu tutti . Dalla sua casa di contrada Infischerna  arrivò don Casimiro Impiduglia che, non potendo mantenersi a ri ‘mbedi per via delle gambe molli, venne portato a siggiteddra da due nipoti che si spezzarono a momenti i polsi , dato che lo zio pesava centottantachili netti . Dalla montagna del Crasto calò Michele Lodìco che a forza di lavurà a terra si era ‘ndurciniatu come un olivo saraceno e aveva il busto spostato di cinquanta centimetri rispetto alla linea dei piedi. S’arrambicò Nenè Navarria , latitante da cinque anni, che per l’occasione il maresciallo fece finta du nnu canusci . Venne Peppuccio Agrò che non aveva mai più messo piede in chiesa da quando l’avevano vattiatu perché l’acqua del battesimo gli aveva fatto venire la polmonite doppia , lasciandolo di salute cagionevole. A farla brevi , a menzijurno menu nu quartu nella chiesa non arriscì a trasi cchù nissunu, non ce la fece mancu a gatta dipatri Aurelio che era di casa in sagrestia.

U previti s’apprisintò ccu dua chierichetti. Era arrivata l’ora. Tutti i  presenti lo guardarono in faccia : era sirenu , anzi aveva un sorriso liggeru nelle labbra e negli occhi . Sicuramente aveva risolto il busillibus. Ma come?

I dodici colpi du rilloggiu da chiazza rintronarono come cannonate nel silenzio della chiesa. Ai dodici rintocchi le campane pigliarono a sonare a festa, facendo morire di paura i palumbi supa i ciaramili. Poi , a una parola du previti, un chierichetto s’avvicinò all’altare maggiore, tirò una cordicella, fece cadiri u linzulu viola.

E la statua di Gesù che acchianava ncielo si mostrò. Non aveva la bandera russa. E mancu chiddra da Trinacria. E nemmeno chiddra janca.Poi, dopo un attimo di stupore, dalla latata mancina, quella dove ci stavano socialisti e comunisti, alto, solenne, si levò il coro dell’Internazionale , mentre democristiani , monarchici e separatisti lasciavano ‘ncazzati nivuri la chiesa.

«Ma dove ho sbagliato?» si chiese u previti. E sumò l’occhi a gurdà a statua.

Raggelò , capendo l’errore.

Senza l’asta in mano, il gesto di Cristo cangiava significato : il Signoruzzo se ne acchianava infatti  in cielo col braccio destro levato in alto e a pugno chiuso , nel tipico saluto comunista.

E fu accussì che il “Fronte del popolo” stravinse le elezioni.

 

NOTA : Questo racconto non è cosa di fantasia. Capitò veramente al paese di Camilleri. Il giovane intellettuale naturalmente era Camilleri.  Molti vocaboli tradotti in fuscaldese, sicuramente non sono scritti nella forma più adatta. Non sono un grande esperto e trovo difficoltà perche alcune parole fuscaldesi non sono traducibili in vernacolo paesano . Provate infatti a scrivere “soffia” in fuscaldese , o

“lagghia “ che è un soprannome qui non scritto bene perché intraducibile.

 

Dedicato alle mie tre amiche del “Caffè letterario “ di Fuscaldo ( Ma. Ant. Stell.)

 

                                                                         CARMELO ANASTASIO

 

                                                                             

Mostra altro

MALEDETTI SAVOIA

29 Novembre 2009 , Scritto da CARANAS Con tag #POLITICA

" L'Unità d'Italia, un'annessione forzata"

                                                                     di Carmelo Anastasio

 

Nota :aggiorn. del 19.2.2011

Calderoli e Bossi non festeggeranno l'Unità d'Italia. Non solo, ora propongono l'eliminazione della festa del 1° maggio (a recupero). Mi domando : ma cosa aspettiamo a dichiarare la Lega incostituzionale ? 

 


Leggendo “ Maledetti Savoia” di Lorenzo Del Boca, vien difficile non  chiedersi se  andò  proprio come l’autore descrive le pagine del nostro Risorgimento. A scuola ci hanno insegnato ad amare Vittorio Emanuele II e gli altri padri della patria per cui , leggere adesso che il re era un gagliardo sciupafemmine, baldanzoso e smargiasso, un re che sperperava il denaro dello stato e così via, si resta basiti. Il quadro è dei peggiori e non si può che pensare che l’unità d’Italia , nonostante siano passati 149 anni, non c’è e forse non esisterà mai. E comunque, se c’è , è fondata su una montagna di menzogne che non fanno onore a chi ha scritto le precedenti storie d’Italia.

Tutto uno slogan allora, non c’è stata liberazione col Risorgimento ma conquista. E sembra addirittura che alcune vittorie siano state comprate con soldo inglese. Possibile che Garibaldi abbia avuto solo culo con la sua spedizione dei Mille?

I malanni del Sud si sarebbero aggravati con il nuovo padrone piemontese (il condizionale in questo momento è d’obbligo perché l’argomento necessita di ricerche e approfondimenti) , la gente meridionale sarebbe stata maltrattata ed in modo volgare, le regioni del Sud non sarebbero state unite nell’unica Italia ma annesse. L’altra cosa che colpisce e che ci fa pensare che l’Italia di oggi non è poi così diversa nei costumi è la seguente : “ Per infangare l’immagine di Francesco II, cacciato dal suo Regno delle due Sicilie, i servizi segreti piemontesi misero in giro una serie di fotomontaggi della regina Maria Sofia, in atteggiamenti pornografici”; non c’era la televisione ma il conquistatore si arrangiava. Sapevo di Bava Beccaris, sapevo bene dell’episodio di Bronte e avevo letto parecchio su Gerolamo Bixio che per l’assassinio dei cinque di quel paese siciliano (tra cui il babba innocente del paese) non mi è stato mai simpatico, conoscevo bene le gesta dell’eroina rivoluzionaria (unica donna nella spedizione dei Mille) Rosalie Montmasson, moglie o quasi del futuro ministro forcaiolo Francesco Crispi, anni fa avevo cercato  nell’elenco dei Mille ( pubblicato sulla Gazzetta nel 1864 e riportato in una pubblicazione del 1993) tutti i nomi dei calabresi  che avevano partecipato (pochi , ma a confronto dei piemontesi, tanti) alla spedizione e , l’avevo fatto con entusiasmo di ricerca campanilistica non certo per conoscere verità, ora tutto l’impianto mi dà un altro quadro e forse è meglio così perché mi consolo pensando  che i malanni dell’Italia di oggi sono figli di quella di ieri. Certo è che di fronte alle gesta della gloriosa Roma Imperiale, diversi generali codardi del Risorgimento non esistono proprio a confronto e neanche è possibile un accostamento soprattutto con i Che Guevara improvvisati che venivano smontati subito dai contadini calabresi. Altra accomunante : allora come ora , la corruzione  caratterizzava figure di primo piano del Regno , a cominciare dal re “Galantuomo” che scopava parecchio  non con sua moglie ma con chiunque capitasse a tiro anche se mogli di amici. Direte voi “cazzi suoi , anche se lo faceva in fienile e ubriaco”. E invece no, dal momento che quelle fuitine costavano tantissimo al neo stato. Quindi niente a che fare con l’affresco che il pittore Pietro Aldi disegnò sulla parete del municipio di Siena ( qui anche Garibaldi viene idealizzato in modo diverso dalla realtà e forse non aveva torto lo scrittore francese Maxime du Camp che non gli riconobbe alcuna intelligenza politica – lo definì babbeo). Ti fa incazzare anche lui. S’è fatto fregare la sua Nizza, s’è fatto fregare un regno appena conquistato e per che cosa? La gente l’amava come ora e il sud non gradì , tra le altre cose,  la leva obbligatoria che portava i giovanissimi contadini lontano a morire in Crimea. Lo stesso Mazzini definì Garibaldi “una canna al vento”.

La spedizione dei mille in realtà, forse, fu una farsa . Non ci sarebbe stata la conquista del regno delle due Sicilie se non si fossero unite le convenienze degli inglesi e della mafia meridionale ( come vedete, dove c'è potere , è sempre presente) che finanziarono ed appoggiarono l’impresa. I loro interessi non erano compatibili con la monarchia dei Borboni. Tantissimi alti gradi dell’esercito borbonico  furono comprati a peso d’oro. E pensare che quell’esercito del sud contava 100.000 soldati e avrebbe potuto fare a pezzi i mille garibaldini.

Chiudo pensando alla Repubblica di Genova ed ai suoi martiri per opera del generale La Marmora,  la vera canaglia, incerta davanti al nemico vero e tremebonda al primo incrociare di baionette. Vale anche per il Cialdini di Custoza, per Pesano e per quell’altro stronzo di Bava Beccaris.

 

 

Partiti con il cuore gonfio d’emozione ma destinato a scoppiare al primo assalto :

 

Gaspare   Tibelli,       17 anni  

Riccardo Luzzatto,    16 anni

Adolfo Biffi ,             14 anni

Peppino Marchetti,    11 anni 

                                                                                     foranastasis diritti riservati


Per l’elenco completo dei Mille , clicca sul link

http://cronologia.leonardo.it/storia/biografie/garibal7.htm

 

Mostra altro

Sono i soldi degli inizi del Cavaliere l'asso nella manica dei Boss

28 Novembre 2009 , Scritto da CARANAS Con tag #POLITICA

fonte : Repubblica

 

Soldi. Soldi "loro" che non sono rimasti in Sicilia, ma "portati su", lontano da Palermo. "Filippo Graviano mi parlava come se fosse un suo investimento, come se la Fininvest fossero soldi messi da tasca sua". Per Gaspare Spatuzza, da qualche parte, la famiglia di Brancaccio ha "un asso nella manica". Quale può essere questo "jolly" non è più un mistero. Per i mafiosi, che riferiscono quel che sanno ai procuratori di Firenze, è una realtà il ricatto per Berlusconi che Cosa Nostra nasconde sotto la controversa storia delle stragi del 1993. Nell'interrogatorio del 16 marzo 2009, Spatuzza non parla più di morte, di bombe, di assassini, ma del denaro dei Graviano. E ha pochi dubbi che Giuseppe Graviano (che chiama "Madre Natura" o "Mio padre") "si giocherà l'asso" contro chi a Milano è stato il mediatore degli affari di famiglia, Marcello Dell'Utri, e l'utilizzatore di quelle risorse, Silvio Berlusconi.

 

Il mafioso ricostruisce la storia imprenditoriale della cosca di Brancaccio, con i Corleonesi di Riina e Bagarella e i Trapanesi di Matteo Messina Denaro, il nocciolo duro e irriducibile di Cosa nostra siciliana.

È il 16 marzo 2009, il mafioso di Brancaccio racconta ai pubblici ministeri del "tesoro" dei Graviano. "Cento lire non gliele hanno levate a tutt'oggi. Non gli hanno sequestrato niente e sono ricchissimi".

 

 

"Non si fidano di nessuno, hanno costruito in questi vent'anni un patrimonio immenso". Per Gaspare Spatuzza, due più due fa sempre quattro. Dopo il 1989 e fino al 27 gennaio 1994 (li arrestano ai tavoli di "Gigi il cacciatore" di via Procaccini), Filippo e Giuseppe decidono di starsene latitanti a Milano e non a Palermo. Hanno le loro buone ragioni. A Milano possono contare su protezioni eccellenti e insospettabili che li garantiscono meglio delle strade strette di Brancaccio dove non passa inosservato nemmeno uno spillo. E dunque perché? "E' anomalissimo", dice il mafioso, ma la chiave è nel denaro. A Milano non ci sono uomini della famiglia, ma non importa perché ci sono i loro soldi e gli uomini che li custodiscono. I loro nomi forse non sono un mistero. Di più, Gaspare Spatuzza li suggerisce. Interrogatorio del 16 giugno: "Filippo ha nutrito sempre simpatia nei riguardi di Silvio Berlusconi e Marcello Dell'Utri, (...) Filippo è tutto patito dell'abilità manageriale di Berlusconi. Potrei riempire pagine e pagine di verbale [per raccontare] della simpatia e del... possiamo dire ... dell'amore che lo lega a Berlusconi e Dell'Utri".

 

"L'asso nella manica" di Giuseppe Graviano, "il jolly" evocato dal mafioso come una minaccia - sostengono fonti vicine all'inchiesta - non è nella fitta rete di contatti, reciproche e ancora misteriose influenze che hanno preceduto le cinque stragi del 1993 - lo conferma anche Spatuzza - , ma nelle connessioni di affari che, "negli ultimi vent'anni", la famiglia di Brancaccio ha coltivato a Milano. E' la rassicurante condizione che rende arrogante anche Filippo, solitamente equilibrato. Dice Gaspare: "[Filippo mi disse]: facceli fare i processi a loro, perché un giorno glieli faremo noi, i processi".

 

Nella lettura delle migliaia di pagine di interrogatorio, ora agli atti del processo di appello di Marcello Dell'Utri, pare necessario allora non farsi imprigionare da quel doloroso 1993, ma tenere lo sguardo più lungo verso il passato perché le stragi di quell'anno sono soltanto la fine (provvisoria e sfuggente) di una storia, mentre i mafiosi che hanno saltato il fosso - e i boss che hanno autorizzato la manovra - parlano di un inizio e su quell'epifania sembrano fare affidamento per la resa dei conti con il capo del governo.

 

Le cose stanno così. Berlusconi non deve temere il suo coinvolgimento - come mandante - nelle stragi non esclusivamente mafiose del 1993. Può mettere fin da ora nel conto che sarà indagato, se già non lo è a Firenze. Molti saranno gli strepiti quando la notizia diventerà ufficiale, ma va ricordato che l'iscrizione al registro degli indagati mette in chiaro la situazione, tutela i diritti della difesa, garantisce all'indagato tempi certi dell'istruttoria (limitati nel tempo). Quando l'incolpazione diventerà pubblica, l'immagine internazionale del premier ne subirà un danno, è vero, ma il Cavaliere ha dimostrato di saper reggere anche alle pressioni più moleste. E comunque quel che deve intimorire e intimorisce oggi il premier non è la personale credibilità presso le cancellerie dell'Occidente, ma fin dove si può spingere e si spingerà l'aggressione della famiglia mafiosa di Brancaccio, determinata a regolare i conti con l'uomo - l'imprenditore, il politico - da cui si è sentita "venduta" e tradita, dopo "le trattative" del 1993 (nascita di Forza Italia), gli impegni del 1994 (primo governo Berlusconi), le attese del 2001 (il Cavaliere torna a Palazzo Chigi dopo la sconfitta del '96), le più recenti parole del premier: "Voglio passare alla storia come il presidente del consiglio che ha distrutto la mafia" (agosto 2009).

 

Mandate in avanscoperta, non contraddette o isolate dai boss, le "seconde file" della cosca - manovali del delitto e della strage al tritolo - hanno finora tirato dentro il Cavaliere e Marcello Dell'Utri come ispiratori della campagna di bombe, inedita per una mafia che in Continente non ha mai messo piede - nel passato - per uccidere innocenti. Fonti vicine alle inchieste (quattro, Firenze, Caltanissetta, Palermo, Milano) non nascondono però che raccogliere le fonti di prove necessarie per un processo sarà un'impresa ardua dall'esito oggi dubbio e soltanto ipotetico. Non bastano i ricordi di mafiosi che "disertano". Non sono sufficienti le parole che si sono detti tra loro, dentro l'organizzazione. Non possono essere definitive le prudenti parole di dissociazione di Filippo Graviano o il trasversale messaggio di Giuseppe che promette ai magistrati "una mano d'aiuto per trovare la verità". Occorrono, come li definisce la Cassazione, "riscontri intrinseci ed estrinseci", corrispondenze delle parole con fatti accertabili. Detto con chiarezza, sarà molto difficile portare in un'aula di tribunale l'impronta digitale di Silvio Berlusconi nelle stragi del 1993.

 

Questo affondo della famiglia di Brancaccio sembra - vagliato allo stato delle cose di oggi - soltanto un avvertimento che Cosa Nostra vuole dare alla letale quiete che sta distruggendo il potere dell'organizzazione e, soprattutto, uno scrollone a uno stallo senza futuro, che l'allontana dal recupero di risorse essenziali per ritrovare l'appannato prestigio.

 

Il denaro, i piccioli, in queste storie di mafia, sono sempre curiosamente trascurati anche se i mafiosi, al di là della retorica dell'onore e della famiglia, altro non hanno in testa. I Graviano, dice Gaspare Spatuzza, non sono un'eccezione. Nel loro caso, addirittura sono più lungimiranti. Nei primi anni novanta, Filippo e Giuseppe preparano l'addio alla Sicilia, "la dismissione del loro patrimonio" nell'isola. Spatuzza (16 giugno 2009): "Nel 1991, vendono, svendono il patrimonio. Cercano i soldi, [vogliono] liquidità e io non so come sono stati impiegati [poi] questi capitali, e per quali acquisizioni. Certo, non sono restati in Sicilia". I Graviano, a Gaspare, non appaiono più interessati "alle attività illecite". "Quando Filippo esce [dal carcere] nell'88 o nel 1989, esce con questa mania, questa grandezza imprenditoriale. I Graviano hanno già, per esempio, le tre Standa di Palermo affidate a un prestanome, in corso Calatafimi a Porta Nuova, in via Duca Della Verdura, in via Hazon a Brancaccio". Filippo - sempre lui - si sforza di far capire anche a uno come Spatuzza, imbianchino, le opportunità e anche i rischi di un impegno nella finanza. Le sue parole svelano che ha già a disposizione uomini, canali, punti di riferimento, competenze. "[Filippo] mi parla di Borsa, di Tizio, di Caio, di investimenti, di titoli. (...). Mi dice: [vedi Gaspare], io so quanto posso guadagnare nel settore dell'edilizia, ma se investo [i miei soldi] in Borsa, nel mercato finanziario, posso perdere e guadagnare, non c'è certezza. Addirittura si dice che a volte, se si benda una scimmia e le si fa toccare un tasto, può riuscire meglio di un esperto. Filippo è attentissimo nel seguire gli scambi, legge ogni giorno il Sole 24ore. Tiene in considerazione la questione Fininvest, d'occhio [il volume degli] investimenti pubblicitari. Mi dice [meraviglie] di una trasmissione come Striscia la notizia. Minimo investimento, massima raccolta [di spot], introiti da paura. "Il programma più redditizio della Fininvest", dice. Abbiamo parlato anche di Telecom, Fiat, Piaggio, Colaninno, Tronchetti Provera, ma la Fininvest era, posso dire, un terreno di sua pertinenza, come [se fosse] un [suo] investimento, come se fossero soldi messi da tasca sua, la Fininvest".

 

E' l'interrogatorio del 29 giugno 2009. Gaspare conclude: "Le [mie] dichiarazioni non possono bruciare l'asso [conservato nella manica] di Giuseppe" perché "il jolly" non ha nulla a che spartire con la Sicilia, con le stragi, con quell'orizzonte mafioso che è il solo paesaggio sotto gli occhi di Spatuzza. Un mese dopo (28 luglio 2009), i pubblici ministeri chiedono a Filippo in modo tranchant dove siano le sue ricchezze. Quello risponde: "Non ne parlo e mi dispiace non poterne parlare".

 

Ora, per raccapezzarci meglio in questo labirinto, si deve ricordare che i legami tra Marcello Dell'Utri e i paesani di Palermo non sono una novità. Come non sono sconosciuti gli incontri - nella metà degli anni settanta - tra Silvio Berlusconi e la créme de la créme di Cosa Nostra (Stefano Bontate, Mimmo Teresi, Tanino Cinà, Francesco Di Carlo). Né sono inedite le rivelazioni sulla latitanza di Gaetano e Antonino Grado nella tenuta di Villa San Martino ad Arcore, protetta dalla presenza di Vittorio Mangano, capo del mandamento di Porta Nuova (il mafioso, "che poteva chiedere qualsiasi cosa a Dell'Utri", siede alla tavola di Berlusconi anche nelle cene ufficiali, altro che "stalliere"). Nella scena che prepara la confessione di Gaspare Spatuzza, quel che è originale è l'esistenza di "un asso" che, giocato da Giuseppe Graviano, potrebbe compromettere il racconto mitologico dell'avventura imprenditoriale del presidente del consiglio.

 

Con quali capitali, Berlusconi abbia preso il volo, a metà degli settanta, ancora oggi è mistero glorioso e ben protetto. Molto si è ragionato sulle fidejussioni concessegli da una boutique del credito come la Banca Rasini; sul flusso di denaro che gli consente di tenere a battesimo Edilnord e i primi ambiziosi progetti immobiliari. Probabilmente capitali sottratti al fisco, espatriati, rientrati in condizioni più favorevoli, questo era il mestiere del conte Carlo Rasini. Ma è ancora nell'aria la convinzione che non tutta la Fininvest sia sotto il controllo del capo del governo.

 

Molte testimonianze di "personaggi o consulenti che hanno lavorato come interni al gruppo", rilasciate a Paolo Madron (autore, nel 1994, di una documentata biografia molto friendly, Le gesta del Cavaliere, Sperling&Kupfer), riferiscono che "sono [di Berlusconi] non meno dell'80 per cento delle azioni delle [22] holding [che controllano Fininvest]. Sull'altro 20 per cento, per la gioia di chi cerca, ci si può ancora sbizzarrire". Sembra di poter dire che il peso del ricatto della famiglia di Brancaccio contro Berlusconi può esercitarsi proprio tra le nebbie di quel venti per cento. In un contesto che tutti dovrebbe indurre all'inquietudine. Cosa Nostra minaccia in un regolamento di conti il presidente del consiglio. Ne conosce qualche segreto. Ha con lui delle cointeressenze antiche e inconfessabili. Le agita per condizionarne le scelte, ottenerne utili legislativi, regole carcerarie più favorevoli, minore pressione poliziesca e soprattutto la disponibilità di ricchezze che (lascia intuire) le sono state trafugate. In questo conflitto - da un lato, una banda di assassini; dall'altro un capo di governo liberamente eletto dal popolo, nonostante le sue opacità - non c'è dubbio con chi bisogna stare. E tuttavia, per sottrarsi a quel ricatto rovinoso, anche Berlusconi è chiamato a fare finalmente luce sull'inizio della sua storia d'imprenditore.

 

Il Cavaliere dice che si è fatto da sé correndo in salita senza capitali alle spalle. Sostiene di essere il proprietario unico delle holding che controllano Mediaset (ma quante sono, una buona volta, ventidue o trentotto?). E allora l'altro venti per cento di Mediaset di chi è? Davvero, come raccontano ora gli uomini di Brancaccio, è della mafia? È stata la Cosa Nostra siciliana allora a finanziarlo nei suoi primi, incerti passi di imprenditore? Già glielo avrebbero voluto chiedere i pubblici ministeri di Palermo che pure qualche indizio in mano ce l'avevano.

 

Quel dubbio non può essere trascurabile per un uomo orgoglioso di avercela fatta senza un gran nome, senza ricchezze familiari, un outsider nell'Italia ingessata delle consorterie e prepotente delle lobbies.

 

Berlusconi, in occasione del processo di primo grado contro Marcello Dell'Utri, avrebbe potuto liberarsi di quel sospetto con poche parole. Avrebbe potuto dire il suo segreto; raccontare le fatiche che ha affrontato; ricordare le curve che ha dovuto superare, anche le minacce che gli sono piovute sul capo. Poche parole con lingua secca e chiara. E lui, invece, niente. Non dice niente. L'uomo che parla ossessivamente di se stesso, compulsivamente delle sue imprese, tace e dimentica di dirci l'essenziale. Quando i giudici lo interrogano a Palazzo Chigi (è il 26 novembre 2002, guida il governo), "si avvale della facoltà di non rispondere". Glielo consente la legge (è stato indagato in quell'inchiesta), ma quale legge non scritta lo obbliga a tollerare sulle spalle quell'ombra così sgradevole e anche dolorosa, un'ombra che ipoteca irrimediabilmente la sua rispettabilità nel mondo - nel mondo perché noi, in Italia, siamo più distratti? Qual è il rospo che deve sputare? Che c'è di peggio di essere accusato di aver tenuto il filo - o, peggio, di essere stato finanziariamente sostenuto - da un potere criminale che in Sicilia ha fatto più morti che la guerra civile nell'Irlanda del Nord? Che c'è di peggio dell'accusa di essere un paramafioso, il riciclatore di denaro che puzza di paura e di morte? Un'evasione fiscale? Un trucco di bilancio? Chi può mai crederlo nell'Italia che ammira le canaglie. Per quella ragione, gli italiani lo avrebbero apprezzato di più, non di meno. Avrebbero detto: ma guarda quel bauscia, è furbissimo, ha truccato i conti, gabbato lo Stato e vedi un po' dove è arrivato e con quale ricchezza!

 

D'altronde anche per questo scellerato fascino, gli italiani lo votano e gli regalano la loro fiducia. E dunque che c'è di indicibile nei finanziamenti oscuri, senza padre e domicilio, che gli consentono di affatturarsi i primi affari?

 

E' giunto il tempo, per Berlusconi, di fare i conti con il suo passato. Non in un'aula di giustizia, ma en plein air dinanzi all'opinione pubblica. Prima che sia Cosa Nostra a intrappolarlo e, con lui, il legittimo governo del Paese.

 

Fonte: Repubblica.it

---

Mostra altro

IL CONSENSO POPOLARE C’E’ MA NON BASTA

20 Novembre 2009 , Scritto da CARANAS Con tag #POLITICA

 ... non siamo alla frutta

 


                                                                           di Carmelo Anastasio

        Al premier verrebbe voglia di dimettersi ma non lo farà. E non farà nulla per uscire da questa crisi che attanaglia lui e noi tutti. In questi ultimi giorni lo scenario è leggermente cambiato poiché  diverse onorevoli della maggioranza, hanno lasciato intendere un cambio di registro causando un aumento delle smorfie di disgusto  di Berlusconi. Nelle foto sui quotidiani appare infatti sempre più scuro , dimesso, lontano. Si sente tradito da chi dovrebbe sostenere il suo potere e quello del governo . Si sente tradito proprio da quel  Fini che,  con una mossa un po’ copiata ma azzeccata , con lui ha fatto nascere il PdL . Come se non bastassero le bordate del Presidente della Camera e quelle più velate del suo delfino Bocchino, ora anche Schifani , il n° 2 della Repubblica, approfittando dell’assenza di Napolitano , ha lanciato un ultimatum minacciando  elezioni anticipate. Schifani sì , proprio quello che finora aveva tenuto un atteggiamento molto equilibrato, poveraccio! Elezioni anticipate che Berlusconi smentisce ufficialmente ma che ufficiosamente tiene lì incorniciate ed in mostra sul suo tavolo da lavoro. La corda è molto tesa , più all’interno del PdL e demagogicamente  meno verso il PD , giusto per ingannare le masse. Tutta l’Italia sa che il provvedimento di legge “processo breve” serve a Berlusconi per evitare i suoi processi così come il bocciato lodo Alfano;  eppure,  i parlamentari del PdL , compreso Fini che sembrava il più accorto e il più garantista verso la Costituzione, hanno ceduto e cedono di fronte alle esigenze personali del Cavaliere. Fini insomma ha deluso per un verso Berlusconi e per l’altro , le aspettative di molti italiani . La pensa diversamente da Berlusconi, ma alla fine le leggi ad personam ed altre su cui dissente , il parlamento le vota.  Se assumi posizioni proprie della sinistra su alcune questioni come quella sul diritto di voto o il testamento biologico, mi chiedo cosa ci stai a fare in quel partito. E allora rifonda nuovamente una Nuova Alleanza Nazionale e sii coerente con te stesso e i tuoi elettori.

        Ma il problema è ancor più grande : se non si capisce che il parlamento non deve lavorare solo per i bisogni di Berlusconi, che l’Italia ha bisogno di risanare il debito pubblico , che l’Italia ha bisogno delle riforme che devono essere condivise anche dall’opposizione, allora che ben vengano le elezioni anticipate ( anche se Bersani non le chiede).

La paura di Berlusconi cresce , ma vedrete che al prossimo sondaggio svanirà! Silvio vive di sondaggi e se non sono favorevoli li fa rifare! Lui prova a giocare al rilancio , ma nel partito sembra che tutti abbiano smarrito il controllo della situazione che ora rischia di diventare ingovernabile. Non ci sono più comunicazioni ai vertici e ognuno pensa alla sua visibilità paventando una lealtà che è solo di facciata. Suicidio politico? Elezioni anticipate? Cosa farà Berlusconi?

Uno scioglimento automatico delle camere non esiste. Di fatto però è tecnicamente possibile; basta andar sotto con una votazione pilotata.

Ma forse è solo  politica ammalata di AH1N1. Anche lo staff di Napolitano non vede minacce verso le prerogative del Colle. Tutti le vediamo ,  chi dovrebbe no!

Berlusconi farebbe un gran regalo di natale all’Italia se decidesse di farsi processare eliminando tutte le ombre giudiziarie proiettate sul suo capo. Lo farà? Credo di no!Anzi, sicuramente no, mica è scemo! Eppure Andreotti lo fece e ne venne fuori “pulito” , ma ne venne fuori. Perché il Cavaliere odia così tanto le toghe milanesi?  Lo scontro tra Berlusconi e la magistratura  ( perché in effetti c’è -  senza ipocrisia) non può essere risolto nuovamente dagli elettori. Gli italiani , purtroppo lo hanno già fatto nel 2008 e non si può andare avanti così eludendo gli impegni presi o proponendo (e approvando a colpi di fiducia) leggi che servono solo al premier ed ai suoi problemi giudiziari.

Ma vedrete, prevarrà l’istinto autodistruttivo come nel caso della coalizione prodiana. Solo che lì non c’era una vera maggioranza e un vero progetto comune.


c. riproduzione riservata

Mostra altro
<< < 400 401 402 403 404 405 > >>