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Blog  di Caranas

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NAVE DEI VELENI A CETRARO : una storia infinita

8 Novembre 2009 , Scritto da CARANAS Con tag #ATTUALITA'

Si , quella nave forse non è la Catania  ...  clicca sul  link

http://espresso.repubblica.it/multimedia/18371092

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Il crocifisso, simbolo di sofferenza che non può offendere nessuno

8 Novembre 2009 , Scritto da CARANAS Con tag #POLITICA

Sullo stesso tema di ieri , credo sia importante riportare cosa pensa il Prof. Claudio Magris

 

 

 

Il giovane Sami Albertin — la cui madre ha chiesto la rimozione del crocifisso dalle scuole statali approvata dalla Corte europea dei diritti dell’uomo, ricevendo per questo su forum e blog volgari insulti da chi, per il solo fatto di proferirli, non ha diritto  di dirsi cristiano — dev’essere molto sensibile e delicato come una mimosa, se, com’egli dice, «si sentiva osservato» dagli occhi  dei crocifissi appesi nella sua classe.

 

Se erano tre, come egli ricorda, erano un po’ troppi, ma provare turbamenti da giovane Werther o da giovane Törless è forse un po’ esagerato; fa pensare a quella prevalenza dei nervi sui muscoli irrisa da Croce, che preferiva studenti  studiosi e gagliardi a precoci giacobini.

 

La sentenza e soprattutto i suoi strascichi provocheranno — ed è questa la conseguenza più grave — un passo indietro in quella continua lotta per la laicità che è fondamentale, ma che è efficace — ha ricordato Bersani, uno dei pochi a reagire con equilibrio a tale vicenda — solo se non travolge il buon senso e non confonde le inique ingerenze clericali da combattere con le tradizioni che, ancora Bersani, non possono essere offensive per nessuno. La difesa della laicità esige ben altre e più urgenti misure: ad esempio — uno fra i tanti — il rifiuto di finanziare le scuole private, cattoliche o no, e di parificarle a quella pubblica, come esortava il cattolicissimo e laicissimo Arturo Carlo Jemolo.

 

 

Sono contrario a ogni Concordato che stabilisca favori a una Chiesa  piuttosto che a un’altra anche se numericamente poco rilevante; ritengo ad esempio — è solo un altro esempio fra i tanti — che il matrimonio cattolico e il suo eventuale annullamento ecclesiastico non dovrebbero avere alcuna rilevanza giuridica, che dovrebbe essere conferita solo dal matrimonio e dal suo eventuale annullamento civile. «Frate, frate, libera Chiesa  in libero Stato!», pare abbia detto Cavour in punto di morte al religioso che lo esortava a confessarsi. Forse è una leggenda , ma esprime bene la fede nel valore della laicità — che non è negazione di alcuna fede religiosa e può anzi  coesistere con la fede più appassionata, ma è distinzione rigorosa di sfere, prerogative e competenze.

 

L’obbligatoria rimozione del crocifisso è formalmente ineccepibile, in quanto la separazione fra lo Stato e la Chiesa — tutte le Chiese — non richiede di per sé la presenza di alcun simbolo religioso. La legge tuttavia consente di temperare la formale applicazione del diritto  con l’equità ossia con la giustizia nel caso concreto. Ad esempio è giusto che i responsabili di istituzioni pubbliche non possano affidare lavori che riguardino quest’ultime senza indire pubbliche gare di appalto, perché altrimenti si favorirebbe la corruzione.

 

Confesso che trenta o quarant’anni fa, all’epoca in cui dirigevo a Trieste un minuscolo e fatiscente Istituto di Filologia germanica, quando in una gelida giornata invernale di bora si era rotto il vetro di una piccola finestra ed entrava il gelo, non ho indetto alcuna gara d’appalto bensì ho cercato nella guida telefonica il vetraio più vicino, l’ho chiamato e gli ho pagato la piccola cifra richiesta, facendola gravare sulle piccole spese destinate all’acquisto di cancelleria, gomme, carta igienica, gesso.

 

Formalmente sarebbe stato possibile incriminarmi, ipotizzando un mio illecito accordo col vetraio; ad ogni buon conto confesso il reato solo ora, in quanto caduto in prescrizione. Credo tuttavia che, in quel caso come in altri, ciò avrebbe convalidato il detto, proclamato da rigorosi giuristi e non da teste calde, «summum ius, summa iniuria» — massimo diritto , massima ingiustizia.

 

E così forse è il caso del crocifisso. Quella figura rappresenta per alcuni ciò che rappresentava per Dostoevskij, il figlio di Dio morto per gli uomini; come tale non offende nessuno, purché ovviamente non si voglia inculcare a forza o subdolamente questa fede a chi non la condivide. Per altri, per molti, potenzialmente per tutti, esso rappresenta ciò che esso rappresentava per Tolstoj o per Gandhi, che non credevano alla sua divinità ma lo consideravano un simbolo, un volto universale dell’umanità, della sofferenza e della carità che la riscatta. Un analogo discorso, naturalmente vale per altri volti universali della condizione umana, ad esempio Buddha, il cui discorso di Benares parla anche a chi non professa la sua dottrina ed è radicato nella tradizione di altre civiltà come il cristianesimo nella nostra. Per altri ancora, scriveva qualche anno fa Michele Serra, quel crocifisso è avvolto dalla pietas dei sentimenti di generazioni. Altri ancora possono essere del tutto indifferenti, ma difficilmente offesi.

 

Si può e si deve osservare che le potenze terrene di cui quel crocifisso è simbolo e sostanza ossia le Chiese si sono macchiate e talvolta si macchiano ancora di violenze, prepotenze, ipocrisie, che negano quell’uomo in croce e fanno del male agli uomini. Tutte le Chiese, non solo la cattolica; anche i protestanti hanno i loro roghi di streghe e la consonante finale dell’orrenda sigla razzista wasp (bianchi anglosassoni protestanti, sprezzantemente contrapposti ai neri). Naturalmente, siccome a noi stanno sullo stomaco le prepotenze della Chiesa  cattolica, quando essa le commette, è giusto prendersela con essa prima che con le malefatte di altre confessioni in altri Paesi.

 

Ma come quella p di wasp non offusca la grandezza della Riforma protestante e del suo libero esame, i misfatti e le pecche delle Chiese cristiane d’ogni tipo non offuscano l’universalità di Cristo, che anzi  le chiama a giudizio. Su ogni bandiera e anche sulla croce ci sono le fetide macchie dei delitti commessi dai loro seguaci. In nome della patria si sono perpetrate violenze feroci; in nome della libertà e della giustizia si sono innalzate ghigliottine e creati gulag; in nome del profitto svincolato da ogni legge si sono compiute inaudite ingiustizie e crimini. Sulla bandiera dell’Inghilterra e della Francia c’è anche lo sterco della guerra dell’oppio, una guerra mossa per costringere un grande ma allora indifeso Paese a drogarsi in nome del profitto altrui.

 

L’elenco potrebbe continuare a piacere. Ma le barbarie nazionaliste non cancellano l’amor di patria; la guerra dell’oppio non cancella l’universalità della Magna Charta e della Dichiarazione dei Diritti dell’89 e quelle bandiere, inglese e francese, restano degne di rispetto e d’amore; il gulag installato in uno Stato che si proclamava socialista non distrugge l’universalità del socialismo e la ghigliottina non ha decapitato l’idea di libertà e di repubblica. E così tutto il negativo che si può e si deve addebitare alle Chiese cristiane non può far scordare anche il grande bene che loro si deve; la Chiesa  cattolica non è solo Monsignor Marcinkus; è anche don Gnocchi e don Milani o padre Camillo Torres, morto combattendo per difendere i più miseri dannati della terra.

 

Quell’uomo in croce che ha proferito il rivoluzionario discorso delle Beatitudini non può essere cancellato dalla coscienza, neanche da quella di chi non lo crede figlio di Dio. La bagarre creata da questa sentenza farà dimenticare temi ben più importanti della difesa della laicità, fomenterà i peggiori clericalismi; dividerà il Paese in modo becero su entrambi i fronti, darà a tanti buffoni la tronfia soddisfazione di atteggiarsi a buon prezzo a campioni della Libertà o dei Valori, il crocifisso troverà i difensori più ipocriti e indegni, quelli che a suo tempo lui definì «sepolcri imbiancati».

 

Il Nostro Tempo ha ricordato che Piero Calamandrei — laico antifascista, intransigente nemico della legge truffa dei governi democristiani e centristi di allora— aveva proposto di affiggere, nei tribunali, il crocifisso non alle spalle ma davanti ai giudici, perché ricordasse loro le sofferenze e le ingiustizie inflitte ogni giorno a tanti innocenti. Evidentemente Calamandrei era meno delicatino del giovane Albertin.

 

In Italia, la sentenza è un anticipato regalo di Natale al nostro presidente del Consiglio, cui viene offerta una imprevista e gratissima occasione di presentarsi nelle vesti a lui invero poco consone, di difensore della fede, dei valori tradizionali, della famiglia, del matrimonio , della fedeltà, che quell’uomo in croce è venuto a insegnare. È venuto per tutti, e dunque anche per lui, ma questo regalo di Natale non glielo fa Gesù bambino bensì piuttosto quel rubizzo, giocondo e svampito Babbo Natale che fra poche settimane ci romperà insopportabilmente le scatole, a differenza di quel nato nella stalla.

 

Claudio Magris

 

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Crocifisso e ora di religione

6 Novembre 2009 , Scritto da CARANAS Con tag #POLITICA

Le sfide glocali continuano

 

                                                                                         di Carmelo Anastasio

 

Prima la sentenza del TAR del Lazio che accoglie i ricorsi di varie associazioni laiche e altre confessionali per annullare le ordinanze Fioroni atte a valutare la frequenza dell’insegnamento della religione cattolica , ora da Strasburgo quella della Corte europea dei diritti dell’uomo che accogliendo il ricorso di una cittadina italiana stabilisce : « la presenza dei crocifissi nelle aule scolastiche costituisce una violazione del diritto dei genitori a educare i figli secondo le loro convinzioni e una violazione  alla libertà di religione degli alunni ». Per entrambe le sentenze il Vaticano ha espresso stupore e rammarico equiparando il pronunciamento della Corte europea a una sentenza « miope e sbagliata » e basata su una « visione parziale e ideologica ». Da una parte gongolamenti, dall’altra seria preoccupazione.

Sull’ora di religione, al di là di alcune mie posizioni fondamentalmente laiche, la mia esperienza (ho lavorato per lunghi anni nella scuola come dirigente) intravvede nel provvedimento del  TAR del Lazio, una discriminazione al rovescio verso la maggioranza degli studenti (9 su 10) che scelgono di avvalersi di tale insegnamento o di quello alternativo. Non credo che ci siano reali trattamenti di favore verso la religione cattolica . Tutt’al più si dovrebbe/potrebbe  discutere di un diverso reclutamento degli insegnanti di religione pagati dallo Stato ( 85% laici). A nessuno è imposta la frequenza dell’I.R.C. . C’è però da dire anche che con l’insufficienza delle risorse per la scuola di “via dei tagli” , è diventato quasi impossibile per i presidi organizzare l’offerta di materie alternative all’ora di religione. L’opzione non è mai decollata rimanendo  l’alternativa  una sorta di rottura di schemi tradizionali in una realtà che invece è sempre più interculturale. C’è ingiustizia? C’è un attacco alla libertà religiosa? C’è nella misura che si vuol far credere attraverso i media? Non credo. Oggi più che mai si parla di apertura alle altre religioni (siamo nel global e il cammino sarà piuttosto lungo ma necessario) e i vertici dovrebbero assumere posizioni più forti e non asfittiche per favorire il riconoscimento della R.C. come parte integrante delle tradizioni e della storia d’Italia, insomma una coté assai più affilata.

L’I.R.C. è previsto dal Concordato e quindi va valutato senza perciò discriminare quel 91,1 % di studenti che l’hanno scelto e rendendo reale e operante la scelta credibile dell’ora alternativa che nella realtà non c’è. Gli accordi con la Santa Sede conferiscono alla Chiesa il diritto di impartire nelle scuole italiane un insegnamento religioso (che non è catechesi) facoltativo. C’è chi pensa che lo Stato non dovrebbe avere tale obbligo , ma c’è, da diversi anni. Sarebbe forse meglio assicurare lo stesso diritto ad ogni altra confessione religiosa per vivere una scuola moderna, aperta ai valori della civiltà di oggi e democratica in senso sostanziale. Si potrebbe ad esempio utilizzare l’ora alternativa per approfondire i temi della religione islamica in forma di consapevolezza dei contenuti culturali di tale religione. Sottolineo il forse perché in quest’epoca non ne sono convinto totalmente ma, vi assicuro, un eventuale pathos legato al  fondamentalismo non c’entra. E’ che non ci sono le condizioni per una revisione del Concordato  o per la sua abolizione . E poi siamo sicuri che l’Italia vuole questo? In questo momento, una proposta del genere non farebbe altro che peggiorare irreversibilmente il clima  già agitato per altri versi (compreso lo studio dei dialetti a scuola). Ma siamo ancora una buona democrazia capace di  coniugare il glocale (il globale imposto dall’Unione Europea e il locale strettamente italiano ) e penso che una soluzione si troverà per la soddisfazione di tutti.

 

« via il Crocifisso dalle aule ?»

 

Assolutamente no! Il Crocifisso ( la maiuscola è voluta) non mi disturba come simbolo religioso. Non è il solito refrain ; certo, può infastidire altri che praticano altre religioni ma, basandomi sulla mia esperienza , non credo,  visto che la vista di altri simboli religiosi non ha mai danneggiato la mia educazione pluralistica garantita dalla nostra costituzione. Nell’affrontare l’argomento si corre il rischio di cadere in un lungo discorso retorico ma, lasciatemelo dire : il Crocifisso è l’Italia come è Universo, solo perché è semplicemente Amore. Poi uno può essere cattolico o meno, ma il messaggio che viene dalla croce va al di là di ogni credo. E se è Amore non può essere considerato segno di esclusione  o di limitazione . Per la storia e per la cultura italiana , il Crocifisso è sempre stato un valore fondamentale ed essenziale. Il Crocifisso unisce, non divide e finiamola con questi assalti con affermazioni di laicità di cui non se ne sente esigenza. Il grido dopo la sentenza della Corte europea è bipartisan : “ Pilato è risorto a Strasburgo” !

Il Crocifisso non offende nessuno. Siamo noi che con i nostri egoismi l’offendiamo continuamente e queste sentenze non fan altro che privare una volta di più di quei valori fondamentali non solo  la nostra gente ma  popolazioni intere.

Concludo con una boutade : “ il Crocifisso è  dappertutto , ma non è la Coca Cola !”

 

                                                             © RIPRODUZIONE RISERVATA

 

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Alda Merini , la piccola ape furibonda se n'è andata

2 Novembre 2009 , Scritto da CARANAS Con tag #ATTUALITA'

Voglio ricordare la poetessa in modo molto semplice riportando  alcune sue parole:

"Anche i grandi poeti (............) fanno massa nel corpo d'amore della nostra società che ormai é vuoto, così vuoto che non riconosce neanche più i suoi figli. "

 

           Amore non dannarmi

               Alda Merini

Amore non dannarmi al mio destino

tienimi aperte tutte le stagioni

fa che il mio grande e tiepido declino

non si addormenti lungo le pulsioni

metti al passivo tutte le passioni

dormi teneramente sul cuscino

dove crescono provvide ambizioni

d'amore e di passione universale,

toglimi tutto e non mi fare male.

 

 

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Carlo Scorza : fanatico o patriota ?

30 Ottobre 2009 , Scritto da CARANAS Con tag #POLITICA

 

Scorza-002-1-.jpgUna singolare curiosità a proposito di Carlo Scorza : fu calabrese il primo segretario del Pnf, Michele Bianchi e calabrese anche l’ultimo vertice del Pnf, Carlo Scorza . Di lui , il giorno prima della nomina a segretario, Bottai scrisse nel suo diario : “… dopo intensa gestazione di voti abbiamo il nuovo segretario, Carlo Scorza, il calabrese biondiccio di Paola, dagli occhi luminosi e un pochino sbarrati con un’idea fissa.” E più avanti :” La Calabria affiora improvvisa in alcuni accenti in certa tornitura filosofeggiante di frasi. Lo ricordo-continua Bottai – in auge pieno di entusiasmo, impetuoso nell’azione, accorto nell’opera di organizzazione; poi in disgrazia, sostenuta con dignità e fierezza.”

Scorza non fu il protagonista della terza ondata , come sperava Bottai; diventò infatti il liquidatore del fascismo . Un fanatico o un patriota? Certamente un puro che credeva senza idolatria in un nazionalismo forse esasperato.
                                                                                           Carmelo Anastasio


Carlo Scorza

Il Fascista dell’ultima ora, che fine ha fatto dopo il 25 luglio 1943 ?

 

Dalla lettera del giorno del Corriere della Sera

20 Ottobre 2009

 

Risposta di Sergio Romano

 

Forse occorrerà anzitutto spiegare che cosa Scorza abbia fatto fino al giorno in cui il Gran Consiglio del fascismo approvò una mozione che toglieva a Mussolini, di fatto, i suoi poteri civili e militari.

Quando divenne segretario del Pnf, nell’aprile del 1943, Scorza aveva 46 anni e, alle spalle, una lunga carriera nell’apparato fascista, fatta di alti e di bassi. Molti ebbero la sensazione che la scelta di Mussolini fosse caduta su un frusto arnese della vecchia guardia, ma Scorza prese il suo incarico sul serio e dette prova di un insospettato dinamismo. Nei suoi lunghi discorsi alle assemblee dei quadri, denunciò il grigiore della burocrazia fascista, le baronie clientelari all’interno del partito, la corruzione dilagante ai vertici del sistema politico. Disse addirittura, durante un incontro, che occorreva abolire «la profes­sione di gerarca». Dopo lo sbarco degli Alleati in Sicilia fu tra quelli che cercarono di suscitare una reazione patriottica e invitò i maggiori dirigenti, senza grande successo, a impegnarsi in una campagna di conferenze attraverso il Paese. Quando apprese, alla vigilia del Gran Consiglio, che Dino Grandi aveva preparato un ordine del giorno contro Mussolini, scrisse e propose a sua volta una mozione che rendeva omaggio al re, ma era sostanzialmente mussoliniana. E la mattina del giorno do­po, a Palazzo Venezia, sostenne, nel corso di un lungo collo­quio con Mussolini, che l’ordine del giorno votato durante la notte doveva considerarsi privo di qualsiasi validità. Fino al pomeriggio del 25 luglio, quindi, Scorza fu un fascista leale e inflessibile.

Il primo mutamento apparve nel tardo pomeriggio quando il segretario del partito apprese che Mussolini, dopo l’udienza con Vittorio Ema­nuele III, era stato arrestato. La sua prima mossa fu quella di prendere contatto con il comando generale dell’Arma dei Carabinieri dove apprese di essere al primo posto fra coloro di cui il maresciallo Badoglio aveva ordinato l’arresto. Nella sua grande opera sulla Storia della Repubblica di Salò, edita da Einaudi, lo storico inglese Frederick W. Deakin scrive che Scorza si difese osservan­do che «il suo arresto avrebbe lasciato i fascisti senza ordini e senza guida e avrebbe scate­nato una guerra civile». L’argomento convinse il comando dei Carabinieri che lo lasciò libero; e Scorza si sdebitò impartendo alle sedi del partito l’ordine di non prendere alcuna iniziativa.

Fu quell’ordine, insieme a una lettera diretta a Badoglio nei giorni successivi, che fece di lui, dopo l’8 settembre, un «traditore». Durante la Repubblica di Salò venne arrestato e processato a Parma. E sarebbe stato molto probabilmente condannato se Mussolini non fosse intervenuto fermamente in suo favore dichiarandolo «onesto». Deakin s’interroga sulle ragioni di questa clemenza e avanza l’ipotesi che «Scorza sapesse troppe cose e che la farsa del processo fosse stata concordata precedentemente ». Liberato, fu catturato dopo il 25 aprile dai partigiani, ma riuscì a fuggire e riparò in Argentina per parecchi anni. È morto in Italia nel 1988.   

 

 

 

 

 

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"L'ITALIA DI NOANTRI "

28 Ottobre 2009 , Scritto da CARANAS Con tag #ATTUALITA'

Il libro

«Ormai da Verona a Vibo Valentia

siamo tutti un po' meridionali»

Alle tesi di Cazzullo contenute in «Italia de noantri»

risponde il direttore del Corriere del Mezzogiorno

 

di MARCO DEMARCO

 

(...) È tenace il luogo comune secondo cui l’Italia sarebbe il paese delle tante capitali. La terra delle centocittà. La nazione più variegata e cangiante del mondo, dove a ogni colle cambiano l’accento e il modo di farcire i ravioli. Il paese dalle mille storie diverse l’una dall’altra, a seconda della latitudine, del ceto sociale, della tradizione locale. Una penisola lunga e stetta, mai uguale a se stessa, dove si passa da ghiacciai eterni a mari caldi, da Stati preunitari governati da Cavour e Ricasoli ad altri retti dai Borboni e dalla triade festa-farina-forca. Un paese spezzato tra un Nord industriale, moderno, avanzato e un Sud assistito, bigotto, arcaico. Ebbene, sono convinto che non sia così. Meglio; che non sia più così. Certo, il paesaggio naturale e umano muta a ogni casello dell’Autosole. Certo, nascere a Lodi piuttosto che ad Afragola, a Parma piuttosto che a Vibo Valentia, a Verona piuttosto che ad Alcamo significa avere a disposizione un reddito medio tre volte più alto, scuole migliori, infrastrutture più efficienti, credito più agevole per le imprese, una pubblica amministrazione più snella, un tasso di criminalità minore (e prezzi maggiori). Ma non esiste l’Italia del bene comune e quella del «particulare». Non c’è il paese delle virtù civili e quello degli interessi privati. Esiste una sola Italia: l’Italia de noantri. Noi italiani siamo diventati, nel bene e nel male, un po’ tutti meridionali. (...)

 

Aldo Cazzullo, tratto da «L’Italia de noantri. Come siamo diventati tutti meridionali»

 

Il vecchio Piemonte delle Langhe e di Cavour ha perso da tempo le sue virtù risorgimenta­li. E poco o nulla è rimasto, da quelle parti, del decoro piccoloborghese o della sana ipocri­sia o, ancora, del rispetto per le forme. Quel Pie­monte non è più altra cosa rispetto all’eterna Na­poli borbonica o all’infida Roma papalina. «Sia­mo diventati tutti meridionali», ecco il punto. Ed è infatti questo il sottotitolo che Aldo Cazzul­lo, firma di punta del Corriere della Sera, ha scel­to per il suo ultimo libro: «L’Italia de noantri». Del resto, è vero o non è vero che i camerieri a Vicenza, la «sacrestia d’Italia», la città di Ru­mor, non hanno più voglia di lavorare? Ed è ve­ro o non è vero che a Milano come a Reggio Emi­lia mancano i taxi alla stazione? E a Genova non convivono 61 famiglie della criminalità organiz­zata: 32 legate alla ’ndrangheta, 13 alla camorra e 16 alla corona unita?

 

E poi chi può negare che al Nord si evade il fisco come al Sud, che il traffico è meno conge­stionato e che i clacson rompono i timpani allo stesso modo? Non solo. Al Nord forse non si sa­le sui bus senza biglietto? Forse non esiste l’eco­nomia sommersa? Forse non si lavora in nero? «Forse al Nord non si paga il pizzo, non si prati­ca l’usura, non si sfrutta la prostituzione, non si cede al racket? Forse a Torino, Milano, Bologna non si ricicla il denaro della camorra, non si compra la droga?», chiede insistente Cazzullo a un disarmato Erri De Luca nel corso di un recen­te colloquio dedicato al suo libro.

 

«Sì, è così. Non ci sono più due Italie», risponde l’autore di «Il giorno prima della felicità». Non sono d’accordo. Ma sia chiaro: non per assolvere il Sud e coloro i quali lo hanno gover­nato negli ultimi anni. Non sono d’accordo, per­ché se la meridionalizzazione c’è e non si può negare, il divario resta, eccome. «L’Italia de no­antri» è un affresco assai efficace dell’Italia di og­gi, un paese dove, al Nord come al Sud, «l’ascen­sore sociale è guasto» e «il familismo prospe­ra ». E fulminanti sono i ritratti di protagonisti come Berlusconi, Fini o Tremonti. Tuttavia, sul­la meridionalizzazione che avrebbe unificato il Paese, seppure al ribasso, c’è molto da dire. La tesi è assai cara a Cazzullo, che l’ha antici­pata nel suo precedente «Outlet Italia». Già allo­ra non vedeva dove fossero i Ricasoli e i Min­ghetti, ma vedeva bene dov’erano i Borbone: «dappertutto». Nel dipingere questo quadro, Cazzullo non è solo. Gode, anzi, di un’ottima compagnia, fatta sia di meridionali, sia di «nordisti». Il che dimo­stra che la tesi non è di per sé riconducibile a un atteggiamento «leghista» o comunque antisudi­sta. Me ne sono reso conto quando ho scritto «Bassa Italia».

 

Di meridionalizzazione dell’Italia si parla sin dai tempi di Francesco de Sanctis. Quando era ministro di Cavour e di Ricasoli e come la Gelmini tentava di mettere mano al rior­dino della pubblica istruzione, De Sanctis fu og­getto di un duplice attacco: da parte dei napole­tani, che lo accusavano di volerli piemontesizza­re; e da parte dei piemontesi, che al contrario credevano di essere napoletanizzati. Fu poi Sciascia a dare corpo a una vera e pro­pria teoria. La chiamò «della palma o del caffè ristretto», perché sia l’albero, sia la bevanda sono tipici delle aree calde, meridionali, e con mafia e scandali, diceva Sciascia, salgono, come il mercurio di un termometro, su su per l’Italia. Di meridionalizzazione hanno poi parlato, tra gli altri, sia i piemontesi Ceronetti e Bocca, sia, più di recente, il casalese Saviano, le cui pagine di «Go­morra» lasciano addirittura intravedere una mondializzazione delle cattive pratiche camorri­stiche. Insomma, non è più la pedagogia pie­montese a civilizzare i meridionali, ma questi ul­timi a esportare i loro disvalori, le loro ansie agorafobiche, il loro protezionismo familisti­co-criminale.

 

Non più vittime ma carnefici. Non più soc­combenti ma egemonici. Anche quando usata per mettere in guardia dal declino italiano e non in chiave «nordista», questa tesi resta co­munque una tesi a rischio. Intanto, perché può comunque alimentare, al di là delle intenzioni, il pregiudizio antimeridionale. E poi perché, co­me si diceva, meridionalizzazione e declino non procedono di pari passo. In realtà, l’idea della meridionalizzazione tende a rappresentare un Paese con un Sud in movimento e un Nord so­stanzialmente fermo. Ma è davvero così? O, pa­radosso nel paradosso, qui davvero il Sud-Achil­le non riesce mai a raggiungere il Nord-tartaru­ga? È assolutamente vero, allora, come dice Caz­zullo, che non c’è più un’Italia del bene comune e un’altra del particulare e che ovunque, anche se si chiamano in modo diverso, i ravioli hanno ormai lo stesso sapore.

 

Ma perché sottovalutare che la distanza economica tra Nord e Sud sia an­cora quella degli anni Cinquanta? Che dal Sud sia ripresa l’emigrazione? Che qui ci sia molta più inefficienza amministrativa? E che nelle clas­sifiche del Sole-24 Ore le nostre città siano sem­pre in fondo e mai al top? «Mal comune mezzo gaudio», si dice. Se così fosse saremmo a cavallo. E invece no. La meri­dionalizzazione non ha dimezzato il divario, lo ha anzi acuito. «Certo, nascere a Lodi piuttosto che ad Afragola, a Parma piuttosto che a Vibo Valentia non è la stessa cosa», scrive Cazzullo. Appunto. L’Italia si sarà anche meridionalizzata, ma perché non vedere che il Meridione, per re­sponsabilità delle sue stesse classi dirigenti, si è nel frattempo ulteriormente meridionalizzato? Dipingere un’invasione alla rovescia, dal Sud verso il Nord, non è sbagliato, ma certo non con­sola i meridionali e chissà se aiuta davvero l’Al­ta Italia.

 

 

27 ottobre 2009

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MARRAZZO, si dimetta please!

26 Ottobre 2009 , Scritto da CARANAS Con tag #POLITICA


                                                                                                                   di Carmelo Anastasio

Il ritmo degli scandali politici a sfondo sessuale si è fatto incalzante, altro che gossip! In questo degrado di potenti, allupati e ricattati , occupano ampi spazi  sulle pagine dei quotidiani fotografando questa Italia di noantri  fatta di campanili, di clan e di fazioni. Una nuova offesa per quel popolo di assennati non più tollerante verso i politici e i loro peccati di pantalone ancor più cosciente dello  sgretolamento di quei valori di casa nostra: Dio, Patria e Lavoro che sono sempre stati alla base della nostra fortuna.

Popolo di non tolleranti , perché  non siamo  cambiati nonostante le spinte berlusconiane ostentanti quello che prima si faceva di nascosto (sempre sbagliato è!) Lui ha aderito solo a una parte degli italiani . Ha usato il linguaggio goliardico dandogli dignità , ma questo  non è una conquista , è piuttosto una caduta. La nuova débacle romana con la vicenda di Marrazzo presidente della Regione Lazio , non è altro che un ulteriore tassello che si va aggiungere a quel mosaico non più velato , di potere ,di legami con la prostituzione e di cocaina . Come si può toccare il fondo così occupando un posto prestigioso di responsabilità pubblica?  Marrazzo non solo ha sbagliato nella condotta portando più volte la sua vita … diciamo a pisciare? Ha sbagliato cedendo al ricatto , ha sbagliato perché cedendo ha continuato a occupare la sua poltrona di governatore . E soprattutto ha sbagliato perché ha mentito.

Fare paragoni non interessa allo scrivente. Una cosa è certa : l’Italia di Berlusconi e quella di Marrazzo certamente non piace e non la vogliamo! Marrazzo deve dimettersi. Non basta l’autosospensione ; altra trovata partitica che però non serve a nessuno se vogliamo essere veramente credibili nel cambiamento. Ormai il danno è stato fatto . Quale compassione? Quella politica ? No in assoluto! Quella umana ? Forse ! Ognuno farà secondo coscienza.

Col venire alla luce di questi comportamenti , la conclusione non può essere che quella di essere molto vicini al capolinea.

Dimissioni quindi e subito! In questo modo il signor Marrazzo potrà dedicare liberamente il suo tempo al recupero del rapporto con la sua famiglia. Quello con gli italiani l’ha ormai distrutto.

In questa brutta storia sono tante le voci negative che dovrebbero far riflettere sulle qualità della politica oggi. Eccone alcune : debolezza ( solo della carne?); irresponsabilità; sfacciataggine ( come si fa a presentarsi davanti alla figlia di otto anni dopo le minchiate fatte?);  negligenza (uso della macchina blu per gli appuntamenti); sprovvedutezza ( pagamento dei trans con assegni in bianco); perseveranza ( non si tratta di un episodio isolato) ecc. ecc.

La notte è passata  e l’alba ... è vicina?

 

                                                          © riproduzione riservata

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Rabbia vecchia, veleni nuovi

21 Ottobre 2009 , Scritto da CARANAS Con tag #POLITICA

   
In attesa che il governo si svegli dal profondo letargo, i calabresi giusti, quelli che amano la propria terra, rialzeranno la testa contro i palazzi del potere nostrani e romani per rivendicare l’appartenenza di diritto a quel popolo d’Italia della prima serie. Il 24 ottobre, ad Amantea esploderà quella rabbia secolare contro i diavoli-uomini della ‘ndrangheta e  dei partiti forti del potere che uccidono i calabresi e il loro futuro. Si protesterà contro gli avvelenamenti del mare più viola d’Italia dove sono state affondate  decine di navi contenenti carichi di morte. Ad Amantea,  la manifestazione sarà pretesa di dignità e lancio di monito alle istituzioni di ogni colore politico e punto di partenza per una nuova vita . Tutti noi calabresi e non, residenti e non, occupati e disoccupati ma soprattutto popolo assetato di libertà e di giustizia, di lavoro dignitoso , di diritto a rimanere e a realizzare il cambiamento, dobbiamo portare ad Amantea il nostro contributo.

 

E allora, contro ogni mafia, tutti alla manifestazione nazionale del 24 ad Amantea.

                                      

                                                                                                                              Carmelo Anastasio


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OMAGGIO A GIAN MARIA VOLONTE'

19 Ottobre 2009 , Scritto da CARANAS Con tag #ATTUALITA'

Un guerrigliero in divisa da attore"; così era definito Gian Maria Volonté negli anni Settanta. Geniale protagonista del cinema italiano, nato a Milano il 9 aprile 1933, Volonté ha rappresentato senza dubbio il miglior esempio di attore-autore "impegnato" del secolo scorso. Diplomato nel 1957 presso la prestigiosa Accademia Nazionale d'Arte Drammatica di Roma (dopo un'importante esperienza al fianco di Alfredo De Sanctis, ultimo esponente diretto del teatro tardoromantico ottocentesco), esordì lo stesso anno nella "Fedra" di Jean Racine al Teatro S.Erasmo di Milano. Seguirono anni di intensa attività fra cinema (esordio in "Sotto dieci bandiere" di Duilio Coletti, 1960) teatro e televisione (dove spicca come eccellente attore di sceneggiati quali "L'idiota" di Dostoevskij, "La pisana" e "Il taglio del bosco"), fino al fatidico incontro con Sergio Leone che lo lanciò nel famoso western "Per un pugno di dollari" (1964). Da lì in poi sarà un susseguirsi di strepitose interpretazioni: bandito, giudice, operaio, politico, ispettore, giornalista...Volonté "vampirizza" (come disse Emidio Greco) i suoi personaggi rendendoli incredibilmente autentici, soprattutto nelle straordinarie impersonificazioni di Enrico Mattei, Lucky Luciano, Bartolomeo Vanzetti, Giordano Bruno, Aldo Moro, Carlo Levi. Il suo contributo si estende oltre il semplice "lavoro dell'attore", coinvolgendo aspetti linguistici ed espressivi che esplodono particolarmente nei film di Elio Petri e Francesco Rosi; "è stato grazie alla sua interpretazione che alcuni personaggi si sono stampati per sempre nell'immaginario collettivo. Lui li penetrava fin nel più profondo dell'anima e li rendeva vivissimi attraverso i gesti, il modo di camminare, di parlare, il tono della voce, che poteva modificare in maniera incredibile" (Ugo Pirro). Gli anni Settanta diventano così quelli della definitiva consacrazione, grazie a clamorose pellicole come "Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto" (Premio Oscar come miglior film straniero nel 1970), "La classe operaia va in paradiso" (Palma d'Oro 1972), "Il caso Mattei" (Palma d'Oro 1972), "Todo modo" e "Cristo si è fermato a Eboli" (David di Donatello 1979), opere dure e provocatorie sui malesseri della società italiana (che, nonostante l'ostracismo del Potere, hanno contribuito in maniera determinante a creare un briciolo di coscienza storica e civile nel nostro Paese). Uomo mite, ma dalla tempra ribelle e temeraria, Volonté si distingue in quegli anni anche per il forte impegno politico e sociale a favore dei "compagni" e dei numerosi colleghi spesso penalizzati da un sistema cinematografico dispotico e sfruttatore. Erano gli anni irrequieti della contestazione e Barbara Palombelli ricorda "Piazza Esedra piena di gente; apriva il corteo Gian Maria Volonté,  i riccioli grigi, con la bandiera rossa e il pugno chiuso verso l'alto". La sua barca a vela divenne addirittura il mezzo per la fuga di Oreste Scalzone (noto leader di Autonomia Operaia, coinvolto nelle inchieste sugli "anni di piombo") in Corsica, nel 1981. "In questo, Gian Maria Volonté è stato davvero unico, orgogliosamente contro qualsiasi equilibrio costituito, mai riconciliato con la normale routine professionale, o con il quieto vivere dei rapporti meramente formali. Per Volonté essere uomo e attore non ha mai fatto differenza, per lui non c'era calcolo o interesse professionale che potessero condizionare una scelta o una presa di posizione ritenute necessarie. In anni di scontri ideologici e contrapposizioni frontali lui amava schierarsi, anche pagando costi alti in termini di carriera; era però anche un compagno di strada scomodo, perché alla solidarietà, ai tempi lunghi della politica, al compromesso preferiva spesso il gesto dirompente, perché era magari indisponibile a firmare manifesti ma sempre pronto ad accorrere, autonomamente, spericolatamente, ovunque ci fosse una buona causa da combattere" (Franco Montini e Piero Spila). Nel corso degli anni Ottanta viene quindi inesorabilmente escluso dalle nuove produzioni e gira solo sette film, fra i quali "La Morte di Mario Ricci" (Palma d'Oro come miglior attore nel 1983) e "Il caso Moro" (struggente riabilitazione dell'ex leader democristiano che gli vale l'Orso d'Argento al Festival di Berlino). Nel 1991 vince il Leone d'Oro alla carriera e partecipa al suo ultimo film italiano, "Una storia semplice" (tratto dall'ultimo romanzo di Leonardo Sciascia, autore fondamentale nella filmografia di Volonté). La morte lo coglie improvvisamente il 6 dicembre 1994 a Florina (Grecia), sul set de "Lo Sguardo di Ulisse" di Theo Anghelopoulos; muore così un vero eroe del nostro cinema, forse l'unico a credere veramente nell'utopia di cambiare il mondo attraverso una cinepresa...

 

"Io cerco di fare film che dicano qualcosa sui meccanismi di una società come la nostra, che rispondano a una certa ricerca di un brandello di verità. Per me c'è la necessità di intendere il cinema come un mezzo di comunicazione di massa, così come il teatro, la televisione. Essere attore è una questione di scelta che si pone innanzitutto a livello esistenziale: o si esprimono le strutture conservatrici della società e ci si accontenta di essere un robot nelle mani del potere, oppure ci si rivolge verso le componenti progressiste di questa società per tentare di stabilire un rapporto rivoluzionario fra l'arte e la vita."

Gian Maria Volonté, 1984

 

Le citazioni sono tratte dal libro "Gian Maria Volonté Un attore contro" (Bur, 2005).

 

 

 

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Il papello dei 12 punti

16 Ottobre 2009 , Scritto da CARANAS Con tag #POLITICA

                                                                                                               di Carmelo Anastasio

 

 

PAPELLO : elenco in 12 punti delle richieste della mafia allo Stato per interrompere la stagione delle stragi dei primi anni novanta.

 

A parlarne, fu per primo il pentito Giovanni Brusca durante il processo di Firenze sulle stragi del 1993. Era il 13 gennaio 1998.

In quell’occasione, Brusca riferì di una trattativa tra il capo di Cosa Nostra e lo Stato , fatta dopo la strage di Capaci in cui perse la vita Giovanni Falcone . Iniziativa che pare, secondo le rivelazioni del pentito ( lo stesso ebbe un ruolo di primo piano nella strage), sia partita dallo stesso Stato che ricevette un elenco lungo e pesante con richieste che avrebbero compreso diverse agevolazioni per Cosa Nostra. Ecco alcune delle richieste : abolizione del carcere duro per i mafiosi; revisione della legge sulla confisca dei  beni; revisione della legge sul Maxiprocesso; revisione della legge sui pentiti , ecc.

Secondo le dichiarazioni del pentito, il capitano dei Carabinieri del Ros Giuseppe De Donno e il generale Mori, chiesero allo stesso Brusca d’intercedere per avere un colloquio con il boss Riina. Vito Ciancimino avrebbe dovuto far da intermediario.

La fotocopia del “ papello” è stata consegnata  mercoledì scorso alla Procura della Repubblica di Palermo,dall’avvocato di Massimo Ciancimino (figlio dell’ex sindaco di Palermo).

Secondo “L’Espresso” che si è occupato della faccenda con un servizio corredato da fotografie dei documenti, esisterebbe anche un secondo “papello” redatto da Vito Ciancimino con le modifiche al primo , scritte da propria mano dallo stesso che vi avrebbe attaccato poi un post-it  con la nota “ consegnato al colonnello dei carabinieri Mori del Ros”

Le rivelazioni dell’ex ministro Claudio Martelli durante la trasmissione “Anno Zero” , hanno quindi prodotto quel movimento inteso agli accertamenti del caso , da parte dei pubblici ministeri di Palermo e di Caltanisetta  che a Roma, hanno sentito l’ex guardasigilli del 1992 per più di 3 ore.

Martelli aveva detto ad Anno Zero che il giudice Paolo Borsellino sapeva della trattativa tra Stato e mafia avendola appresa da Liliana Ferraro ex direttore degli affari penali nonché collaboratrice di Giovanni Falcone.

Anche la Falcone è stata ascoltata dagli inquirenti ed ha confermato le dichiarazioni tardive dell’ex ministro Martelli.

Ci interroghiamo ? Come mai Martelli ne parla solo adesso ? Come mai la cassaforte di Ciancimino contenente i papelli non è stata mai perquisita?  "La forza dei fatti", era lo slogan del  Presidente Berlusconi per strappare qualche voto ai sondaggi elettorali di Forza Italia di quei tempi.

Ha dimenticato solo di menzionare i suoi di fatti : una vita fatta di menzogne e coperta dai suoi esponenti politici, una vita derisa in italia e all'estero. Che figura di merda! Speriamo poi che nulla ci sia di vero nell’ennesimo lodo , quello afghano. Se le dichiarazioni non smentite dal Times sono vere ( lo Stato avrebbe pagato i talebani per non attentare contro i soldati italiani in Afghanistan), allora occorre fare molto di più per mandare a casa Berlusconi. O meglio, se verranno trovate prove contro di lui, dovrà essere assicurato alle carceri italiane. Così forse l’Italia riacquisterà la sua forza e dignità. 
                                                                                       © RIPRODUZIONE RISERVATA

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