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Blog  di Caranas

Post con #caffe' letterario tag

IL SOLE DEI MORENTI

18 Dicembre 2011 , Scritto da CARANAS Con tag #CAFFE' LETTERARIO

0 Il sole

Ho quasi terminato la lettura de “Il sole dei morenti “ (di Jean-Claude Izzo)  che non è un giallo. Non avevo letto la recensione. E’ stato lì sugli scaffali quasi un anno. È la storia di un uomo sfortunato, un giovane sereno, innamorato della moglie, felice di avere un bambino, un lavoro, una casa. Poi la moglie lo lascia, lui perde il lavoro, la casa, finisce in strada: quello che chiamano un barbone; clochard è più trend. Mi sono innamorato di questo libro, così come per l’altro : “Zorro” di Margaret Mazzantini ;  entrambi mentre leggevo, mi hanno regalato più flash di situazioni, "fotografie" di Fuscaldo . Titì,  è un po’ come …- Rico è il protagonista abbandonato a se stesso, un morente , anche se in quell'involucro umano,  continua a vivere un uomo. E questo uomo, prova, in un ultimo slancio vitale, a lasciare la Parigi del freddo, dei metrò, dell'alcolismo, della solitudine, per raggiungere Marsiglia, il sole, il mare la città dove aveva scoperto l'amore. Il sole dei morenti è la storia di un viaggio e di una vita. Un romanzo struggente, di rara umanità.

Di  lenta morte qui si parla, di un uomo che si lascia morire. E quindi c’è chi ha voluto vedere in queste pagine una sorta di testamento dello scrittore francese (morto a 55 anni).

E’ un lento e disperato viaggio verso la fine, intrapreso da un uomo che non ha più niente al mondo, se non il desiderio di morire come gli pare. Non durante il freddo ed inospitale inverno a Parigi, ma al sole, al caldo, a Marsiglia. Un luogo caldo come tanti altri , come i tanti centri assolati della Calabria.

Ne ho incontrati di questi uomini, soprattutto a Pietra Ligure, in luglio due anni fa. Era piacevole chiacchierare qualche minuto con Sasà all’ombra della tettoia di un supermercato  alle tre del pomeriggio, in attesa dell'apertura del centro commerciale . A quell'ora lo trovavo  sempre lì a spruzzarsi il viso con un nebulizzatore da giardinaggio. Prima lui, poi il suo cane  Dog.

Altri disperati come lui, persone travolte dalla vita e ormai incapaci di reagire, che (sopra) vivono senza vivere.

Sasà mi diceva che noi tutti, compresi i benestanti, i giudici , i professionisti, quelli dello shopping , abbiamo un bell'interessarci alla sua/loro  storia, commuoverci, indignarci, ma non possiamo metterci nei loro panni. Ed è vero, se non conosci quel tunnel non puoi capire. E per la donna è peggio. Quando l'uomo arriva a chiedere l'elemosina, la donna invece inizia a prostituirsi.

È un romanzo duro, un continuo pugno nello stomaco, ad ogni pagina, ad ogni sfiga che Rico si lascia cadere addosso, impotente e inerme. È un libro pieno di angoscia, di rabbia, di violenza, ma anche con una piccola speranza finale. Che non scrivo perché immagino che la sorpresa allegra ed attesa non c’è,  e perché … non ho ancora finito di leggere.

 

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L'uomo parla, ride, canta, urla... e gli animali ?

10 Dicembre 2011 , Scritto da CARANAS Con tag #CAFFE' LETTERARIO

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I RISCHI DELLA LETTURA

29 Novembre 2011 , Scritto da CARANAS Con tag #CAFFE' LETTERARIO

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L'atto della lettura è a rischio. Leggere, voler leggere e saper leggere, sono sempre meno comportamenti garantiti. Leggere libri non è naturale e necessario come camminare, respirare, mangiare, parlare o esercitare i cinque sensi. Non è un'attività primaria, né fisiologicamente né socialmente. Viene dopo. È una forma di arricchimento, implica una razionale e volontaria cura di sé. Leggere letteratura, filosofia e scienza, se non lo si fa per professione, è un lusso, una passione virtuosa o leggermente perversa; un vizio che la società non censura; è sia un piacere che un proposito di automiglioramento. Richiede un certo grado e capacità di introversione concentrata. È un modo per uscire da sé e dall'ambiente circostante, ma anche un modo per frequentare più consapevolmente se stessi e il proprio ordine e disordine mentale. La lettura è tutto questo e chissà quante altre cose. È però soltanto uno dei modi in cui ci astraiamo, ci concentriamo, riflettiamo su quello che ci succede, acquisiamo conoscenze, ci procuriamo sollievo e distacco. Eppure la lettura è un singolo atto che ha goduto di un grande prestigio, di un'aura speciale nel corso dei secoli e ormai da circa tre millenni, da quando la scrittura esiste. Ma è rischiosa.Anche la lettura dei classici premoderni, quelli che precedono, per intenderci, Shakespeare, Cervantes, Montaigne,che hanno reinventato generi letterari fondamentali come la prosa di pensiero, l'epica, il teatro. I problemi e i valori che caratterizzano la modernità occidentale, cioè libertà, creatività, rivolta e angoscia, si manifestano con chiarezza soprattutto con l'inizio del Seicento e cresceranno fino a travolgere distruttivamente la tradizione precedente, greco-latina e medievale. Un lettore attento e libero commentatore di classici antichi come Montaigne si dichiara provocatoriamente, con una sincerità forse enfatizzata, uomo senza memoria. Cervantes celebra e mostra impossibile l'eroismo antico, ormai nemico della realtà, del senso comune e follemente libresco. Shakespeare azzera e rimescola comico e tragico, alto e basso, re e buffoni, principi e becchini, eroismo e stanchezza malinconica.

Non per questo si è smesso di leggere i classici antichi: solo che la letteratura moderna non li imita più come era avvenuto fra gli umanisti e i sapienti neo-antichi fra Quatto e Cinquecento. Nel postmoderno New Age (una variante della postmodernità) il neo-antico è tornato per suggerimento di Nietzsche, in quanto polemicamente "inattuale". Quindi anche leggere gli antichi può …

di Alfonso Berardinelli - Il Sole 24 Ore – continua a leggere  su http://24o.it/fufUK

 

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Il racconto di mezzanotte

27 Novembre 2011 , Scritto da CARANAS Con tag #CAFFE' LETTERARIO

da PANCREAS trapianto dal libro CUORE

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La Teoria del barattolo di maionese e dei due bicchieri di vino

7 Agosto 2011 , Scritto da CARANAS Con tag #CAFFE' LETTERARIO

 

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Un professore, prima di iniziare la sua lezione di filosofia, pose alcuni oggetti davanti a sé, sulla cattedra. Senza dire nulla, quando la lezione iniziò, prese un grosso barattolo di maionese vuoto e lo riempì con delle palline da golf. Domandò quindi ai suoi studenti se il barattolo fosse pieno ed essi risposero di si. Allora, il professore rovesciò dentro il barattolo una scatola di sassolini, scuotendolo leggermente. I sassolini occuparono gli spazi fra le palline da golf. Domandò quindi, di nuovo, ai suoi studenti se il barattolo fosse pieno ed essi risposero di si. Il professore, rovesciò dentro il barattolo una scatola di sabbia. Naturalmente, la sabbia occupò tutti gli spazi liberi. Egli domandò ancora una volta agli studenti se il barattolo fosse pieno ed essi risposero con un si unanime. Il professore tirò fuori da sotto la cattedra due bicchieri di vino rosso e li rovesciò interamente dentro il barattolo, riempiendo tutto lo spazio fra i granelli di sabbia. Gli studenti risero! “Ora”, disse il professore quando la risata finì, “vorrei che voi consideraste questo barattolo la vostra vita. Le palline da golf sono le cose importanti; la vostra famiglia, i vostri figli, la vostra salute, i vostri amici e le cose che preferite; cose che se rimanessero dopo che tutto il resto fosse perduto riempirebbero comunque la vostra esistenza. “I sassolini sono le altre cose che contano, come il vostro lavoro, la vostra casa, l’automobile. La sabbia è tutto il resto, le piccole cose.” “Se metteste nel barattolo per prima la sabbia”, continuò, “non resterebbe spazio per i sassolini e per le palline da golf. Lo stesso accade per la vita. Se usate tutto il vostro tempo e la vostra energia per le piccole cose, non vi potrete mai dedicare alle cose che per voi sono veramente importanti. “Curatevi delle cose che sono fondamentali per la vostra felicità. Giocate con i vostri figli, tenete sotto controllo la vostra salute. Portate il vostro partner a cena fuori. Giocate altre 18 buche! Fatevi un altro giro sugli sci! C’è sempre tempo per sistemare la casa e per buttare l’immondizia. Dedicatevi prima di tutto alle palline da golf, le cose che contano sul serio. Definite le vostre priorità, tutto il resto è solo sabbia”. Una studentessa alzò la mano e chiese che cosa rappresentasse il vino. Il professore sorrise. “Sono contento che tu l’abbia chiesto. Serve solo a dimostrare che per quanto possa sembrare piena la tua vita: c’è sempre spazio per un paio di bicchieri di vino con un amico”.

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Rotoversi di Maria Consiglia Bettino

3 Luglio 2011 , Scritto da CARANAS Con tag #CAFFE' LETTERARIO

 

 

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                                                 di Maria Consiglia Bettino


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Non lo sai

che verrà il maestrale

e perchè lo devi sapere

perchè ti chiedono

di rinfrescare la sera

se il tuo cuore

e i tuoi fianchi son fatti

per sorprendere

e lasciarti sfinita

dopo aver tanto

ballato

ti afferrerà ingiustamente

una notte

strappandoti le vesti

senza mai toglierti

la nostalgia

del sole

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Monotona estate

sempre a mostrar

le tue cosce nude

non hai un minimo

di pudore

e di eleganza

hai anche tu

come noi

l'arroganza sfrontata

della bellezza quando non ha

paragoni

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Mi piace questo giorno


e anche ieri


mi piaceva


non capisco perchè


la bellezza


non si possa


ripescare


e riviverla


come un vortice


di piacere 


infinito


riempiti fini all 'orlo


da non poterne più


e morire alla fine


per troppa bellezza


il Paradiso

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FILI DI PAROLE D'INIZIO ESTATE

25 Giugno 2011 , Scritto da CARANAS Con tag #CAFFE' LETTERARIO

Fili di parole d’inizio estate. Lettera a se stesso di un morto mai nato.

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                                                                               di Caranas

 

Ci sono dei giorni che non riesco a sentire proprio nulla. Tutto fermo, tutto uguale. Solo il mio respiro condizionato dal fumo delle sigarette che rompe ritmicamente quella quiete. E’ difficile da spiegare, anche perché quell’anelito di vita sembra non appartenermi, è come se respirassi con i polmoni di un altro , un altro con pantaloni bruciacchiati che guardo e mi guardo respirare. Dicono che la solitudine davanti al pc è una malattia che contagia molti. La mia è più particolare perché mi regala una compagnia tristissima : la mia. Boh, sarà che oggi non ho rotto le scatole a nessuno. Il caldo umido scorre inesorabile lungo le tempie e scorre lentamente in una danza a spirale sempre più giù fino ai cabasisi tranquilli perché oggi non hanno avuto giri di boa. Il computer è finalmente spento. Magari l’accendo dopo per scrivere queste righe.

Ora riesco a concentrarmi e a pensare a tutti questi anni passati così velocemente tanto da non ricordare quasi nulla di recente ( a parte le cose che mi hanno più colpito nei libri che leggo). Sarà che mi vien più facile ricordare cosa successe cinquant’anni fa che l’anno scorso. O forse ho frequentato poco il Bar Lume o il Bar Condicio, o forse non ho ancora l’arco senile, sarò a mezza strada. Beh, qualcosa  di Milano , si ,ricordo. Quella parte scivolata in un buco nero in cui non posso più entrare a cercare, a guardare gli inevitabili distacchi amorosi e non.

E’ la vita ! Una barca spezzata nel mezzo, con prua e poppa sollevate e il mare a coprire la ferita.  Accendo una sigaretta. Anche per non sentire quel respiro di prima. Meglio l’intermittenza dei colpi di tosse.

Penso ai sorrisi improvvisi di quando avevo 12 anni, allo sguardo tormentato ma aperto sul mondo, al coraggio inconsapevole di lasciare il paese. Ma anche alle paure. Penso a come sono adesso, i tratti riflessi non somigliano al ritratto di allora, sono mutati da un tempo dilatato in una maschera ostinata.

A  volte è anche come se mi svegliassi da un sonno prolungato pomeridiano, una specie di ipnosi che non ti permette di aggiornare l’ora. Ecco, talvolta è un desiderio lontanissimo che affiora e mi smuove e ti dà un senso di soddisfazione come quando ti cancelli da face book , non più prigioniero di stupidaggini altrui.

Un po’ come adesso che mi aggrappo al ricordo di quel pomeriggio trascorso  in sei , ragazzi e ragazze,  tra i ruderi di San Giovanni vecchio sotto Pisasale. Quel ricordo pulsante e vivo , profumato di ginestre, si aggrappa ai miei occhi, alle mie orecchie e mi stira un sorriso. Il sorriso di allora.

Era il 25 giugno 1962, la festa del Corpus Domini. Quell'anno, il Milan di Altafini e Nereo Rocco, vinse lo scudetto già ai primi di aprile .

 

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Perché non si possono riaprire le case chiuse?

28 Marzo 2010 , Scritto da CARANAS Con tag #CAFFE' LETTERARIO

                                                                                    di Caranas 


bordello 300x240Riaprire le “case chiuse”? E’ immorale, ma è immorale anche la pedofilia praticata dai preti e tante altre cose ( pensa a Silvio). Nonostante le leggi in vigore la prostituzione dilaga ancora con incontrollato sfruttamento delle donne - non solo – e con un giro di milioni di euro sottratti al fisco, quasi una finanziaria. La prostituzione è sempre stata una professione impropria , certo non c’è un “albo delle prostitute”, ma perché limitare la libera scelta di una maggiorenne? Tanto più che “opportunisticamente” il ricavato potrebbe essere tassato (lo Stato come nuovo sfruttatore? C’è un’altra soluzione?) e così non finirebbe nelle mani della malavita organizzata. Questa boutade immorale sembra vicina  alle posizioni della Santanchè , sembra ma non lo è, il fine è più vicino alla scelta del  male minore. Finirebbe anche la tratta delle schiave, ci sarebbero maggiori controlli sanitari alle ragazze, etc . Viene un po’ da vomitare  se si pensa che comunque è sempre un offesa per la dignità della persona e della donna in quanto tale. Però la domanda da farsi è : con le leggi in vigore è sparita la prostituzione? No, perché se ce n’è meno nelle strade , abbonda al chiuso con inimmaginabili storie di droga connesse. Lo stato (gli Stati) sono molto deboli davanti a questo problema , allora lo si affronti nel modo “immorale” che forse salverà qualche vita e toglierà dallo schifo tante giovani. Una volta si prostituiva per fame, oggi ci sono universitarie che si prostituiscono non certo per fame ma per arrivare prima, perché il guadagno inculcato dai tanti messaggi televisivi e non ( gli spam improvvisi e disturbanti nel web confermano), costituisce un traguardo irrinunciabile. La prostituzione è e resta immorale e lo è diventata ancora di più dalla mezzanotte del giorno in cui la legge Merlin è stata approvata, prima nessuno si scandalizzava a dire "ragazzi stasera che facciamo cinema, casino o una birra al centro?". Cosa c'è di strano? Se una ragazza vuole fare sesso a pagamento e un ragazzo è disposto a pagare per lo stesso motivo, io vedo solo due persone che vogliono fare la stessa cosa. Ovviamente il discorso non sta in piedi se c'è un caso di schiavismo. Ma forse sono solo parole. Certo , per uno che crede è difficile accettare la prostituzione (se pur controllata dallo Stato), è un qualcosa che non va solo contro le religioni ,  Gesù fu tollerante, perdonò. Disse anche però : “va e non peccare più! “.

Non so quale delle due soluzioni (legge Merlin e riapertura) sia veramente la cosa migliore. Non discuterne però non risolve il problema.

PS : le foto  nel nuovo album “ foto d’epoca” sono state inserite solo perché ad avviso dello scrivente sono d’arte , come il bianco e nero sa esprimere bene, e poi , rendono l’idea di cosa erano le “case chiuse”. Per chi legge Camilleri, consiglio “La pensione Eva” , buona lettura.

Sarebbe interessante leggere qualche vostro commento sul tema. Ricordo che l’indirizzo di posta elettronica è protetto e visibile solo per il sottoscritto.

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FUSCALDO E CAMILLERI di Caranas

4 Dicembre 2009 , Scritto da CARANAS Con tag #CAFFE' LETTERARIO


Premessa

 

A Fuscaldo , il 12 agosto 1994,  venne Vincenzo Consolo a parlare del suo “La ferita dell’aprile”. In realtà si parlò poco del suo libro perché la discussione dilagò sui temi della ‘ndrangheta  , dell’emigrazione , delle illusioni industriali e del futuro della Calabria. A Consolo in quell’occasione chiesi cosa ne pensava del modo di scrivere di Camilleri  o meglio di quella particolare forma dialettale piena di grazia e umorismo che caratterizzava  le sue pubblicazioni (avevo appena letto “La stagione della caccia”) e lui, sorridendo mi rispose : <<noi siciliani siamo tragediatori paghi solo quando riusciamo a fondere insieme la vita e la scena e ciò ci viene meglio usando la terminologia della gente comune. Vedrà che anche nel libro che ha appena comprato , troverà espressioni tipiche : “na vampa – catoi – ‘mbriaco” li usate anche a Fuscaldo no?>>. E se ne andò.

D’allora  le iniziative culturali del Circolo,  non sono state più frequenti. Peccato!

Questo ricordo mi ha suggerito oggi di riscrivere  un pezzo di Andrea Camilleri (Il primo voto – Gocce di Sicilia) alterandolo (in corsivo) solo nelle espressioni fortemente dialettali utilizzando quelle del vernacolo fuscaldese.  Il Maestro non me ne vorrà.

   

                                          Il primo voto

 

Le prime elezioni regionali siciliane del 1947 partirono di colpo ‘ncazzuse , lo si capì subito cunn’era cosa perché non c’era comizio che non finisse , ‘ndru megliu casu , a  scerra generale . Nel peggiu casu, invece ci scappava qualche scuppettata  e qualcuno finiva a ru spitali. Rapidamente lo scontro politico arse e non solo metaforicamente , albiri di mandorlo e d’alivi vennero vrusciati , cìciri e fave furono abbrustoliti in loco, vale a dire dentro ai magazzini dov’erano ammassati. A sinistra ci stavano comunisti e socialisti uniti che avevano pigliato per emblema la testa di Garibaldi, a destra i monarchici e gli agrari, in mezzo i democratici cristiani con lo scudo crociato. Averci messo a simbolo la testa di Garibaldi parse al “Fronte del popolo”una gran bella pinzata. I picciotti di sinistra , con le sacchette piene di manifestini, si gettarono campagne campagne alla cerca di voti.

<< Votate e fate votare Garibaldi !>>

<< Picchì, Garibardi sipprisenta? Unnè mortu?>> si chidiva ‘marpagiatu qualche contadino posando la vanga.

     A un giovane intellettuale non andò tanto bene quando venne a trovarsi davanti a un vecchio di na ottantina d’anni, assittato su una seggia di paglia, a ru latu da porta di na caseddra poco più grande di un dado.

<< io con questo Canebardo non ci voglio aviri nenti a cchi ffari.>>

<< E picchi?>>

<< Picchi era nu sdilinquente.>>

<< Ma non è vero!>>

<< Nunsignori, è vangelu! Tant’è veru che quandu è binutu cca, ammisu in libertà  tutti i sdilinquenti che eranu carcirati!>>

<<Sentite , questa storia dei carcerati…>>

<<Làssati prigari guagliunè! Chi ni vo sapiri tu ca si tantu picculu ca teni ancora a merda a ru culu! A mia, mammima mu cuntò! A uno, questi sdilinquenti ci tagliarono la testa e ci jucarunu a palla!>>

Il giovane intellettuale sorrise. Quella storia l’aveva letta para para in un atto unico di Pirandello, L’altro figlio.

<< Guarda cca Zi.Questa cosa se l’inventò uno scrittore di queste parti che si chiamava Pirandello…>>

<<Sa invintata?>> scattò arraggiatu il vecchio gazandusi. << Che viene a dire se l’inventò? Io , gliela cuntai la storia a Lovicino Pirinnello! E lui la scrisse! Quello che ci tagliarono la testa  il frati di nonno era!>>

Il giovane intellettuale  scappò, schivando miracolosamente una pietrata che gli avrebbe scassato la schiena.

In paisi le cose non stavano meglio. A scanso di complicazioni, il maresciallo dei carabbineri Allotta, ch’era omo di mezza parola, aveva parlato chiaro :<< da ora in avanti, comunisti e socialisti, se hanno gulìo di farsi una birra, vanno solo ed esclusivamente al caffè Empedocle; i democristiani al caffè Castiglione; i monarchici e i separatisti al caffè Pùrpura. Chi sconfina, l’arresto con una scusa qualisiasi.>>

E fu proprio al caffè Empedocle che s’ appicciò a miccia capaci di fa zumbà all’aria u paisi sanu sanu.

< Che dicevano i tedeschi? Dicevano : Gott mit uns. E dicevano una minchiata grossa quanto una casa. Dio non era con loro, tant’è vero che finirono come finirono. Invece Signuri santu , tramite il figlio so’, è sicuramente dalla parte nostra> fece na sira Pepè Contrera.

I suoi cumpagnuzzi u guardavano na picca strambati.

< Siamo sicuri?>  Disse Gegè Affitto che era sempre dubitoso d’ugni cosa.

<È Gesù Cristo stesso che lo dice chiaro e lampante> rispose Contrera ordinando a ru camereri  il quinto fernet.

L’intellettuale, quello che era stato pigliato a pietrate , si fece obbligo d’intervento.

<Nei Vangeli, per quanto… >

< Me ne fotto dei Vangeli> tagliò corto Contrera.

Calò silenzio. Poi Marco Clemenza sappigliatu i curaggiu .

« Ti vo spigà megliu?»

«Certu.Mo vegnu e mi spiegu» Disse calmo Contrera scolandosi il fernet che gli era stato appena portato.

Si guardò ‘ndornu ‘ndornu e ppo parlò:

«Quanti jurni mancanu ara duminica di Pasqua?»

«Quattru» Rispose prontamente Pippo Liotta che era comunista, ma che non si pirdiva na Missa.

« Allora raggiunamuci na picca.Dumani, u venneri, il Signuruzzo mora.Giustu?»

«Giustu» fecero gli altri a coro.

« E che succede ndra chiesa quando il Signuruzzo more? Succede che parano a lutto cchi  linzuli viola e liganu i campani.Giustu?

«Giustu.»

«Domenica invece il Signuruzzo risuscita e si canta la Missa. Ma come risuscita? Cadanu i linzuli a luttu e si vida a statua du Signuruzzu ca sind’acchiana ncielu mentri i campani sonanu a gloria (tinchité – da noi a Fuscaldo : cumi i sonachiddru grandi artista musicale cioè : Saveriu i cucinara) . Giusto?»

« E cchi tena mmanu u Signuruzzo mentri sind’acchiana ‘n cielu? Na bandera rossa tena!»

«Minchia ! Ė veruvariò il coro.

Era indiscutibilmente vero. «Veramente, bandiera , bandiera non è » azzardò il giovane intellettuale.

«Ė piuttosto un làbaro.»

« Sempi russu è» tagliò Contrera.

E poi, sorridendo diabolicamente : « e u sapiti chi facimu nua?- mi raccomando, unn’adda mancà nissunu ara Missa da duminica- appena u Signuruzzo risuscita ncumingiamu a cantà Bandiera rossa ca puri u Papa a Roma sadda ttippà i wricchi !»

Scoppiò un applauso.

Ma tra quelli che battevano le mani al caffè Empedocle c’era un Gano di Maganza, un traditore che di nome faceva Massimo Pullara. Questo Giuda ogni tre giorni andava nel gabinetto medico del dottore Liborio Boncristiano, che tale era non solo di cognome ma macari di fatto, dicendo che doveva farsi curare un distrubbo della wricchia mancina . Era una scusa, il vero era che Massimo andava a riferire al dottore quello che dicevano i so’ compagni. E ogni volta Liborio Boncristiano non gli faceva ammancare centu liri.

E fu così che i democristiani vennero a conoscenza della storia che i rossi avevano strumentata.

Alle sette e mezza spaccate di ogni matina che Dio mandava, al cafè Empedocle s’apprisintava Cocò smecca, camereri del barone Stefano Arrigò di Titò, per accattari una granita di cafè e tri tiraddri cu patruni si vuliva truvà davanti appena sumatu.Senza pinzà di fa malizia , u bancunista , mentre preparava l’ordinazione, cundò a Cocò Smecca quello che aveva sentito dire u jurnu prima a Pepè Contrera.

«Chi si dicia aru paisi?» era la prima domanda che il barone faceva a ru camereri mentre si sbafava la granita.

Appena sentito il ragionamento di Contrera, Stefano Arrigo di Titò, capo dei monarchici-separatisti, si fece andare di traverso il tarallo, tanto che il camereri dovette dargli nu bellu scuffundunu ‘ndri spaddri.

« Vammi a chiamare a Giugiù» fece farfugliando.

Cocò Smecca si precipitò , se c’era d’abbisognu di Giugiù Zonta, il numero uno di fatturi del barone, ominu facili di curteddru ma di cchiù di rivorbaru, veniva a significare che la faccenda non era proprio nu scherzu.

Patri Aureliu Li Causi avia appena pigliatu sonnu, stancu mortu di funzioni du Venneri Santu, quando sentì discretamente tuppuliari ara porta. Malati gravi, chiddri da ‘Strema unzioni, ‘ndru paisi un ci ‘nderanu e durante la giornata non c’era stata né n’azzuffatina né na sparatina,  una specie di tacita tregua per non turbare il giorno che era .

E cchini  minchia po essi?» s’addummandò patri Aurelio che era nu sant’omo  ma che ogni tanto a parolazza cci scappava.

« Mi scusi se la disturbo a quest’ora, ma si tratta di un fatto grave» fece sulla porta il dottor Boncristiano. Da sempre u previti e il medico si facevano ‘ndipatia. E in più Boncristiano aveva pubblicamente rinfacciato a patri Aurelio di non volere pigliari partito dal pùrpito contro i rossi.

« Se c’è cosa grave , s’accomodi » disse il prete friscu cumi nu quartu i gaddru mettendosi da parte per farlo passare.

Il dottore gli cuntò la faccenda.

«Embé?» disse il prete.

« Come, embé?» scattò il medico. « Non lo capisce, o forse non lo vuol capire, che se i paisani vedono a Cristo con la bandiera rossa si mettono in fila a ra cabbina elettorali per votare il Fronte ? E noi ce l’andiamo a piglià ‘ndru culu! Si rende conto, o no?»

«Io non so dove lorsignori se lo vanno a pigliari. Il fatto è che  i paisani hanno visto a Cristo che sale in cielo con il labaro rosso.»

« Ma stavolta è diverso !»

«E picchì??»

«Perché quelli, attaccando a cantare Bandiera rossa è come se dicessero vedete? Due e due fanno quattro. Gesù se ne va in cielo con la bandera nostra!»

«Ho capito , dottore. Lei vorrebbe che Gesù cangiasse bandiera per ragioni politiche.»

Boncristiano si sumò da seggia.Aveva la faccia janca che sembrava un morto. Senza manco salutare il prete, voltò le spalle e sinni niscì. Andò a casa, si fece la barba, si lavò, si vestì di scuro con la cravatta, si mise in macchina e partì per Montelusa.

Andava a trovare il vescovo Pietro Agostino Carnazza, ominu i postu certu mbaradisu.

E difatti, verso le nove  di sira du stessu jurno, in casa di padre Aurelio Li Causi

s’ apprisintò monsignor Guttadàuria, segretario particolare del vescovo, giovinottu trentino e tutto superlativo : curatissimo, elegantissimo, dottissimo, eloquentissimo, diplomaticissimo. Parlò senza fermarsi per un’ora e mezza, citando sant’Agostino, san Tommaso, sant’Alfonso de’ Liguori e, per ultimo, un certo Domenico Cavalca che padre Aurelio non aveva mai sentito nominare.

Con la testa che gli fumava, patri Aurelio addimmandò quando aveva capito che l’altro aveva finito di parlare : « Su conclusione, come mi devo regolare?»

«Secondo coscienza , è naturale. Ma se mi posso permettere, un consiglio ce l’avrei. Perché non sostituisce il labaro rosso con una bella bandiera bianca con lo scudo crociato in mezzo? Oddio , padre Aurelio, che ha? Si sente male? Non mi faccia spaventare, padre Aurelio!»

U povaru parrucu chiddra notti nun’arrisci a piglià sonnu, si vutava e si girava ‘ndrù lettu, avia a vucca arsa come per la terzana. S’appinicò na picca versu i tria e trovò di trovarsi davanti al Grande inquisitore in persona che ordinava che lo dovevano arrostire vivo sopra una graticola.Si risbigliò ‘ndra nu lagu di suduri,  sentì che la porta di casa veniva pigliata a cavuci, andò ad aprire.

«Voscenzabinidica» lo salutò Giugiù Zonta, alto, grosso, baffuto e con due canne in spalla.

U fatturi del barone Stefano Arrigo di Titò parlò per dieci minuti spaccati, citando la strage degli innocenti, il martirio di san Sebastiano, quello di Santa Lucia e quello di Tanino Fazio che santo non era ma al quale prima avevano tagliato i cabasisi ( in fuscaldese i “cugliuni”) e poi l’avevano impalato.

«In conclusione, come mi devo regolare?» addummandò macari  (anche, puri) a lui patri Li Causi che alle parole di Giugiù si era messo a sudare il doppio, tanto che tra le pantofole aveva formato canticchia di affuso (bagnato).

«Io chiaro parlai a vossia» fece Giugiù sumandusi da seggia « e di perciò sta dumanda nun m’aviata fari.Allora vengo e mi spiego meglio. Vossia leva la bandera rossa dalla mano di Cristo e ra cangia con la nostra bella bandera siciliana con la Trinacria in mezzo. Appressu me ne portai una , nel caso vossia non l’avesse avuta suttamanu.

La tirò fora da sacchetta della cacciatora, bella piegata a otto, la posò sul tavolino, salutò divoramenti , ghiscì.

Il maresciallo Allotta quello che avevano in mente di fare i rossi lo seppe praticamente nel momento stissu che Pepè Contrera aveva finito di dirlo, tri jurni prima.  Perciò aveva addumandatu rinforzi a Montelusa , Fela, Fiacca. Ari undici da matina  occupò militarmente la chiesa, disponendo i carbineri a forma di ypslon : nella parte alta , quella a “vu” , sarebbero stati allocati i democristiani con un cordone di militari alle spalle , a mano mancina i rossi e a ra destra i separatisti e i monarchici divisi da na filata di carbineri che arrivava fino al portone . Il maresciallo stesso si mise sul sagrato e, aiutato da quattru di so’ , smistò i fedeli secondo le loro idee politiche. Che del resto conosceva benissimo.

Scasarunu tutti . Dalla sua casa di contrada Infischerna  arrivò don Casimiro Impiduglia che, non potendo mantenersi a ri ‘mbedi per via delle gambe molli, venne portato a siggiteddra da due nipoti che si spezzarono a momenti i polsi , dato che lo zio pesava centottantachili netti . Dalla montagna del Crasto calò Michele Lodìco che a forza di lavurà a terra si era ‘ndurciniatu come un olivo saraceno e aveva il busto spostato di cinquanta centimetri rispetto alla linea dei piedi. S’arrambicò Nenè Navarria , latitante da cinque anni, che per l’occasione il maresciallo fece finta du nnu canusci . Venne Peppuccio Agrò che non aveva mai più messo piede in chiesa da quando l’avevano vattiatu perché l’acqua del battesimo gli aveva fatto venire la polmonite doppia , lasciandolo di salute cagionevole. A farla brevi , a menzijurno menu nu quartu nella chiesa non arriscì a trasi cchù nissunu, non ce la fece mancu a gatta dipatri Aurelio che era di casa in sagrestia.

U previti s’apprisintò ccu dua chierichetti. Era arrivata l’ora. Tutti i  presenti lo guardarono in faccia : era sirenu , anzi aveva un sorriso liggeru nelle labbra e negli occhi . Sicuramente aveva risolto il busillibus. Ma come?

I dodici colpi du rilloggiu da chiazza rintronarono come cannonate nel silenzio della chiesa. Ai dodici rintocchi le campane pigliarono a sonare a festa, facendo morire di paura i palumbi supa i ciaramili. Poi , a una parola du previti, un chierichetto s’avvicinò all’altare maggiore, tirò una cordicella, fece cadiri u linzulu viola.

E la statua di Gesù che acchianava ncielo si mostrò. Non aveva la bandera russa. E mancu chiddra da Trinacria. E nemmeno chiddra janca.Poi, dopo un attimo di stupore, dalla latata mancina, quella dove ci stavano socialisti e comunisti, alto, solenne, si levò il coro dell’Internazionale , mentre democristiani , monarchici e separatisti lasciavano ‘ncazzati nivuri la chiesa.

«Ma dove ho sbagliato?» si chiese u previti. E sumò l’occhi a gurdà a statua.

Raggelò , capendo l’errore.

Senza l’asta in mano, il gesto di Cristo cangiava significato : il Signoruzzo se ne acchianava infatti  in cielo col braccio destro levato in alto e a pugno chiuso , nel tipico saluto comunista.

E fu accussì che il “Fronte del popolo” stravinse le elezioni.

 

NOTA : Questo racconto non è cosa di fantasia. Capitò veramente al paese di Camilleri. Il giovane intellettuale naturalmente era Camilleri.  Molti vocaboli tradotti in fuscaldese, sicuramente non sono scritti nella forma più adatta. Non sono un grande esperto e trovo difficoltà perche alcune parole fuscaldesi non sono traducibili in vernacolo paesano . Provate infatti a scrivere “soffia” in fuscaldese , o

“lagghia “ che è un soprannome qui non scritto bene perché intraducibile.

 

Dedicato alle mie tre amiche del “Caffè letterario “ di Fuscaldo ( Ma. Ant. Stell.)

 

                                                                         CARMELO ANASTASIO

 

                                                                             

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