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Blog  di Caranas

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Docenti e studenti diciottenni incavolati neri a causa delle procedure complesse per ottenere la registrazione ai portali per dotarsi di credenziali Spid (il Sistema pubblico di identità digitale, la cosiddetta carta d'identità elettronica).

24 Novembre 2016 , Scritto da CARANAS Con tag #SCUOLA

Docenti e studenti  diciottenni incavolati neri a causa delle procedure complesse per ottenere la registrazione ai  portali  per dotarsi di credenziali Spid (il Sistema pubblico di identità digitale, la cosiddetta carta d'identità elettronica).

In teoria ci sono 500 euro per gli studenti diciottenni e per gli insegnanti, soldi da spendere in un anno per il proprio aggiornamento culturale. In pratica, invece, ci sono una serie di procedure complesse che rendono tortuoso ai diretti interessati l'accesso a questi soldi.

In questi giorni, molti dei 750mila insegnanti ( ma anche studenti nati nel 1998) che aspettano il bonus di 500 € promesso da Renzi, si indignano a causa delle procedure richieste per registrarsi allo scopo di ottenere lo SPID. Per registrarsi ai portali bisogna infatti prima dotarsi di credenziali Spid che si ottiene se si dimostra di essere possesso di documento di riconoscimento, codice fiscale, indirizzo e-mail valido e un numero di telefono. Come? Andando personalmente con un'utenza telefonica valida in uno sportello dei quattro provider di identità digitale, scelti dall'Agid: Poste, Tim, Sielte e Infocert. Peccato che chi l'ha fatto, si è trovato di fronte ad addetti che gli avrebbero domandato: perché siete qui?

Non solo, conosco molti insegnanti che da giorni provano a iscriversi online senza ottenere risultati, per non parlare poi del numero verde messo a disposizione che continua a ripetere : se… premi uno, se… premi due, se… premi tre e così via fino a quando arrivati in cima arriva la solita voce registrata : “in questo momento la linea è sovraccarica a causa dell’intenso traffico, provare più tardi.” E giù bestemmie col calendario davanti.

Certo è che con questa procedura Renzi perderà parecchi voti al prossimo referendum.

Con il bonus si possono comprare libri, riviste, cd, corsi, software i biglietti d'ingresso per cinema, teatro, concerti, spettacoli di danza, musei, monumenti, parchi o aree archeologiche. Gli insegnanti hanno potuto utilizzarli ( lo scorso anno) anche per acquistare pc e tablet e da quest'anno pure per i moduli previsti dal piano nazionale di formazione obbligatorio. Anche se fa un po' sorridere la decisione del Miur di rimborsare i palmari, ma non gli smarthphone, il collegamento alla banda larga e i viaggi. Non è così però che si risolve il problema della formazione dei docenti e neanche quella degli studenti che non vedono incentivato il consumo culturale e soprattutto la lettura.

I portali : 18app.it o diciottenniapp.it , sono un po' borsellini elettronici e un po' market place dove comprare quello che serve, ma non sono app, da poter scaricare e utilizzare sugli smartphone, cioè i device più diffusi tra i giovanissimi. Inoltre sono funzionanti soltanto dall'inizio di novembre . L’intenzione era quella di abolire la carta e rendere più facili i controlli, ma a me sembra che tutta l’organizzazione delle procedure di registrazione e di spesa non fanno altro che produrre nuove file, perdite di tempo per le attese e lungaggini burocratiche complicatissime ( in posta aspettano ancora dal governo maggiori disposizioni per quest'attività).

Ecco perché nei corridoi delle scuole si sente spesso chiedere :D. “ tu hai già lo Spid?” R. “ , macché ! Neanche mio marito che è un esperto informatico è riuscito a registrarmi”.

Tutto sto bordello per un po’ di propaganda ! Sarebbe più utile sbloccare i contratti degli insegnanti che sono i più sottopagati d’europa.

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LE MIGLIORI SCUOLE D'ITALIA

16 Novembre 2016 , Scritto da CARANAS Con tag #SCUOLA

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Concorso personale scuola: "la precedenza agli immigrati

15 Marzo 2016 , Scritto da CARANAS Con tag #SCUOLA

Concorso personale scuola: "la precedenza agli immigrati

A prevederlo è il ministero dell'Istruzione che ha allargato i concorsi provinciali per il personale Ata anche ai "cittadini di paesi terzi che siano titolari del permesso di soggiorno Ce, ai soggiornati di lungo periodo o che siano titolari dello status di rifugiato o di quello di protezione sussidiaria". Una scelta, quella del ministero di via Trastere che ha fatto infuriare i circa 900 assistenti amministrativi della scuola che da circa 20 anni attendono di essere stabilizzati. Come racconta ilTempo, i precari lamentano di non poter far valere nel concorso in questione il servizio svolto.

Insomma, in sintesi, il comitato spiega che nell’accesso alla valutazione dei titoli si ritrovino nella stessa posizione di partenza di un immigrato che presenta la sua domanda. E adesso il comitato che li rappresenta ha scelto di protestare. La richiesta è di veder riconosciuto una maggiore punteggio o una corsia preferenziale nelle procedure di assunzione rispetto a chi non è mai entrato in un posto scolastico per lavorare. Una guerra tra poveri, insomma che sfocia nell’esasperazione. "Tutto questo è inaccettabile, crediamo innanzitutto che un Paese con una sua dignità, dovrebbe pensare ai propri cittadini, ai propri figli e dopo a chi si insedia successivamente in questa Nazione" conclude il comitato nella nota.

Fonte : “Il Giornale.it”

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MIUR : Prof controllino autisti e pullman prima della gita. Pazzesco ! Così non si faranno più gite

1 Marzo 2016 , Scritto da CARANAS Con tag #SCUOLA

MIUR : Prof controllino autisti e pullman prima della gita. Pazzesco ! Così non si faranno più gite

Con una circolare inviata agli uffici periferici e ai dirigenti scolastici , il MIUR pensa di scaricare ogni responsabilità in periferie chiedendo agli insegnanti di verificare che il conducente non faccia uso di "sostanze stupefacenti" e non consumi alcol durante il viaggio. In più i docenti dovranno anche improvvisarsi esperti di meccanica.

Il controllo dei conducenti non rientra nei compiti della funzione docente e nemmeno quella dell’idoneità dei veicoli prima della partenza. Immaginate ad esempio una maestra 65enne controllare lo spessore dei pneumatici col calibro…

Così dice il dipartimento per il sistema educativo di istruzione e formazione del ministero dell’Istruzione ha inviato un vademecum elaborato dalla polizia stradale, nel quale si richiamano gli insegnanti a verificare lo stato di salute dell’autista, i tempi di riposo e di guida ma anche le gomme, i fari, gli estintori del pullman.

Il direttore generale dell’ufficio del Miur: “Si invita a porre particolare attenzione, da parte dei dirigenti scolastici e degli organizzatori, sia nella fase di organizzazione delle visite d’istruzione che durante il viaggio, su taluni aspetti relativi alle scelte delle aziende cui affidare il servizio di trasporto, verificando quindi l’idoneità e condotta del conducente, l’idoneità del veicolo e le altre misure di sicurezza”.

Il vademecum preparato dalla polizia, affida agli accompagnatori dei ragazzi in gita compiti precisi: “Nel corso del viaggio gli accompagnatori dovranno prestare attenzione al fatto che il conducente di un autobus non può assumere sostanze stupefacenti, psicotrope (psicofarmaci) né bevande alcoliche, neppure in modica quantità. Durante la guida egli non può far uso di apparecchi telefonici o usare cuffie sonore, salvo apparecchi a viva voce o dotati di auricolare”.

I docenti dovranno improvvisarsi anche esperti di meccanica: “In maniera empirica – spiega il vademecum – si dovrà prestare attenzione alle caratteristiche costruttive, funzionali e ad alcuni importanti dispositivi di equipaggiamento: l’usura pneumatici, l’efficienza dei dispositivi visivi, di illuminazione, dei retrovisori. Se l’autobus è dotato di sistemi di ritenuta – cinture di sicurezza i passeggeri devono utilizzarli e devono essere informati, mediante cartelli – pittogrammi o sistemi audio visivi, di tale obbligo. Se il mancato uso riguarda un minore ne risponde il conducente o chi è tenuto alla sua sorveglianza, qualora si trovi a bordo del veicolo”.

Giorgio Rembado, presidente dell’ A.N.P. (Associazione nazionale presidi ): “ Non si può seguire una logica amministrativa in un’iniziativa come i viaggi d’istruzione. Si può chiedere alle scuole di organizzare al meglio le uscite ma una verifica così minuziosa dei doveri e degli obblighi delle agenzie o delle società che gestiscono i bus è inverosimile”.

Il Ministero chiarisce che : “La circolare non attribuisce responsabilità aggiuntive o nuove ai dirigenti e ai docenti ma offre loro un vademecum, elaborato in collaborazione con la polizia stradale, su aspetti da non trascurare nell’organizzazione di una visita di istruzione e durante il suo svolgimento con riferimento alla sicurezza dei mezzi di trasporto. Si tratta di informazioni di supporto che non prevedono in alcun modo che dirigenti e docenti debbano sostituirsi agli organi di controllo preposti, come specificato nel vademecum ma che debbano attivare i controlli necessari per garantire la sicurezza dei nostri ragazzi”. Che faccia tosta !

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Docente precaria denunciata dal Pd

29 Giugno 2015 , Scritto da CARANAS Con tag #SCUOLA

Docente precaria denunciata dal Pd

Il triste racconto di una insegnante presente nell'aula al momento del voto.

Racconta anche di essere stata denunciata dal PD, il suo stesso partito.

Quello che è successo in Senato qualche giorno fa ha dell’allucinante. E non solo perché è stata approvata una riforma della scuola che nessuno voleva, violentando i fondamentali diritti del popolo. Ecco la testimonianza di una docente precaria che, alla fine della protesta, è stata denunciata dal suo stesso partito.

La professoressa fa un triste resoconto sulla sua pagina FB: “Oggi si è votato al senato il maxi-emendamento sulla scuola. Raggiungo i miei colleghi. Ci abbracciamo, ci salutiamo, facciamo qualche battuta. Salutiamo quelli che entrano in senato e siamo pronti per unirci al corteo. Ma non riuscivo ad allontanarmi, come una mamma in attesa che la propria figlia partorisca. Esce qualche senatore per chiederci chi vuole entrare: vorremo entrare tutti. Sentivo che in quel palazzo si giocava la mia vita. Entro. In silenzio prendiamo posto, sono in prima fila insieme alle mie amiche Mascia e Margot. Il presidente Grasso ci annuncia. E' tutto di velluto rosso e legno, tra me e me penso: sembra un teatro.”

A questo punto viene il bello: “Guardo giù, mi sembra che la sen. Puglisi ci saluti, rispondo istintivamente ... ma no, non è un saluto ... mi sta dicendo di smammare! Possibile? mi guardo intorno, qualcun altro fa lo stesso gesto. Rimango impassibile, se do loro fastidio è il posto giusto. Aspetto. Cerco di capire. Vicino a me c'è un poliziotto, giovane, un ragazzo, moro, elegante, 5, forse 6 commessi. Si inizia a votare. Una lunga sequenza di Sì. Chiamano Napolitano, risponde: sì. Ma come, un partigiano? Guardo spaesata verso SEL, sotto di me M5S e Lega. Ad uno ad uno alla seconda chiamata dicono NO. Ma non basta, non è sufficiente. Alla fine ci alziamo, iniziamo a gridare: VERGOGNA! Veniamo strattonati e allontanati. Fuori dall'aula mi sento male, quel poliziotto mi abbraccia, un ragazzo, mi tiene stretta e mi sussurra; maestra, questi non sanno cosa significa soffrire. Esco.”

Insomma i politici invitano i docenti a scomparire, perché tanto lì si fa come dicono loro: “Se qualcuno in quel momento mi avesse detto: occupiamo il senato! sarei rimasta, anzi forse l'ho detto: io da qui non mi muovo! Ero seduta sui gradini, tremavo, si riavvicina quel ragazzo, mi prende la mano, e poi Mascia: Patrizia, andiamo. Li seguo. Non ho più voce, solo tante lacrime, penso alla mia vita, penso al senso della vita di mio figlio, mi sento ancora una volta di aver fallito, di non aver saputo far rispettare i suoi diritti, e di non avere i mezzi economici per sostenere la mia famiglia, gli studi, le terapie, il mutuo. La mia intelligenza, le mie lauree, i corsi di formazione, i master, la voglia di mettere a frutto la mia esperienza, l'impegno civico, i sogni, le speranze ... niente ... tutto alle ortiche. E poi arriva la beffa: denunciata dal mio ex partito! grazie, grazie PD.”

Questa la testimonianza di un'insegnante di sostegno precaria della Repubblica italiana. Denunciata dal Pd, il partito che aveva sempre votato. E’ la fine di tanti sogni, di un’idea della politica irrimediabilmente anacronistica. Oggi è il tempo degli sciacalletti e delle iene. Smamma, insegnante, ma chi sei, che vuoi?

[fonte: La Tecnica della scuola]

Lettera di una collega

Tina Galante - Senatori Pd, questa volta non vi scrivo né cari, né gentili perché non lo meritate affatto. Vi scrivo per chiedervi di denunciare anche me. Ero anche io con i miei colleghi, nell'Aula del Senato, quel maledetto giorno del 25 giugno 2015. Anche io ero incredula, disperata ed impotente di fronte al vostro arrogante comportamento.

Vi siete attaccati a quella poltrona rossa togliendo al vostro popolo, anzi al vostro elettorato, ogni speranza e minando per sempre le basi della democrazia. E denunciate chi vi contesta perché ha avuto comportamenti offensivi per la dignità del Senato, ma dimenticate le vostre risse, quelle che ci hanno fatto ridere dietro da mezzo mondo, ma si sa, “ubi maior minor cessat” e “vuolsi così colà dove si puote ciò che si vuole”.

Forse il vostro comportamento non è stato offensivo per la dignità della classe docente? Forse votare la fiducia solo per mantenere la propria poltrona e i propri privilegi è meno grave che chiedere giustizia ed equità?

Ma voi esattamente avete idea di quello che avete fatto? Io non credo, chiusi come siete nel vostro bombato mondo fatto di lussi e privilegi, lontani dalla realtà e dalla grigia quotidianità che il cittadino italiano deve affrontare ogni giorno. Ebbene vi faccio un solo esempio per fare luce sull'atto criminale che avete compiuto permettendo a Renzi di condannare a morte la scuola pubblica italiana.

Prendo ad esempio una sola norma presente nel ddl denominato impropriamente "la buona scuola”, quella che prevede la discrezionalità del dirigente a stabilire il numero di alunni per classi/sezioni con lo scopo di eliminare le classi pollaio, però con la clausola che la somma degli alunni distribuiti nelle classi debba essere sempre la stessa.

Nella fattualità in cosa si traduce questa norma? Che se ci sono 50 alunni e 2 classi il dirigente potrà decidere di creare una classe di serie A con 20 discenti, con lo scopo di avvantaggiare il docente “simpaticone” e magari “disponibile” e gli stessi alunni che sarebbero comunque seguiti meglio; e di condannare la classe di serie B con 30 alunni magari ficcandoci dentro qualche bambino con Bes o con Dsa, quindi senza diritto a sostegno, per mettere in condizioni di non poter insegnare un docente non tanto simpatico e mena grane, ma preparato e capace, con lo scopo di dimostrare sul campo la sua incapacità al fine di non dargli il premio previsto (20 miseri euro al mese), o peggio ancora nel tentativo di licenziarlo.

Questo è solo un banalissimo esempio, ne potrei fare a iosa fino ad annoiarvi, per dimostrarvi che voi avete messo la vostra firma sull'atto più criminale che sia mai stato fatto contro la scuola pubblica italiana. Tutto il ddl sulla scuola è un invito alla corruzione, è l'esportazioneforzata delle cattive abitudini italiche dalle quali la scuola era stata, per anni, tenuta doverosamente fuori. Oggi con le vostre scelte, non solo l'avete consegnata nelle mani del boia, ma avete stracciato la nostra Carta Costituzionale e avete offeso chi versò il sangue per essa. Avete permesso che personaggi come Salvini e Rondolino invitassero pubblicamente a PICCHIARE i docenti; gli avete permesso di insultare la categoria accusandola ingiustamente di nullafacenza!

E allora io vi invito SENATORI a provare sulla vostra pelle come si può essere nullafacenti in una sezione di 30 bambini con un'età compresa tra i 2 anni e ½ e i 5 anni, per 5 ore.

Io vi sfido a dimostrare a tutti come si fa ad essere nullafacenti in questo lavoro! E lo stesso vale per gli altri ordini e gradi, perché i giovani di oggi sono problematici ed ipercinetici, super stimolati da una società in continuo fermento e alla classe docente non è permesso di fermarsi, perché è impegnata costantemente a tessere relazioni umane.

Credete che sia facilmente digeribile l'insulto della Card, oppure dei corsi di aggiornamento? Ma per chi ci avete presi? Credete che noi non andiamo a teatro, al cinema, non leggiamo libri? Ma davvero avete un'opinione così bassa della nostra categoria? Vi assicuro che siamo decisamente migliori di come volete dipingerci attraverso questo ddl, e siamo sicuramente migliori di voi, perché ogni giorno ci mettiamo in discussione!

La vostra volontà punitiva espressa malamente attraverso l'accettazione supina di un disegno di legge inopportuno e inattuabile, ha sdoganato la moda dell'insulto verso i docenti: ormai anche in mezzo alla strada tutti si sentono in diritto di insultarci: teppisti, fannulloni, e chi più ne ha più ne metta! Siete soddisfatti del vostro operato. Siete davvero convinti di potervi guardare allo specchio?

Ma sappiate che noi non ci arrenderemo, cercheremo altre strade per fermare questa mostruosità, sempre nella legalità perché siamo dei professionisti e degli intellettuali, e rimarremo uniti e soprattutto non dimenticheremo!

Quando si voterà non dimenticheremo i vostri nomi.

La misura è colma! Prima con l'articolo 18, solo affetto ideologico dicevate, poi con il jobs act, poi con l'Italikum, adesso con La buona scuola. Avete attaccato e massacrato persino i Patronati che svolgono un ruolo importantissimo nel sostegno dei diritti dei meno abbienti, visto che in Italia i diritti sono solo a richiesta dell'interessato, e non d'ufficio come negli altri paesi civili! Nemmeno Berlusconi si era spinto così oltre!

Gli italiani hanno scelto una sinistra annacquata e si sono trovati al governo il peggior neoliberismo conservatore della storia. Le vostre non sono riforme, sono controriforme. Basti pensare al sindacato unico, al partito della nazione per avere il quadro completo.

Noi docenti siamo l'impalcatura sana di questa nazione e non vi lasceremo distruggere tutto. Il 25 giugno 2015 comincia la nostra Resistenza. Ci rivedremo a Filippi!

Una docente super indignata!

[da OrizzonteScuola]

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Basta Berlinguer. La disastrosa politica del Pd su scuola e università

23 Giugno 2015 , Scritto da CARANAS Con tag #SCUOLA

Basta Berlinguer. La disastrosa politica del Pd su scuola e università

Basta Berlinguer. La disastrosa politica del Pd su scuola e università

[Non sono completamente d’accordo ma pubblico perché l’analisi mi sembra veramente interessante - Caranas]

Il Partito Democratico ha gravi responsabilità storiche per aver varato negli anni provvedimenti rovinosi per scuole e università. Sono i riformatori “di sinistra” come Luigi Berlinguer che hanno gettato le basi per la creazione del rapporto tra università e impresa, formazione e interessi privati. Fino ai progetti liberticidi del governo Renzi.

di Anna Angelucci e Tiziana Drago *

Le gravissime responsabilità storiche del Partito Democratico nel varo di provvedimenti rovinosi per scuole e università sono un fatto. Cominciamo con la scuola. Alla fine degli anni ‘90, con i decreti attuativi della legge sull’autonomia scolastica (D.P.R.275/99), si è avviato un nuovo modello di governo e di gestione della scuola pubblica che prevede l’affidamento alle singole scuole di una serie di poteri in materia di organizzazione didattica, ricerca e sperimentazione, funzionali alla progettazione e alla realizzazione del proprio piano dell’offerta formativa; contemporaneamente, si è disegnato un nuovo reticolo di rapporti con gli enti locali che pone la scuola talora al centro, talaltra alla periferia del sistema.

A quindici anni di distanza, il buon senso avrebbe suggerito almeno un tagliando. Una riflessione seria sugli esiti della riforma a livello nazionale, aggregando e disaggregando i dati locali multidimensionali. Tanto più dopo la falcidia operata da Gelmini che, nel 2008, senza dire né ahi né bai, ha tagliato di netto tutte le sperimentazioni. Sulle quali, credo, meritava che il Paese si interrogasse.

La legge sull’autonomia scolastica, e questo è un fatto, ha determinato la trasformazione della scuola da istituzione dello Stato a ente che eroga un servizio per lo Stato dotato di personalità giuridica, ponendola alla stregua delle scuole private che, ancorché paritarie, sono e restano enti privati che vendono il loro servizio formativo a clienti paganti. Le istituzioni scolastiche diventano, da quel momento, espressione di un’autonomia funzionale intesa non come tutela dell’autonomia del sistema scolastico, ovvero come tutela dell’autonomia della scuola della Repubblica e della Costituzione da qualunque illegittima e contingente ingerenza politico-ministeriale, bensì come sdoganamento della libertà anarchica di ogni singola scuola di inventarsi un suo peculiare profilo culturale ed una sua peculiare offerta di ‘servizi formativi’ da propinare alle famiglie ormai assuefatte ad ogni sorta di imbonimento e di marketing.

La progressiva, costante riduzione dei finanziamenti pubblici ha completato l’operazione di smantellamento indicata da Berlinguer. Oggi, l’unico capitolo di spesa che afferisce al bilancio dello Stato è costituito dagli stipendi dei lavoratori della scuola; il resto, e cioè il finanziamento del funzionamento delle scuole, si racchiude in cifre talmente risibili che definirle simboliche è un eufemismo. Di fatto, come tutti sappiamo, senza i contributi volontari delle famiglie le scuole statali italiane chiuderebbero.

E’ utile ripercorrere rapidamente la storia dell’autonomia scolastica? Forse sì, almeno per comprendere con chiarezza la genesi e le fonti del ddl Renzi attualmente in discussione in Parlamento, ovvero del progetto liberticida della scuola pubblica statale che, esasperando il dispositivo dell’autonomia in chiave personalistica e, oserei dire, patologica, ne configura oggi la definitiva cancellazione.

Come ci ricorda Antonia Sani [1], fu nell’estate del 1994 che il concetto di autonomia scolastica imboccò la via che vede oggi il suo epilogo nel ddl di Matteo Renzi. Il documento “Una nuova idea per la scuola”, di area centrosinistra, poneva al centro una nuova idea di autonomia scolastica, che sarà da quel momento in poi l’idea vincente. Il modello NON è l’autonomia del sistema scolastico dagli indirizzi prodotti dalle maggioranze governative del MIUR, ma una sorta di libertà dei singoli istituti di porsi in competizione sui livelli di efficienza offerti.

E’ servita quella competizione? E’ stato utile per le famiglie scegliere la scuola dei loro figli sulla base del POF più accattivante o della presentazione più o meno seduttiva fatta nelle giornate di orientamento per accaparrare iscrizioni? Con l’autonomia, la qualità dell’offerta formativa delle scuole italiane è cresciuta? Gli esiti degli apprendimenti degli studenti e le loro abilità fondamentali sono migliorati?

Queste sono le domande serie che bisognava porsi e a cui bisognava dare una risposta ragionata e argomentata. E non solo ai cosiddetti stakeholder (le famiglie, direttamente interessate al problema della scuola) ma a tutti gli italiani. Perché la scuola, e l’università, sono una questione che riguarda tutti gli italiani e non solo chi occasionalmente le frequenta. E tutti sono dunque ‘portatori d’interesse’.

In quel documento, firmato tra gli altri dallo stesso Berlinguer, si delineava l’idea dell’autonomia – all’interno di un sistema formativo pubblico, nazionale e unitario, che comprendesse scuole statali e non statali – come principio riformatore fondamentale e si indicava già allora la necessità di introdurre un bonus fiscale per un portafoglio di investimenti privati – da parte di cittadini, associazioni, fondazioni, imprese – all’interno delle scuole.

Et voilà, con l’autonomia e i suoi annessi il succulento banchetto della privatizzazione della scuola pubblica e della precarizzazione della professione docente è servito dal nostro Master Chef Renzi all’ingorda Confindustria, che con tre gole caninamente latra reclamando una volta per tutte il suo fiero pasto. Noi.

Veniamo all’università. Chiunque abbia vissuto i giorni di impegno forsennato contro la riforma Gelmini (la resistenza coriacea sui tetti, la febbrile produzione di analisi e documenti, le battaglie oscure all’interno degli atenei e le fatiche estenuanti all’esterno delle aule e dei corridoi) ricorderà il contegno sonnolento del Partito Democratico, per nulla turbato dall’enormità della posta in gioco.

Com’è noto, quella “riforma”, che un mantra facile e insidioso spaccia come “meritocratica” e “antibaronale”, ha inflitto al sistema pubblico della formazione e della ricerca una ferita insanabile di cui non si smetterà mai di scontare tutte le disastrose conseguenze (oltre che le disfunzionalità burocratico-amministrative: ma quello della governamentalità aziendale non era un universo dorato?). Nella sostanza, l’impianto della legge 240 viene deciso dalla convergenza di tutte quelle forze che fanno gravare sull’università e sulla ricerca, che non sia al servizio spicciolo dell’impresa, un diffuso sospetto di inutilità se non proprio di nocività.

Dopo aver fornito giustificazione teorica - la ‘razionalizzazione’ per le università, l’ ‘essenzializzazione’ per le scuole - al definanziamento sempre più insopportabile, la legge Gelmini apre la strada a un aumento indefinito della tassazione studentesca negli atenei, amplia a dismisura il potere dei vertici, precarizza la ricerca con la cancellazione della figura del ricercatore a tempo indeterminato (vanificando il senso stesso della trasmissione del sapere), decide l’ingresso degli esterni nei consigli di amministrazione in nome della “modernizzazione” del sistema e del rafforzamento del legame dell’università con il territorio (un ‘vizietto’ ereditato dal centrosinistra) e con l’impresa; il che significa, nei fatti, consegnare alle necessità del mercato l’orientamento delle politiche di ricerca e didattica di alcuni settori (politecnici, aree tecnologiche e mediche). E poco importa che i potenziali investitori siano distribuiti in modo diseguale sulla superficie nazionale del Paese.

Di fronte a questo disegno regressivo per la dignità, i giovani e il futuro il Partito Democratico si trincera dietro l’ipocrisia di una ‘solidarietà’ di facciata alla protesta (la passeggiata di Bersani sui tetti della Sapienza e il doveroso voto contrario in Parlamento) e si dimostra del tutto incapace di abitare un orizzonte culturale diverso da quello che avrebbe dovuto combattere. Per conformismo e per ignavia. E, d’altra parte, non è un segreto per nessuno che buona parte dell’impianto gelminiano sia stato suggerito, condiviso e sostenuto da intellettuali e riformatori scolastici politicamente vicini a quel partito.

Il fatto è che la contiguità – e la compromissione – dell’establishment del PD con il disegno strategico ‘modernizzatore’ varato dal Governo Berlusconi ha radici assai profonde: ha alle spalle anni in cui i riformatori “di sinistra” hanno gettato le basi per la creazione del rapporto tra università e impresa, formazione e interessi privati. E infatti, l’apertura al territorio, l’avvicinamento alle aziende, la partecipazione dei privati costituiscono il catechismo di ogni riforma da Luigi Berlinguer a Mariastella Gelmini. Alla base, naturalmente, una miracolosa capacità di regolamentazione del mercato e la concorrenza come ecologia della società: un von Hayek nudo e crudo. Per tacere dei miraggi professionali e delle effimere competenze dettate dalla moda del momento e incarnate nella riforma del 3 + 2.

Nulla di strano quindi che la promessa fatta sui tetti da Bersani di adoperarsi per l’abolizione della legge 240 venga poi prontamente smentita dall’appoggio concesso dal Partito Democratico al successore della Gelmini nel governo Monti, quel ministro Profumo rivelatosi l’esecutore testamentario della riforma: sua l’ineffabile uscita per cui la legge 240 non andava abolita, ma «oliata»; e infatti, l’emanazione dei decreti necessari alla legge reca la firma del ministro. In più, Profumo si illustra per il famigerato decreto AVA sull’AutoValutazione e l’Accreditamento delle sedi e dei corsi universitari (D.M. 47/2013).

Nel più totale silenzio della stampa mainstream, il dispositivo sancisce i parametri e le modalità di valutazione che verificano periodicamente e decretano la vita o la morte degli atenei e dei corsi di studi: un assemblaggio malfatto di requisiti puramente numerici, meri algoritmi difficili da soddisfare da parte di corsi di laurea che sopravvivono a stento, in un contesto caratterizzato dall’impossibilità di assumere nuovi docenti, dato il blocco del turn over imposto dalla Legge 133/08 e successivamente dalla spending review (d.l. 95/2012), oggi drammaticamente aggravato dalla legge di stabilità del governo delle larghe intese.

Né si tratta di questioni meramente tecniche: il decreto, che prevede vincoli stringenti solo per le università statali e deroghe generose per quelle non statali e telematiche, oltre a determinare un impoverimento notevolissimo della formazione universitaria, con la cancellazione di interi settori del sapere, non manca di orientare il sistema all’introduzione o all’inasprimento del numero chiuso o programmato, dal momento che la nuova formula per il calcolo dei docenti di riferimento stabilisce un numero superiore di docenti necessari alla sopravvivenza del corso di laurea in relazione al numero degli studenti.

Con tutte le conseguenze in termini di violazione del diritto allo studio che ciò comporta. Sebbene questi parametri si siano rivelati di fatto inapplicabili –a meno di non voler far chiudere battenti alla maggior parte degli atenei italiani– con il proprio appoggio il Partito Democratico si rende complice dei mandanti di una nuova, radicale accelerazione nella direzione di quello strozzamento del sistema universitario pubblico, del tutto sganciato da ogni considerazione di qualità sulla ricerca e sulla didattica, ma contrabbandato come icona del “merito”.

E tuttavia, non migliore fortuna si è registrata con la ministra piddina Maria Chiara Carrozza, impegnata sin da subito a battere il record negativo del precedente ministro. Carrozza sollecita insistentemente le sirene della selezione meritocratica, ma si capisce subito che “merito” è il termine vuoto con cui si intende stabilizzare e inasprire gli strumenti di ricatto e di disuguaglianza che disciplinano la società.

E così, dopo aver emanato il suo Decreto Ministeriale sul numero chiuso e promosso il ricorso ai test standardizzati come strumento di valutazione (con l’obiettivo dichiarato di introdurre l’Invalsi anche nell’Università: test standardizzati per tutti per standardizzare i pensieri di tutti), la ministra dà la stura all’ennesimo aggravamento del blocco del turnover negli atenei, che corrisponde a un taglio di svariati milioni di euro, al netto dei proclami del governo delle larghe intese sulla necessità di non fiaccare ulteriormente un malato terminale. E infatti, sull’università e i fondi di ricerca la priorità individuata è, manco a dirlo, quella di razionalizzare le poche risorse disponibili, unitamente al solito mantra del potenziamento del rapporto tra ricerca, territorio e impresa.

Ma il vero capolavoro di iniquità è il decreto sui punti organici, con cui si decide del ricambio generazionale e della possibilità stessa di fare ricerca nelle varie università italiane: due soli atenei del Nord (Milano e Bologna) ottengono gli stessi punti organico di tutte le università meridionali messe insieme. Il sistema di ripartizione premia, evidentemente, gli atenei delle regioni con PIL più alto rispetto agli atenei con PIL più basso.

La strategia dell’era Carrozza è evidente: ridurre drasticamente il numero degli atenei e creare poli accademici di serie A, ultra-finanziati e d’eccellenza, ed altri di serie B, sotto-finanziati e caratterizzati da una pessima didattica e da una ricerca inesistente. Il merito e la valutazione, dispositivi di controllo e disciplinamento sociale in una fase di crisi senza precedenti, diventano paradigma anche all’interno degli atenei, attraverso il braccio armato dell’ANVUR (il mostro “meritocratico” di emanazione governativa di cui proprio il PD e il ministro Mussi sono i benemeriti ideatori): dopo aver tagliato drasticamente settori cruciali della ricerca pubblica – i piani di ricerca nazionale e i dottorati di ricerca –, si redistribuiscono i residui secondo precisi interessi, che poco hanno a che fare con la qualità della didattica e ancor meno con il diritto allo studio, ormai svuotato d’ogni senso.

Carrozza, con buon seguito di replicanti, alimenta il mito ossessivo delle “tecniche di valutazione”, sottraendo al dibattito pubblico una visione di sistema condivisa, che rifiuti il concetto di premialità e lo sostituisca con l’impegno a uniformare ed estendere qualità e diritto allo studio su tutto il territorio e a porre un argine alla minaccia dell’esclusione. Sul nefasto interessamento del Partito Democratico per l’università molto altro si potrebbe dire: a intervalli regolari ma frequenti, il partito si è distinto per la proposta con cui il senatore Ichino (passato per breve periodo a Scelta Civica e poi nuovamente accolto dal PD come figliol prodigo, insieme all’altra figliola prodiga Giannini, che assunse la titolarità del MIUR alla vigilia della sua candidatura come capolista alle ultime elezioni europee, testimoniando, nei fatti, il suo reale e fattivo interesse per i problemi dell’istruzione e della ricerca in Italia) ha indicato, insieme a un ampio seguito di sostenitori, la strada del meccanismo del prestito d’onore e della liberalizzazione delle rette universitarie, nonché dell’abolizione del valore legale del titolo di studio.

Resta il fatto che, al momento, dato l’operato sulla scuola, nel merito e nel metodo, fanno rabbrividire i proclami renziani sulla prossima, buona università. Da qualche cenno del ‘novissimo’ premier e della sbiadita ministra Giannini, si preannuncia l’accentuazione della logica premiale e competitiva tra gli atenei, l’incentivazione dei finanziamenti privati, l’introduzione di premi e sanzioni basati sui risultati della gestione, l’ulteriore burocratizzazione della ricerca. Insieme alle consuete parole d’ordine del ‘merito’ e dell’‘eccellenza’, qualunque cosa questi termini significhino. Senza neppure il sospetto che scuole e università debbano essere il luogo di costruzione di un sapere diffuso e di una cittadinanza critica, non una palestra per eccellenti.

È del tutto evidente che a guidare le scelte di questa classe politica e del Partito Democratico è qualcosa che non ci rappresenta. “Basta Berlinguer”: una metonimia, un’antonomasia, un’iperbole? Di sicuro è lo slogan che deve riecheggiare nelle menti e nelle voci di chi crede ancora nel valore della scuola e dell’università come strumenti di cultura, di emancipazione, di eguaglianza, di cittadinanza e di democrazia. “Basta Berlinguer”, prima che sia veramente e drammaticamente troppo tardi.

Note:

[1] A. Sani, L’autonomia scolastica soffocata nella culla, La città futura, 30 maggio 2015

* da www.lacittafutura.it

Hai letto tutto? Per i commenti rimando al link originale : http://http://temi.repubblica.it/micromega-online/basta-berlinguer-la-disastrosa-politica-del-pd-su-scuola-e-universita/

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Maturità, io ho un sogno: vedere gli studenti in rivolta

18 Giugno 2015 , Scritto da CARANAS Con tag #SCUOLA

 Maturità, io ho un sogno: vedere gli studenti in rivolta

Lauree inutili. Master illusori. Precariato. Sogno ragazzi che strappino le tracce. Al grido di: «Stiamo al liceo finché il Paese non cambia». Il commento di Lia Celi su Lettera43

Fare l'opinionista significa più o meno scegliere di svolgere per tutta la vita solo la traccia sull'attualità, quella più facile e banale.

Anche se ai tempi della tua maturità l'hai lasciata ai mediocri e ne hai scelta una che ti permetteva di sfoggiare tutta la tua secchionaggine (nel mio caso quella che verteva sul Neoclassicismo).

E per chi si occupa di costume la traccia d'attualità, in questi giorni di giugno, è sempre quella: «Scrivere un articolo melenso sull'esame di maturità alla luce delle tue personali e del tutto anacronistiche esperienze di studente del secolo scorso, cercando di offrire spunti e consigli da zio complice ai maturandi del presente, come se a loro potessero servire gli spunti e i consigli di uno che a 19 anni non aveva mai visto un cellulare». E che non aveva la prova a quiz, e all'orale portava due materie su una rosa di quattro - di cui una scelta da lui e l'altra, teoricamente, dalla commissione.

QUELLA LOFFISSIMA MATURITÀ POST-SESSANTOTTINA. In realtà anche la seconda veniva quantomeno «suggerita» dal candidato ai commissari, e quando la sceglievano veramente era la iattura più tremenda che potesse capitare al maturando, indizio sicuro della volontà di distruggerlo.

E avevamo ugualmente il coraggio di avere paura. Se noi baby-boomers non abbiamo espresso una classe dirigente autorevole forse è anche colpa di quella loffissima maturità post-sessantottina varata nel 1969 e cancellata nel 1997 da Giovanni Berlinguer, che la chiamò «Esame di Stato».

Avevano miglior gioco gli opinionisti fin-de-siècle, che ricordavano la loro maturità Gentile-style come la ritirata di Russia («quello sì che era un esame! Portavamo tutte le materie!». Mio padre poi mi asfaltava sotto la sua doppia maturità, prima la magistrale poi la scientifica, sostenuta l'anno dopo da privatista, studiando come un forsennato).

Vorrei vedere gli studenti strappare la traccia d'esame

No, non voglio insultare l'intelligenza dei maturandi fornendo consigli della vigilia tipo mangiare sano, bere molta acqua, dormire a sufficienza e ripassare con gli amici (per quello bastano i genitori e i servizi dei tg).

O ricordando che alla maturità si può essere bocciati solo se si defeca sul tavolo della commissione in diretta su Periscope.

O citando nostalgicamente la stranota canzone di Venditti, l'unico al mondo ad aver trombato la notte prima degli esami di maturità, e con una il cui padre sembrava Dante e il fratello Ariosto (se ne deduce che anche lei non dovesse essere una gran bellezza, cosce a parte).

UN SOGNO CHE SAREBBE TRENDING TOPIC. Invece voglio condividere un sogno. Io sogno che i ragazzi, domattina, si rechino nelle aule d'esame con astucci e dizionario d'ordinanza, e, quando verrà consegnata loro la traccia, la strappino.

E restino per quattro ore con le braccia sul tavolo, fissando i commissari con aria di sfida. Breaking news sui media, trending topic su Twitter. Sì, sogno che tutti i maturandi, con un atto di disobbedienza civile, rifiutino di sostenere l'Esame di Stato 2015.

Per ripetere l'anno e restare insieme agli amici, in quella situazione tutto sommato familiare e protetta che è la scuola superiore.

FUORI CI SONO LAUREE INUTILI E ANNI DI SFRUTTAMENTO. E, soprattutto, per lanciare a noi adulti un messaggio perentorio: «Non usciremo di qui finché non avrete messo a posto il mondo che ci aspetta là fuori. Se dobbiamo diventare un'altra generazione perduta, perdiamoci adesso, nel momento più divertente e pieno di sogni della nostra vita, non verso i trent'anni, quando avremo già perso troppi capelli e le pieghe nasolabiali ci daranno l'aria piagnona e amara di tanti over-30 di oggi».

E ancora: «Resteremo liceali finché ci sarà un'università cui si viene ammessi con test assurdi, sbagliati o truccati, e in cui si avanza non per merito ma per parentela o raccomandazione. Ristudieremo le materie dell'ultimo anno delle superiori finché la prospettiva sarà quella di prendere una laurea inutile, pagarci master illusori, venire sfruttati per anni e anni come stagisti o apprendisti, in attesa di lavori precari che non ci permetteranno di costruirci un futuro».

IN BOCCA AL LUPO, RAGAZZI. E, infine, «affronteremo la maturità solo quando il buio più inquietante non sarà quello della notte prima degli esami, ma quello del giorno dopo».

Questo è il mio sogno. Qualunque sia il vostro, in bocca al lupo, ragazzi.

 Maturità, io ho un sogno: vedere gli studenti in rivolta
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Il ricatto di Renzi sui precari della scuola

16 Giugno 2015 , Scritto da CARANAS Con tag #SCUOLA

Il ricatto di Renzi sui precari della scuola

Buona Scuola, Renzi: «Troppi emendamenti dalle opposizioni, saltano le 100 mila assunzioni»

La buona scuola dovrà fermarsi. A stabilire una riflessione è il premier stesso a Porta a Porta. «Quest’anno con tremila emendamenti mi pare difficile che si assumano i precari. Si andrà al prossimo anno», ha detto il presidente del Consiglio. «Le scelte dell’opposizione hanno come conseguenza che il provvedimento non riuscirà ad entrare in vigore in tempo per settembre». Ma c’è ancora una possibilità, nonostante la mole degli emendamenti, per uscire dall’empasse. Arriva in tarda serata, da fonti della maggioranza. Nei prossimi tre giorni la minoranza potrebbe lavorare a togliere o ridurre gli emendamenti in commissione per consentire alla riforma di essere approvata nei tempi stretti. Se questa proposta passa si può procedere con tutto il piano, comprese le assunzioni, altrimenti si rinvia.

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INVALSI ? Sul web l'ironia impazza

13 Maggio 2015 , Scritto da CARANAS Con tag #SCUOLA

INVALSI ? Sul web l'ironia impazza
INVALSI ? Sul web l'ironia impazza
INVALSI ? Sul web l'ironia impazza
INVALSI ? Sul web l'ironia impazza
INVALSI ? Sul web l'ironia impazza
INVALSI ? Sul web l'ironia impazza

Come si fa a farsi prendere in giro da questi burocrati che presentano domande banali ? E' questa la buona scuola di Renzi ?

Sul web l’ironia impazza e molti utilizzano gli spazi sulle prove riservati alle risposte per scrivere le loro battute ironiche.Domande del test davvero banali. Tanto da far sentire i ragazzi quasi presi per i fondelli. Tra le più semplici una che chiede quale mese tra maggio, luglio, settembre e dicembre sia il più caldo e un'altra su un testo di Vittorio Zucconi che cita la favola di Cappuccetto Rosso invertendo i ruoli della nonna e del lupo cattivo. E se messo così il quesito può non sembrare sciocco, si aspetti di leggere le alternative che i ragazzi avevano per rispondere: “A. per suggerire che anche i lupi conoscono favole come quella di Cappuccetto Rosso, B. per ricordare ai lupacchiotti che i lupi mangiano le nonnine, C. per sottolineare che, dal punto di vista del lupo, i vero nemico è l’uomo e D. per far capire che anche i cuccioli degli animali hanno bisogno di fiabe per addormentarsi”. Insomma, pur non avendo letto il quesito per intero, è facile capire quale possa essere la risposta corretta.

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La scuola buona non c’era prima e non ci sarà neanche in futuro. Poveri Presidi

6 Maggio 2015 , Scritto da CARANAS Con tag #SCUOLA

La scuola buona non c’era prima e non ci sarà neanche in futuro. Poveri Presidi

Se Renzi fa la destra, noi dobbiamo necessariamente fare la sinistra

 

                                                           di Caranas

 

In questo momento penso a quell’anarchico in carrozzella che si identifica con i Black bloc, difficile non dare completamente torto alle sue ragioni,chi non si ribella diventa complice.Ci stiamo avviando, tra le furbizie di Renzi verso una dittatura che , pensiamoci bene non è quella del proletariato auspicata negli anni settanta.

Non è un caso quello dell’influenza del potere attuale del PD, sui cespugli partitini che costellano la politica italiana ma che non hanno nessun potere di opposizione reale. Vendola giustamente pensa di sciogliere SEL per arrivare ad un partito di sinistra più incisivo contro la politica dell’attuale governo; la realtà è che solo adesso si rende conto che con la nuova legge elettorale appena approvata, sarà tagliato fuori. Poteva pensarci prima.

Intanto con lo sciopero di ieri sulla scuola, il messaggio è arrivato forte e chiaro: Renzi e Giannini non hanno il consenso né del mondo della scuola né nella società.

Ma torniamo alla ennesima riforma della scuola per fare alcune considerazioni.

Ogni nuovo governo ci prova ed il risultato è sempre lo stesso : più soldi alla scuola privata ( fatto incostituzionale) e sempre meno a quella pubblica che è allo sfascio.

Poteri del preside nella nuova riforma

Sinceramente , li avessero avuti questi nuovi poteri negli anni ’90-2007, molti Dirigenti scolastici, penso, non sarebbero andati in pensione. Ma c’è il rovescio della medaglia. Un preside manager, con questi neo poteri avrà la facoltà di sbarazzarsi di chiunque gli sia contro, chiunque che gli faccia una minima opposizione in collegio docenti o in altri organi deputati alle decisioni della scuola.

Ma pensiamo anche al povero preside che si deve tenere sul groppo quei tanti docenti e/o a.t.a. assunti osservando la legge, che si dimostrano incapaci, sin dal primo momento, e che lo costringono ad ore ed ore di sorveglianza personale nella classe (perché deve relazionare sull’operato) nel momento in cui questi docenti (che sono una minoranza) non sono neanche idonei a garantire la sicurezza dei minori nelle ore in cui vengono loro affidati. Le procedure burocratiche sono lunghissime e costano dispendio di energie, e mai la possibilità di licenziare. Nella migliore delle ipotesi è il preside che deve scervellarsi per inventarsi nuove mansioni per il dipendente non idoneo e non potrà mica metterli tutti a fare fotocopie! Poi oggi, con la possibilità di prendere un aereo che ti sposta da Milano in Sicilia, capita spesso che il dipendente appena assunto al venerdì (attraverso le  graduatorie : altra piaga – avete idea di quante telefonate deve fare alle 7 del mattino una applicata di segreteria?) , già al sabato si mette in malattia (in Sicilia o altra regione comunque distante da Milano) e spesso non lo vedi per mesi, protetto dai sindacati e dalle leggi in vigore (legge 104 ad es. di cui si abusa in alcune regioni italiane). Che fare? Penso che un minimo di potere in più ai presidi vada dato; non quello che vuole Renzi, però quello necessario per poter mandare avanti un istituto comprensivo (magari con cinque scuole, vista la razionalizzazione che costringe i presidi a non rifiutare le reggenze). E per quale stipendio poi ? Un preside che è andato in pensione nel 2007 con tantissimi anni di contributi versati, oggi prende meno del suo primo stipendio di pensione.

Renzi, pensaci !

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