"L'ITALIA DI NOANTRI "
Il libro
«Ormai da Verona a Vibo Valentia
siamo tutti un po' meridionali»
Alle tesi di Cazzullo contenute in «Italia de noantri»
risponde il direttore del Corriere del Mezzogiorno
di MARCO DEMARCO
(...) È tenace il luogo comune secondo cui l’Italia sarebbe il paese delle tante capitali. La terra delle centocittà. La nazione più variegata e cangiante del mondo, dove a ogni colle cambiano l’accento e il modo di farcire i ravioli. Il paese dalle mille storie diverse l’una dall’altra, a seconda della latitudine, del ceto sociale, della tradizione locale. Una penisola lunga e stetta, mai uguale a se stessa, dove si passa da ghiacciai eterni a mari caldi, da Stati preunitari governati da Cavour e Ricasoli ad altri retti dai Borboni e dalla triade festa-farina-forca. Un paese spezzato tra un Nord industriale, moderno, avanzato e un Sud assistito, bigotto, arcaico. Ebbene, sono convinto che non sia così. Meglio; che non sia più così. Certo, il paesaggio naturale e umano muta a ogni casello dell’Autosole. Certo, nascere a Lodi piuttosto che ad Afragola, a Parma piuttosto che a Vibo Valentia, a Verona piuttosto che ad Alcamo significa avere a disposizione un reddito medio tre volte più alto, scuole migliori, infrastrutture più efficienti, credito più agevole per le imprese, una pubblica amministrazione più snella, un tasso di criminalità minore (e prezzi maggiori). Ma non esiste l’Italia del bene comune e quella del «particulare». Non c’è il paese delle virtù civili e quello degli interessi privati. Esiste una sola Italia: l’Italia de noantri. Noi italiani siamo diventati, nel bene e nel male, un po’ tutti meridionali. (...)
Aldo Cazzullo, tratto da «L’Italia de noantri. Come siamo diventati tutti meridionali»
Il vecchio Piemonte delle Langhe e di Cavour ha perso da tempo le sue virtù risorgimentali. E poco o nulla è rimasto, da quelle parti, del decoro piccoloborghese o della sana ipocrisia o, ancora, del rispetto per le forme. Quel Piemonte non è più altra cosa rispetto all’eterna Napoli borbonica o all’infida Roma papalina. «Siamo diventati tutti meridionali», ecco il punto. Ed è infatti questo il sottotitolo che Aldo Cazzullo, firma di punta del Corriere della Sera, ha scelto per il suo ultimo libro: «L’Italia de noantri». Del resto, è vero o non è vero che i camerieri a Vicenza, la «sacrestia d’Italia», la città di Rumor, non hanno più voglia di lavorare? Ed è vero o non è vero che a Milano come a Reggio Emilia mancano i taxi alla stazione? E a Genova non convivono 61 famiglie della criminalità organizzata: 32 legate alla ’ndrangheta, 13 alla camorra e 16 alla corona unita?
E poi chi può negare che al Nord si evade il fisco come al Sud, che il traffico è meno congestionato e che i clacson rompono i timpani allo stesso modo? Non solo. Al Nord forse non si sale sui bus senza biglietto? Forse non esiste l’economia sommersa? Forse non si lavora in nero? «Forse al Nord non si paga il pizzo, non si pratica l’usura, non si sfrutta la prostituzione, non si cede al racket? Forse a Torino, Milano, Bologna non si ricicla il denaro della camorra, non si compra la droga?», chiede insistente Cazzullo a un disarmato Erri De Luca nel corso di un recente colloquio dedicato al suo libro.
«Sì, è così. Non ci sono più due Italie», risponde l’autore di «Il giorno prima della felicità». Non sono d’accordo. Ma sia chiaro: non per assolvere il Sud e coloro i quali lo hanno governato negli ultimi anni. Non sono d’accordo, perché se la meridionalizzazione c’è e non si può negare, il divario resta, eccome. «L’Italia de noantri» è un affresco assai efficace dell’Italia di oggi, un paese dove, al Nord come al Sud, «l’ascensore sociale è guasto» e «il familismo prospera ». E fulminanti sono i ritratti di protagonisti come Berlusconi, Fini o Tremonti. Tuttavia, sulla meridionalizzazione che avrebbe unificato il Paese, seppure al ribasso, c’è molto da dire. La tesi è assai cara a Cazzullo, che l’ha anticipata nel suo precedente «Outlet Italia». Già allora non vedeva dove fossero i Ricasoli e i Minghetti, ma vedeva bene dov’erano i Borbone: «dappertutto». Nel dipingere questo quadro, Cazzullo non è solo. Gode, anzi, di un’ottima compagnia, fatta sia di meridionali, sia di «nordisti». Il che dimostra che la tesi non è di per sé riconducibile a un atteggiamento «leghista» o comunque antisudista. Me ne sono reso conto quando ho scritto «Bassa Italia».
Di meridionalizzazione dell’Italia si parla sin dai tempi di Francesco de Sanctis. Quando era ministro di Cavour e di Ricasoli e come la Gelmini tentava di mettere mano al riordino della pubblica istruzione, De Sanctis fu oggetto di un duplice attacco: da parte dei napoletani, che lo accusavano di volerli piemontesizzare; e da parte dei piemontesi, che al contrario credevano di essere napoletanizzati. Fu poi Sciascia a dare corpo a una vera e propria teoria. La chiamò «della palma o del caffè ristretto», perché sia l’albero, sia la bevanda sono tipici delle aree calde, meridionali, e con mafia e scandali, diceva Sciascia, salgono, come il mercurio di un termometro, su su per l’Italia. Di meridionalizzazione hanno poi parlato, tra gli altri, sia i piemontesi Ceronetti e Bocca, sia, più di recente, il casalese Saviano, le cui pagine di «Gomorra» lasciano addirittura intravedere una mondializzazione delle cattive pratiche camorristiche. Insomma, non è più la pedagogia piemontese a civilizzare i meridionali, ma questi ultimi a esportare i loro disvalori, le loro ansie agorafobiche, il loro protezionismo familistico-criminale.
Non più vittime ma carnefici. Non più soccombenti ma egemonici. Anche quando usata per mettere in guardia dal declino italiano e non in chiave «nordista», questa tesi resta comunque una tesi a rischio. Intanto, perché può comunque alimentare, al di là delle intenzioni, il pregiudizio antimeridionale. E poi perché, come si diceva, meridionalizzazione e declino non procedono di pari passo. In realtà, l’idea della meridionalizzazione tende a rappresentare un Paese con un Sud in movimento e un Nord sostanzialmente fermo. Ma è davvero così? O, paradosso nel paradosso, qui davvero il Sud-Achille non riesce mai a raggiungere il Nord-tartaruga? È assolutamente vero, allora, come dice Cazzullo, che non c’è più un’Italia del bene comune e un’altra del particulare e che ovunque, anche se si chiamano in modo diverso, i ravioli hanno ormai lo stesso sapore.
Ma perché sottovalutare che la distanza economica tra Nord e Sud sia ancora quella degli anni Cinquanta? Che dal Sud sia ripresa l’emigrazione? Che qui ci sia molta più inefficienza amministrativa? E che nelle classifiche del Sole-24 Ore le nostre città siano sempre in fondo e mai al top? «Mal comune mezzo gaudio», si dice. Se così fosse saremmo a cavallo. E invece no. La meridionalizzazione non ha dimezzato il divario, lo ha anzi acuito. «Certo, nascere a Lodi piuttosto che ad Afragola, a Parma piuttosto che a Vibo Valentia non è la stessa cosa», scrive Cazzullo. Appunto. L’Italia si sarà anche meridionalizzata, ma perché non vedere che il Meridione, per responsabilità delle sue stesse classi dirigenti, si è nel frattempo ulteriormente meridionalizzato? Dipingere un’invasione alla rovescia, dal Sud verso il Nord, non è sbagliato, ma certo non consola i meridionali e chissà se aiuta davvero l’Alta Italia.
27 ottobre 2009
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