poesia
REVOLUTION
poesia di Caranas
Aspettando la revolution
Ora me ne vado a casa,non ne posso più.
basta con questi oracoli stronzi e ladri
di soldi e di potere.
Magnificat come per Maria ci vorrebbe,
liberiamo il popolo proletario.
Quello vero però,
non quello osannato da politicanti stolti
solo per racimolar voti.
E poi , trumba per le orecchie,
dicon tutti le stesse cose
in ogni show televisivo,
padrone nel padrone del padrone.
Anche le primarie dello schifo…
Che , dove sei ?
Vieni a farmi compagnia,
io non posso ancora venir lassù.
Devo ancora galleggiare
in questo mare di merda
dove i bei colori son spariti
e il grigio domina sul rosso.
È duro ritrovare
tra le mille e mille facce
intestardite, sorridenti ebeti,
calde stupite amorfe grigie facce.
Altro che molotov,
non più pensieri ma azioni vere.
Il popolo è stanco
stanco anche di aspettare.
Ma non ha coglioni
e subirà,
subirà,
subirà,
subirà fino all’estremo spasimo
Le poesie di Caranas
Ritorno in apatia
Ora vedo la pianura con filari d’alberi a confine
e vi affondo gli occhi catturandola
aderente alle pareti dello stomaco
come un guanto di trasparente lattice.
Stiamo arrivando, tra poco saremo in Centrale.
Incomincia a piovere e quel verde si offusca .
Ci sta proprio bene una lavata al cuore,
ed anche alla mente.
Tutu- tum, tutu-tum, mi è rimasto nelle orecchie
per tutta la notte, ora non lo sento più,
siamo in Lombardia.
Tutto scivola col niente da spiegare.
Allento piano la presa d’appoggio
e cerco vie d’uscita.
No, non si può fumare .
Il crampo torna con la realtà
oltre la lucida fibra dei sensi
col cielo grigio in aria che palpita di brezza.
Solo venti minuti ancora,
poi quel buco scuro ci ammanterà
e ricomincerà il trantran.
E’ passata la notte , ma non la stretta.
Tutti i diritti sono riservati by Carmelo Anastasio (2001)
LA MORTE NON È NIENTE
Nella
La morte non è niente.
Sono solamente passata dall'altra parte:
è come fossi nascosta nella stanza accanto.
Io sono sempre io e tu sei sempre tu.
Quello che eravamo prima l'una per l'altro lo siamo ancora.
Chiamami con il nome che mi hai sempre dato, che ti è familiare;
parlami nello stesso modo affettuoso che hai sempre usato.
Non cambiare tono di voce, non assumere un'aria solenne o triste.
Continua a ridere di quello che ci faceva ridere,
di quelle piccole cose che tanto ci piacevano
quando eravamo insieme.
Prega, sorridi, pensami!
Il mio nome sia sempre la parola familiare di prima:
pronuncialo senza la minima traccia d'ombra o di tristezza.
La nostra vita conserva tutto il significato che ha sempre avuto:
è la stessa di prima, c'è una continuità che non si spezza.
Perché dovrei essere fuori dai tuoi pensieri e dalla tua mente,
solo perché sono fuori dalla tua vista?
Non sono lontana, sono dall'altra parte, proprio dietro l'angolo.
Rassicurati, va tutto bene.
Ritroverai il mio cuore,
ne ritroverai la tenerezza purificata.
Asciuga le tue lacrime e non piangere,
il tuo sorriso è la mia pace.
ad. poesia di Sant’ Agostino
File apri, file chiudi
BUONA SETTIMANA CON TRE POESIE DI CARANAS
File apri, file chiudi
Questo blog è una stanza disabitata.
Ogni tanto ci infilo una sedia nuova,
un quadro, un cestino. E li lascio li.
Aspetto che qualcuno si sieda e legga il quadro
compiendo quel travaso
con pudore e con luce,
rendendolo acquedotto luninoso.
Niente, neanche un commento!
File apri,
file chiudi,
file salva.
Quello che avanza lo dispongo in cestino
per un’ultima sosta prima di uscire dall’orizzonte
e morire in memoria.
Milano 1969
Ė scuro il cielo di Milano;
di nebbia e di gas lacrimogeno.
L’aria puzza e non è mai ferma.
Le strade disselciate si gloriano di tumulto,
con cortei che sostano un poco
attorno alle vedovelle per dissetarsi
e bagnare gli occhi che sanno di limone.
I cuori battono sussultando
ma non per i Rolling Stones
che concertano più in là.
I portoni si chiudono.
Le serrande scorrono
e dalle finestre spuntano pugni chiusi
nell’odore della pietra divelta
e degli spari.
Un urlo più forte,
una carica rossa tra manganelli,
auto rovesciate e incendiate.
Poi l’onda si allarga
e a terra una grande macchia
rosso sangue d’autunno,
sangue di venti anni.
Nella mano una bandiera zuppa
con l’”A” cerchiata che si vede appena.
Appena un sussurro:
portatemi in fondo al corteo,
fatemi fare ancora un po’ di strada con voi.
1968 – Un giorno, una guerra
Ad ogni sparo un urlo
e spesso solo un tonfo!
E pullula la morte
ora in basso ora in alto
sui terreni arrossati
e l’uomo urla al vento,
alle pietraie mute
la sua storia di sangue.
Vanno senza calzari nella notte,
di sentiero in sentiero,
l’anime revelte dei morti
e sono perle al mattino
le lacrime sui prati.
Ode a Silvio
Silvio caro, mio grande statista
Piccolo uomo ma grande pallista
Tu che fai tutto in quattro e quattr’otto
Inventa subito un nuovo motto
Giacché sei anche bello
Liberaci subito di Quagliariello
Visto che sei senza pietà
Leva a tutti l’anzianità
E se vuoi fare le cose serie
lasciaci anche senza ferie
Per migliorare la situazione
togli di mezzo Capezzone
Se l’inflazione ancora dilaga
fregaci pure la busta paga
E per far dispetto ai sindacati
aumenta la schiera dei disoccupati
Affinché sia tutto normale
facci pagare anche l’ospedale
Perché vada tutto a buon fine
facci pagare anche le medicine
Per evitare ulteriori danni
mandaci in pensione a 90 anni
E poiché a 90 anni saremo caput
MA VA FA NCULO A CHI TE MMURT!!!
Passero solitario
... Odi greggi belar, muggire armenti;
Gli altri augelli contenti, a gara insieme
Per lo libero ciel fan mille giri,
Pur festeggiando il lor tempo migliore:
Tu pensoso in disparte il tutto miri;
Non compagni, non voli,
Non ti cal d'allegria, schivi gli spassi;
Canti, e così trapassi ...
Non ci son più le mezze stagioni
Non ci son più le mezze stagioni
Non ci son più le mezze stagioni
Erika, Omar e poi la Franzoni,
le cavallette, la carestia
è tutta colpa di Pisapia
Le coltellate date a Melania
e la monnezza nella Campania
le bombe in Iraq e
quelle in Turchia
è tutta colpa di Pisapia
Quando cantando prendi una stecca
quando sei al letto e fai cilecca
e le emorroidi di
nonna e di zia
è tutta colpa di Pisapia
Se un giorno Atlantide è sprofondata
se danno Sgarbi in prima serata
se a volte Davide
batte Golia
è tutta colpa di Pisapia
Se la bistecca che hai cotto è una sòla
se sbagli candeggio per le lenzuola
il quattro e
mezzo che c'hai a geometria
è tutta colpa di Pisapia
Se paghi un mutuo al venti per cento
se ci sta facebook che gira un po' lento
se sei più
grasso del sergente Garcia
è tutta colpa di Pisapia
Se non vedi dieci euro nemmeno dipinti
se i dinosauri si sono estinti
se è larga la foglia
e stretta la via
è tutta colpa di Pisapia
Se non digerisci la peperonata
se una vecchietta viene scippata
se c'hai vent'anni
e la sciatalgia
è tutta colpa di Pisapia
Se tua moglie è tre anni che ti mette le corna
se senza lo Swiffer la polvere torna
se ti tocca
leggere questa poesia
è tutta colpa di Pisapia
perfetta ... Letizia
È perfetta … Letizia se va via,
ed ancor più perfetta la Moratti
se lascia il posto a Pisapia
senza condizioni e senza patti !
S’accrescerebbe la democrazia,
scevra da compromessi e ricatti,
e guarirebbe dalla malattia
di scambi di favori e misfatti.
Sarebbe proprio perfetta … Letizia
se, ritornando sulla via retta ,
si convertisse alla pastorizia:
lì c’è un posto vuoto di capretta!
Perché, chi non si scusa quando sbaglia,
è capra o … un asino che raglia !
di Vox
ROBERTO BENIGNI - POESIA AD ALMIRANTE
Maledetta l'ora
il giorno il secondo, toh,
in cui du' merdaioli
ti misero al mondo.
Maledetta l'ora
il giorno e l'annata
che la tu' mamma ti dette
la su' prima poppata.
Maledetta l'ora buia
ancor di più la notte cupa
che un finocchio ti convinse
a esser figlio della lupa.
Se dovessi maledirti
poi non saprei come finirla,
maledetto sia quel giorno
che ti fecero balilla.
Maledetta l'ora
e tutto il calendario
in cui mille finocchi
ti fecero segretario.
Maledetta la persona,
che stesse sempre male,
che ti parlò per la prima volta
della Destra Nazionale.
S'aprisse la porta,
senza tu te ne sia accorto,
entrassero le mogli
di ogni partigiano morto.
Poi t'aprissero la bocca
e da maggio a carnevale
ti facessero be' le cose
e cantar l'Internazionale.
Poi arrivasse, come si chiama,
Terracini, no, Paietta, Natta e Ingrao
ti cacassero sugl'occhi
mentre cantan Bella Ciao.
Alla fine vanno via,
finalmente sei contento,
ma ti piscia addosso Lama
mentre canta Fischia il vento.
Ti venisse un colpo,
ti venisse un accidente,
gli uomini son tutti uguali,
ma te tu sei differente.
Ti scoppiasse la vescica (tum!),
ti scoppiassero i coglion (tum tum!)
ti scoppiassero in un mese
trentatré rivoluzioni.
Ti venisse la febbre,
ti venisse un ascesso,
ti scoppiassero in culo
tutte le bombe che tu ha' messo.
Ti chiavassero la moglie (ah!)
tutti i morti delle guerre,
e ti nascesse un figliolo
che assomiglia a Berlinguerre.
dal Blog "Questa è la sinistra italiana"
Essere o non essere (italiani)
Mi scusi Presidente
non è per colpa mia
ma questa nostra Patria
non so che cosa sia.
Può darsi che mi sbagli
che sia una bella idea
ma temo che diventi
una brutta poesia.
Mi scusi Presidente
non sento un gran bisogno
dell’inno nazionale
di cui un po’ mi vergogno.
In quanto ai calciatori
non voglio giudicare
i nostri non lo sanno
o hanno più pudore.
Io non mi sento italiano
ma per fortuna o purtroppo lo sono.
Mi scusi Presidente
se arrivo all’impudenza
di dire che non sento
alcuna appartenenza.
E tranne Garibaldi
e altri eroi gloriosi
non vedo alcun motivo
per essere orgogliosi.
Mi scusi Presidente
ma ho in mente il fanatismo
delle camicie nere
al tempo del fascismo.
Da cui un bel giorno nacque
questa democrazia
che a farle i complimenti
ci vuole fantasia.
Io non mi sento italiano
ma per fortuna o purtroppo lo sono.
Questo bel Paese
pieno di poesia
ha tante pretese
ma nel nostro mondo occidentale
è la periferia.
Mi scusi Presidente
ma questo nostro Stato
che voi rappresentate
mi sembra un po’ sfasciato.
E’ anche troppo chiaro
agli occhi della gente
che tutto è calcolato
e non funziona niente.
Sarà che gli italiani
per lunga tradizione
son troppo appassionati
di ogni discussione.
Persino in parlamento
c’è un’aria incandescente
si scannano su tutto
e poi non cambia niente.
Io non mi sento italiano
ma per fortuna o purtroppo lo sono.
Mi scusi Presidente
dovete convenire
che i limiti che abbiamo
ce li dobbiamo dire.
Ma a parte il disfattismo
noi siamo quel che siamo
e abbiamo anche un passato
che non dimentichiamo.
Mi scusi Presidente
ma forse noi italiani
per gli altri siamo solo
spaghetti e mandolini.
Allora qui mi incazzo
son fiero e me ne vanto
gli sbatto sulla faccia
cos’è il Rinascimento.
Io non mi sento italiano
ma per fortuna o purtroppo lo sono.
Questo bel Paese
forse è poco saggio
ha le idee confuse
ma se fossi nato in altri luoghi
poteva andarmi peggio.
Mi scusi Presidente
ormai ne ho dette tante
c’è un’altra osservazione
che credo sia importante.
Rispetto agli stranieri
noi ci crediamo meno
ma forse abbiam capito
che il mondo è un teatrino.
Mi scusi Presidente
lo so che non gioite
se il grido “Italia, Italia”
c’è solo alle partite.
Ma un po’ per non morire
o forse un po’ per celia
abbiam fatto l’Europa
facciamo anche l’Italia.
Io non mi sento italiano
ma per fortuna o purtroppo lo sono.
Io non mi sento italiano
ma per fortuna o purtroppo
per fortuna o purtroppo
per fortuna
per fortuna lo sono.
(Giorgio Gaber)
Lettera ai miei compagni del manicomio
Compagni! Che nebbia tra di noi!
Vi distinguo male compagni miei, che i muri proclamano, che le finestre come pareti sdegnano.
Dorme quello là? O sbriciola forse del tabacco tra le dita di Canapa?
Penso a voi come si pensa all’assenza, al contenuto dell’assenza.
Le vostre ossa ripiegate, dormite o sobbalzate nel corridoio per supplicare la notte di intervenire, di intercedere perché cessi di essere la notte.
Siete le ombre delle ombre che sonnecchiano, camminate e non è più la notte, ma il baccano del grande deambulatorio dell’angoscia di domani che vivete tritando la paura dello spazio, annerito dal sonno degli altri.
Il vostro spazio riprenderà corpo con il giorno.
Il vostro Corpo-Spazio che è la vostra solidarietà di dimorare nella coercizione del divenire dei muri, può darsi dipinti alla calce di domani.
Immagino il sonno di qualcuno e benedico questa attesa dell’indomani fedele.
La vostra ricchezza è di non possedere nient’altro che la certezza di “essere già di là”, a non cercare nient’altro che la lassitudine di non essere niente più che un altro giorno.
Non abbandonate la nostra certezza, vi amo nella vostra spoliazione fragile.
E’ più facile amare ciò che è spoglio, non tradire ciò che è spoglio quando si ama.
Compagni! Che nebbia fra di noi.
Vi distinguo male. Ma vi prometto per domani qualche lingua di fuoco, una pentecoste manicomiale.
L’autore di questo testo poetico è Alain Morin, nato nel 1940, a lungo “ospite” di un manicomio parigino.
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