poesia
Poesia italiana dell'antiberlusconismo puro
di Roberto Benigni
Se quella notte, per divin consiglio,
la donna Rosa, concependo Silvio,
avesse dato ad un uomo di Milano
invece della topa il deretano
l’avrebbe preso in culo quella sera
sol Donna Rosa e non l’Italia intera.
VEDA BENIGNI CHE AL DIVIN AMORE,
ECO LE AVESSE FATTO UN BUON CONSIGLIO,
INVECE CHE A FAR RIMA CON MILANO,
PER SUSCITAR PIU' FACILI CONSENSI,
LE AVESSE SCORREGGIATO IL DERETANO
Oh Benigni hai ragione
sul dolor di tutti gl’ani
che a molti dà cagione
non aver più culi sani.
Chi però final non paga
escort donne la mercede
certo è non solo vaga
la vergogna del suo pene
E si va così contenti
chi con i dolenti ani
chi invece più scontenti
con i loro peni nani.
Di Milano non è giusto
fare cenni sul suo ano
loro molti non han gusto
di pensar allo psico nano.
Quella foto già famosa
di consiglio presidente
dà l’idea non fumosa
della mano d’un demente.
Chi però l’ha ben voluto,
a suo dir l’Italia intera,
con il segno del cornuto
lo tien da mane a sera.
Il resister con poesia
a sto’ mondo rovesciato
con compagna l’ironia
salvi noi e chi è nato.
A PAPI SILVIO
Silvio, rimembri ancora
Quel tempo della tua vita mortale,
Quando disonestà splendea
Negli occhi tuoi furbetti e fuggitivi,
E tu, lieto e spensierato, il limitare
Di senilità salivi?
Sonavan le quiete
Stanze, e le vie dintorno,
Al tuo perpetuo comizio di Priapo,
Allor che all’opre femminil politiche intento
Ti apprestavi, assai contento
Di quel vago avvenir che in mente avevi.
Era il maggio odoroso: e tu solevi
Così menare il giorno
con Dell'Utri e Mangano
ammirando di
Letizia i leggiadri set fotografici
Talor lisciando sudate coulotte,
Ove il tempo suo primo
Si spendea la miglior parte,
D’in su i veroni dell’ostello d'Arcore
Porgea gli orecchi al suon della tua voce,
mirando la tua man veloce
Che percorrea la coscia.
Mirava ancor il ciel sereno,
Le vie dorate e gli orti,
E quinci il mar da lungi, e quindi il monte.
Lingua mortal non dice
Quel che sentiva in seno.
Che pensieri soavi,
Che speranze, che cori, o Silvio mio!
Quale allor ci apparia
La vita umana e il fato!
Quando sovviemmi di cotanta speme,
Un affetto mi preme
Acerbo e sconsolato,
E tornami a doler la tua sventura
finiana spina nel tuo fianco.
O papi, papi,
Perchè non rendi poi
Quel che prometti allor? perchè di tanto
Inganni i figli tuoi?
Tu pria che l’erbe inaridisse il verno,
Da chiuso morbo combattuto e vinto,
Perivi finalmente o papi. A li mortacci tua!
E non vedevi
Il fior degli anni tuoi di plastica;
Non ti molceva il core
La dolce lode or delle negre chiome trapiantate,
Or degli sguardi innamorati e bavosi;
Nè teco le compagne ai graziol festini
Ragionavan d’amore
Anche peria fra poco
La speranza tua dolce: agli anni tuoi
Anche negaro i fati
La giovinezza immortal.
Ahi come,
Come passato sei,
Caro compagno fascista dell’età mia nova,
Mia lacrimata speme!
Questo è quel mondo? questi
I diletti, le candidature, i regali, le raccomandazioni
Onde cotanto ragionammo insieme?
Questa la sorte dell’umane escort?
All’apparir della sentenza
Tu, misero, cadesti: e con la mano
L’ignuda gattabuia e tomba
di San Vittor
mostravi di lontano.
Silvio caro, mio grande amore
portami sempre nel tuo cuore
Tu che fai tutto in quattro e quattr’otto
toglici presto l’articolo 18
Giacchè sei senza coscienza
rubaci pure la contingenza
Visto che sei senza pietà
levaci pure l’anzianità
E se vuoi fare le cose serie
lasciaci anche senza ferie
Per migliorare la situazione
togli di mezzo la liquidazione
Se l’inflazione ancora dilaga
fregaci pure la busta paga
E per far dispetto ai sindacati
aumenta la schiera dei disoccupati
Affinchè sia tutto normale
facci pagare anche l’ospedale
Perchè vada tutto a buon fine
facci pagare anche le medicine
Per evitare ulteriori danni
mandaci in pensione a 90 anni
E poichè a 90 anni saremo caput
MA VA FA NCULO A CHI TE MMURT!!!
GHIRIGORI
Caranas

Ghirigori
Esiliato dal tempo
non posso viverti
e pallidamente aspetto
di qua e di là
come morto
non ancor risorto
senza gloria.
Loschi bagliori.
Eppure questo corpo sguscerà
per vivere la serpe
in questo nulla che ci separa.
Clandestina novità
che si arrampica,
che sale
che scende
e s’aggrappa spingendoti
ora in alto,
ora in basso.
Potremmo alzarci urlando
mano nella mano
schiena contro schiena
investendo i colori
ora il rosso, ora l’azzurro
oltre la spiaggia
sempre più piccola sino al punto.
Non possiamo cadere.
Noi non ci siamo.
E ancora più su
rapiti dal vento
zavorrati solo dai genitali.
Poi, a poco a poco,
riportandoti giù
assaporare ancora
quell’attimo magico
l’uno nell’altra
cullati nell’arco di luce.
E infine silenzio
nella vertigine
leggero come l’aria.
© by Carmelo Anastasio Vimodrone (MI)
Candelora
Il 2 febbraio la Chiesa (quella cattolica) celebra la presentazione al Tempio di
Gesù , popolarmente chiamata festa della Candelora, perché in questo giorno si benedicono le candele,
simbolo di Cristo "luce per illuminare le genti", come il bambino Gesù venne chiamato dal vecchio Simeone al momento della presentazione al Tempio di Gerusalemme che era prescritta dalla Legge giudaica per i primogeniti maschi.
Le candele usate per la festa sono lunghe e di diametro inferiore a
quelle normali. A Fuscaldo le usavamo spesso ( in mancanza d'altro) quando andava via la luce per il vento forte. C'è anche l'usanza di accendere questa candela benedetta quando in casa sta per
morire qualcuno. La morte arriva allo spegnersi (naturale , visto il vento) della candela.Ma tocchiamo ferro e tuffiamoci invece nel passato per un flash su come eravamo. Il passato, come scritto
in testata , è bello perchè è bello il ricordo.
Ad un particolare 2 febbraio, quello del 1965( se la data dell'anno è riportata giusta nel mio vecchissimo
quaderno di poesia- si vede appena), è legato il ricordo di una nevicata fin sulla spiaggia. Il resto lo si può leggere nel testo che segue e che dedico ai miei compagni di scuola ed in
particolare a N.B. che ci segue sul blog.
Caranas
Candelora
Quel giorno la neve cadde anche sul mare
sciogliendosi al primo contatto.
Il primo che scese dalla barca
sulla spiaggia bianca
imprecò contro il sole scialbo e lontano.
Per freddo , per fame, per poca pesca,
nun sacciu.
Altri con la testa china a guardar giù,
segnavano con passi gravosi
il manto bianco
al confine con le onde
preparandosi a tirar su
le barche da rovesciare.
Più in là, i fimmini nivuri
vattendusi u pettu facevan ressa,
con occhi volti al convento,
lassù sull’eremo di San Francesco,
chiedendo grazia
per quelli ancora in mare
con promesse d’oli da ardere.
Su volti segnati dal tempo
si scioglievano malinconie disperate.
E Fiore, marinaio più giovane,
col suo sorridere così innocente:
jamu, jamu, ca c’havimu fatta!
Come un invito alla presenza,
sul manto bianco della spiaggia
i segni di quel travaglio umano,
ultima fatica prima di tornare a casa.
Il rintocco delle otto
accompagnato dal sibilo della sirena,
riportava all’impegno gli studenti,
curiosi spettatori infreddoliti
ripassavano sotto il ponte ferrato
e si avviavano a scuola
seguiti da lontano
da Pristufora con lingua fumante.
Lo spettacolo era finito.
2 febbraio 1965 Fuscaldo Marina (CS)
Tutti i diritti riservati by Carmelo Anastasio
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